Il Parlamento vota una nuova legge elettorale, a turno unico con premio di maggioranza alla coalizione che vince le elezioni con almeno il 42 per cento dei voti in entrambe le Camere. Un altro maggioritario che non limita il numero dei partiti.

Il percorso del maggioritario in Italia

Da molti anni, il nostro sistema elettorale ha abbandonato la proporzionalità voti-seggi che ha caratterizzato i primi 45 anni della Repubblica per diventare variamente maggioritario, attraverso tre formule diverse, che grazie a Giovanni Sartori sono ormai note come “Mattarellum” (1994-2005), “Porcellum” (2006-2017) e “Rosatellum” (dal 2018).

Per la precisione, c’è stato anche un quarto tentativo, l’Italicum (2015), che non fu mai messo in pratica anche per la bocciatura di alcuni suoi aspetti da parte della Corte costituzionale.

Le prime due riforme sono durate ciascuna dodici anni e tre tornate elettorali, mentre il Rosatellum, se davvero sarà sostituito, sarà stato in vigore per poco più di nove anni e solo per due elezioni, nel 2018 e nel 2022.

Si tratta di tre formule diverse di maggioritario, tre tentativi eterogenei per due agognati obiettivi: la stabilità ed efficienza del governo e l’efficacia del Parlamento. Potere esecutivo (la governabilità) e potere legislativo, nelle intenzioni dei riformatori, avrebbero tratto giovamento dal carattere maggioritario del sistema elettorale.

La legge Mattarella, promulgata nel 1993, introdusse per la prima volta in Italia un sistema misto a turno unico: maggioritario per il 75 per cento dei seggi (vince il candidato che ottiene più voti) e proporzionale per il restante 25 per cento, ma con una soglia nazionale di sbarramento al 4 per cento. Con la regola maggioritaria, per vincere il seggio nei collegi uninominali, si svilupparono anche in Italia coalizioni pre-elettorali di più partiti, tendenzialmente bipolari, con un centro-destra e un centro-sinistra.

La legge Calderoli (il “Porcellum”), in vigore nelle elezioni del 2006, 2008 e 2013, interpretò il maggioritario in analogia con la vecchia legge elettorale del 1953, cioè come sistema proporzionale con premio di maggioranza per arrivare al 54 per cento dei seggi totali (nel 1953 si arrivava al 65 per cento in quella che venne definita “legge truffa”). Da notare che il premio andò a beneficio del centro-sinistra nel 2006 e 2013 e del centro-destra solo nel 2008.

Dopo i rilievi di incostituzionalità del Porcellum, dichiarati dalla Consulta nel 2014, si è passati nel 2017 al Rosatellum, tutt’ora in vigore, che è tornato all’impostazione del Mattarellum ma con un mix invertito: maggioritario al 37 per cento e proporzionale al 63 per cento, con una debole soglia di sbarramento al 3 per cento. In realtà, una prima bozza della legge Rosato, poi sensibilmente annacquata, prevedeva invece un mix 50-50 con soglia di sbarramento al 5 per cento.

Caratteristiche comuni alle tre formule maggioritarie adottate in Italia sono stati sia il turno unico sia lo scarso disincentivo alla frammentazione partitica dentro le coalizioni.

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La durata dei governi

Ormai alla fine della XIX legislatura, possiamo valutare i risultati del lungo periodo di maggioritario (1994-2027) mostrando innanzitutto (tabella 1) il quasi raddoppio della durata media dei governi: da appena un anno nel periodo proporzionale a 1,8 anni nel periodo maggioritario, con progressione dal Mattarellum (1,5 anni) al Porcellum (2 anni), al Rosatellum (2,3 anni) ipotizzando elezioni politiche nella primavera del 2027. 

Tabella 1 – Alcuni numeri sulle diciannove legislature del dopoguerra

L’indubbio trend positivo, con un picco di durata per il governo Meloni, potrebbe però anche essere l’effetto “maggioritario” della riduzione dei parlamentari introdotta nel 2020, con il passaggio da 945 a 600 membri, e del conseguente allargamento territoriale dei collegi a vantaggio dei grandi partiti, più che del sistema elettorale in sé.

In ogni caso, il miglioramento in termini di durata del governo non sembra si possa considerare un risultato adeguato allo sforzo riformatore. L’insoddisfazione diffusa, anche nella maggioranza parlamentare, ha portato a un nuovo tentativo di riforma elettorale.

