A pochi mesi dalla scadenza del Pnrr sono sempre più chiare tre criticità strutturali che rischiano di comprometterne l’efficacia: le continue revisioni del piano, il mancato avvio di una quota significativa di progetti e i ritardi nella fase di collaudo.

Le revisioni continue

Sul sito Italia Domani è stato pubblicato, a fine marzo, il database Regis sullo stato di avanzamento del Pnrr, aggiornato al 26 febbraio 2026. Quei dati potrebbero però non rappresentare pienamente la situazione reale, a causa dei ritardi da parte dei soggetti attuatori nell’inserimento delle numerose informazioni richieste dalla piattaforma di rendicontazione.

Gli stanziamenti concessi all’Italia ammontano a 194,4 miliardi di euro (71,8 di sussidi e 122,6 di prestiti) e i lavori devono essere conclusi entro il 31 agosto 2026, così da consentire tutte le verifiche entro la fine dell’anno.

Tra cancellazioni, definanziamenti, rifinanziamenti e nuovi investimenti, le ultime modifiche nell’allocazione delle risorse – richieste alla Commissione europea e approvate a novembre 2025 – hanno riguardato più di un quarto dell’ammontare complessivo del piano. Sono stati inoltre introdotti strumenti finanziari che consentiranno di prorogare la realizzazione di alcuni interventi oltre il 2026, al fine di non perdere i finanziamenti.

Questi aggiustamenti, resi necessari dalla constatazione che molte scadenze non erano realisticamente rispettabili o che alcune misure risultavano difficilmente attuabili, evidenziano una limitata capacità di visione e progettazione nella governance italiana.

Fin dalla sua attuazione, il Piano nazionale di ripresa e resilienza è stato sottoposto a numerose revisioni. Se da un lato possono essere interpretate come un segnale di flessibilità, dall’altro suggeriscono che il Piano iniziale fosse in parte sovrastimato, sia nei tempi sia nella capacità amministrativa necessaria per attuarlo. Il rischio è che, attraverso continui adattamenti, il Pnrr perda parte della sua natura straordinaria, trasformandosi in un insieme di interventi progressivamente ridimensionati.

Il problema all’origine dei ritardi

Accanto alle revisioni emerge un altro elemento critico: una quota rilevante di progetti non è ancora stata avviata. Questo rappresenta il primo anello della catena dei ritardi, destinato a riflettersi inevitabilmente sia sull’esecuzione sia sulla fase finale di collaudo.

I dati mostrano come il mancato avvio riguardi tutte le missioni del Piano, con intensità diversa. In termini assoluti, il fenomeno è particolarmente rilevante nelle missioni relative alla transizione ecologica e all’inclusione sociale, mentre in termini percentuali emergono criticità anche in ambiti strategici come infrastrutture e salute.

Tra gli interventi ancora fermi figurano misure di rilievo: il Fondo rotativo contratti di filiera (2,3 miliardi), il progetto Tyrrenian Link (500 milioni), il rafforzamento delle smart grid, il collegamento ferroviario Palermo-Catania e il piano asili nido e scuole dell’infanzia.

Tabella 1 – Mancato avvio dell’esecuzione dei progetti per missioni al 26 febbraio 2026 (numero, milioni di euro, valore percentuale)

Le cause del mancato avvio sono molteplici: complessità progettuale, ritardi nelle procedure autorizzative, difficoltà degli enti attuatori e, in alcuni casi, una progettazione iniziale non sufficientemente matura. Ne emerge una debolezza strutturale nella capacità di trasformare rapidamente le risorse disponibili in progetti concreti e cantierabili.

Una parte dei ritardi potrebbe tuttavia essere riconducibile a un eccesso di progetti rispetto alle risorse previste dal piano finanziario. Ad esempio, nel caso degli asili nido e delle scuole dell’infanzia, con 4,3 miliardi di euro di progetti attivi e 3,7 miliardi finanziati, il mancato avvio di interventi per circa 200 milioni potrebbe riguardare iniziative destinate a subire una prossima revisione o una eventuale cancellazione.

Collaudi: il collo di bottiglia finale

Il problema dei collaudi si manifesta invece nella fase finale del ciclo di vita dei progetti, dove si concentra uno dei rischi più sottovalutati.

I dati della tabella 2 mostrano che solo il 25,6 per cento dei progetti risulta collaudato (era il 22,2 per cento al 14 ottobre 2025), per un valore complessivo di quasi 43 miliardi di euro. Inoltre, il 2,6 per cento dei progetti (circa 4,3 miliardi) avrebbe già dovuto essere completato ma risulta in ritardo.

Nel sottoinsieme dei progetti con esecuzione conclusa (54 miliardi di euro), il 10 per cento deve ancora avviare il collaudo, il 79 per cento lo ha completato, il 10 per cento è in corso e l’1,4 per cento risulta in ritardo.

Tabella 2 – Stato di avanzamento e collaudo dei progetti Pnrr (numero, milioni di euro, valore percentuale)

Considerando anche lo stato di avvio, il 41 per cento delle risorse risulta associato a progetti già iniziati, mentre una quota significativa si concentra ancora nelle fasi precedenti.

Guardando invece alla fase finale del ciclo di attuazione, solo il 25,6 per cento delle risorse è riferibile a progetti con collaudo completato, mentre oltre la metà si colloca in fasi ancora intermedie. Lo squilibrio si riflette anche sull’avanzamento finanziario: la quota di pagamenti cresce sensibilmente al progredire dell’iter amministrativo, risultando pari a circa il 56 per cento per i progetti avviati, sfiorando il 90 per cento per quelli collaudati e scendendo al 37 per cento nei casi in cui il collaudo non è ancora stato avviato.

Si tratta di un passaggio tutt’altro che formale: il collaudo è necessario per certificare la regolare esecuzione degli interventi e validare la spesa davanti alle istituzioni europee.

Il rischio è evidente: anche laddove i lavori siano stati completati, l’assenza di collaudo impedisce di considerare il progetto chiuso dal punto di vista amministrativo e finanziario. Senza questa certificazione, la spesa non è pienamente riconoscibile.

Questa situazione crea un potenziale “effetto imbuto”: con l’avvicinarsi delle scadenze, molti progetti rischiano di accumularsi nella fase finale, mettendo sotto pressione strutture amministrative già fragili. La carenza di personale tecnico, la complessità delle procedure e la frammentazione delle responsabilità tra enti diversi rappresentano ulteriori ostacoli.

Tre problemi, una stessa radice e un rischio

Revisioni continue, mancato avvio e ritardi nei collaudi condividono una radice comune: la difficoltà del sistema amministrativo italiano nel gestire programmi straordinari per dimensione, complessità e vincoli temporali.

Le revisioni segnalano una debolezza nella progettazione iniziale; il mancato avvio evidenzia difficoltà nell’attivazione operativa; i collaudi mostrano criticità nella fase finale di certificazione.

I ritardi del Pnrr non rappresentano un’anomalia circoscritta, ma il risultato di una fragilità strutturale che attraversa tutte le fasi del ciclo di attuazione.

Il rischio non è solo quello di perdere una parte delle risorse finanziarie, ma di non riuscire a trasformarle in cambiamenti strutturali duraturi. Le revisioni riducono la coerenza strategica del piano, il mancato avvio ne rallenta l’attuazione e i ritardi nei collaudi ne compromettono la chiusura formale.

Per evitare questo esito, sarà necessario uno sforzo concentrato negli ultimi mesi: limitare ulteriori modifiche, accelerare l’avvio dei progetti ancora fermi e rafforzare la capacità amministrativa nella fase di collaudo.

Il successo del Pnrr dipende ormai meno dalla quantità di risorse disponibili e più dalla capacità di trasformarle, in tempi certi, in interventi realizzati e certificati.

* L’articolo riflette solo l’opinione degli autori e non impegna in alcun modo l’Istituto di appartenenza.

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