Come cambia la distribuzione voti-seggi

Ci si potrebbe chiedere: in concreto, al di là delle formule tecniche, quanto “maggioritarie” sono state le complicate leggi elettorali: quanto si discosta, a posteriori, la distribuzione dei seggi rispetto alla distribuzione dei voti?

Per dare un’idea, confrontiamo la distribuzione voti-seggi del 1992, ultime elezioni col “proporzionellum”, come l’avrebbe definito Sartori, con la distribuzione voti-seggi del 1994, quando entrò in vigore il Mattarellum.

Nel primo caso, il primo partito, col 30 per cento dei voti, ottenne il 33 per cento dei seggi (+3 punti); nel secondo caso il primo partito passò dal 21 per cento dei voti al 28 per cento dei seggi (+7 punti) mentre la sua coalizione passò dal 43 per cento al 58 per cento (+15 punti).

Chiaramente, tutti i sistemi maggioritari sperimentati hanno premiato le maggiori coalizioni, con premi massimi (figura 1) tra i 5 e i 25 punti (entrambi i valori col Porcellum). La media degli otto valori è il 12 per cento che, guarda caso, è all’incirca il premio di maggioranza massimo previsto dalla nuova riforma elettorale detta dello “Stabilicum” (dal 42 per cento al 55 per cento).

Sebbene non esista una misura univoca dell’efficacia dell’azione di governo e dell’attività parlamentare, le vicende politiche degli ultimi trenta anni ci dicono che molte distorsioni istituzionali si sono riprodotte indipendentemente dal meccanismo maggioritario in vigore e quindi forse non è lì la chiave per il rafforzamento dell’esecutivo e del legislativo.

Figura 1

Il fallimento delle riforme elettorali potrebbe essere altrove: nell’intrinseca eterogeneità delle coalizioni elettorali, formate da partiti autonomi, tra loro diversi e in competizione più o meno nascosta.

Il “numero effettivo di partiti”

Riprendendo un’analisi fatta a inizio legislatura, un modo per verificare l’ipotesi è il ricorso a un indicatore sintetico, preso in prestito dalla teoria economica della concorrenza, e noto come indice di Herfindahl-Hirschman (HHI, di solito applicato alle quote di mercato), che misura il grado di concentrazione (tra un minimo di 1/N e un massimo di 1) nella distribuzione dei voti o dei seggi tra gli N competitor (qui i partiti o coalizioni).

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Il suo reciproco, 1/HHI, variabile tra 1 e N, è una misura del “numero effettivo di partiti” (Nep) implicito nella distribuzione dei voti o dei seggi. Più è concentrata la distribuzione, più basso è tale “numero effettivo”.

Come mostra la figura 2, negli anni del maggioritario, il numero delle coalizioni effettive ha sempre oscillato tra due e tre, ma il numero effettivo dei partiti è stato massimo nella XIII Legislatura, che vide alternarsi ben quattro governi (Prodi, D’Alema 1 e 2, Amato) e minimo nella XVI (solo due governi: Berlusconi e Monti). Attualmente, il “numero effettivo di partiti” è vicino al massimo storico e, stando ai sondaggi, è destinato a salire.

Figura  2

Lo Stabilicum e il rischio pareggio

Le forme di maggioritario sperimentate (a turno unico e con basse soglie di sbarramento) hanno tutte mancato di aggredire quello che sembra l’elemento chiave della governabilità, lasciando che il numero effettivo di partiti salisse, dal 2013 a oggi, senza interruzioni.

A ben guardare, il bipolarismo appare solo come un’illusione ottica, che sparisce se si solleva l’inconsistente velo delle coalizioni.

Del resto, in un sistema politico dove le leggi elettorali durano appena una decina d’anni (contro i 60-70 anni di Francia, Germania, Canada, Usa, Regno Unito) non c’è il tempo per avviare lo sviluppo di effetti “maggioritari” di aggregazione partitica (effetto Duverger) che già si passa a un nuovo regime elettorale.

L’attuale proposta di riforma, approvata al Senato il 15 settembre e ora al voto della Camera, ha ancora una debole soglia di sbarramento al 3 per cento e un’unica tornata elettorale. Prevedere un ballottaggio avrebbe potuto, a un tempo, ridurre la necessità di creare forzate ed eterogenee coalizioni preelettorali e riportare a livello nazionale, opportunamente riformulata, l’esperienza positiva delle elezioni locali a doppio turno. Il rischio, molto concreto, di “pareggio” tra le coalizioni nelle prossime elezioni politiche potrebbe incaricarsi di produrre un “ballottaggio di fatto”, nella forma traumatica (e non necessariamente risolutiva) di un ritorno alle urne dopo pochi mesi.

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