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L’Irpef secondo il governo Meloni

L’Irpef è l’imposta più importante del nostro ordinamento. Per valutare gli effetti delle modifiche previste nella legge delega fiscale occorrerà conoscere i dettagli e le modalità di copertura. Il rischio principale è una “riforma a metà”.

La flat tax a regime

Tra le imposte che il nuovo disegno di legge delega per la riforma fiscale intende rivedere c’è ovviamente l’Irpef, l’imposta più importante del nostro ordinamento e anche il pilastro (ormai con molte ammaccature) su cui si basa la lieve progressività complessiva del nostro sistema tributario (considerando cioè, oltre all’imposizione diretta, anche l’imposizione indiretta, i contributi previdenziali e gli ormai innumerevoli regimi sostitutivi).

Nel testo della delega c’è molta enfasi sui principi di equità verticale e orizzontale. È difficile che possano essere entrambi pienamente rispettati con la struttura dell’imposta prevista sia a regime, sia nel periodo transitorio.

Si prevede, infatti, il graduale passaggio a un sistema ad aliquota unica “nel rispetto del principio di progressività”. Questo primo principio riguarda l’equità verticale, che richiede che l’aliquota media sia una funzione crescente rispetto alla base imponibile (ovvero che contribuenti più ricchi debbano pagare proporzionalmente di più rispetto a chi è più povero di reddito). Sorgono subito due osservazioni. Una imposta con un’unica aliquota e una deduzione o una detrazione uguale per tutti rispetta questo dettato. Ma non conta solo se è progressiva, conta anche quanto lo è. E sicuramente lo sarebbe di meno rispetto a oggi. Questo è un giudizio di valore, ammissibile, ma non condiviso da tutti. Ma c’è altro. Il dettato costituzionale, infatti, richiede che il sistema tributario sia progressivo nel suo complesso. Oggi la progressività complessiva (ovvero considerando l’incidenza di tutti i tributi rispetto a tutte le basi imponibili per fasce di reddito totale) è poca, e perdere il potere redistributivo di questa imposta, con tutti i suoi limiti, potrebbe comportare un sistema tributario non più in linea col dettato costituzionale. In questi termini non è più un giudizio di valore. Sempre che sia giustificabile un mondo diviso in due: dipendenti e pensionati da una parte e autonomi dall’altra.

Per perseguire l’equità orizzontale si prevede, in prospettiva, una medesima no tax area e un medesimo debito di imposta per tutti contribuenti, a parità di base imponibile, indipendentemente dalla fonte di reddito. Questo implica non solo l’applicazione, come è ragionevole, di una medesima scala delle aliquote legali, ma anche la piena convergenza delle attuali detrazioni per tipologia di lavoro (dipendente e autonomo) e per pensioni, oggi fortemente differenziate. In questo processo, che dovrebbe prioritariamente riguardare dipendenti e pensionati, è difficile che non vi siano contribuenti perdenti, a meno di non applicare per tutti il trattamento oggi più favorevole, ovvero quello dei lavoratori dipendenti, a costo però di più consistenti perdite di gettito. L’equilibrio non sarà facile, tanto più se si tiene conto anche del trattamento integrativo (l’ex bonus 100 euro), che oggi riguarda i lavoratori dipendenti sotto i 15 mila euro.

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L’imposta nel periodo transitorio

Nel regime transitorio, in attesa di un sistema ad aliquota unica, per gli autonomi si prevede di portare a regime la flat tax incrementale introdotta con l’ultima legge di bilancio per il solo 2023, che si aggiunge alla flat tax ordinaria sull’intero reddito, già a regime, per autonomi, professionisti e imprese con ricavi entro 85 mila euro.

Per i lavoratori dipendenti si pensa a un meccanismo analogo. L’applicazione di una flat tax incrementale mina la possibilità di perseguire una qualsivoglia equità orizzontale: contribuenti con lo stesso reddito in un determinato anno pagherebbero imposte differenti a seconda del reddito dell’anno o degli anni precedenti. L’aliquota marginale effettiva sarebbe inferiore alla aliquota media, relazione tra aliquote non conforme a una struttura impositiva ordinata e ragionevole. Se, come si evince dal testo del Ddl, si prevede di introdurre vincoli al reddito agevolabile (nel 2023 è in vigore una riduzione del 5 per cento del reddito di riferimento), si ottiene un sistema in cui l’aliquota marginale effettiva sull’incremento di reddito non è costante, ma crescente. A seconda poi dell’entità dell’incremento, sarebbe ancora possibile, come può avvenire oggi, che l’aliquota media sia superiore all’aliquota marginale effettiva. Come primo passo di riforma, sembra poi che il governo stia pensando, per la prossima legge di bilancio, di ridurre il numero degli scaglioni da quattro a tre, in particolare accorpando i primi due oppure il secondo e il terzo, e rimodulando nel contempo le aliquote.

La base imponibile

Il grande assente della riforma è il reddito complessivo. L’attuale erosione dell’Irpef, a favore di regimi sostitutivi, viene non solo confermata, ma anche estesa: oltre alla flat tax sul reddito incrementale, che si aggiunge a quella ordinaria, si prevede l’estensione del regime della cedolare secca agli immobili adibiti a uso diverso da quello abitativo. Qualche novità si rileva per l’imposizione dei redditi agrari: continueranno a essere soggetti all’imposta su base catastale, introducendo però la possibilità di aggiornare, ogni anno, la qualità e le classi di coltura effettivamente ottenute rispetto a quelle risultanti dal catasto. Bisognerà poi vedere se verrà o meno prorogata l’esenzione di questi redditi che dura dal 2017.

Le deduzioni dal reddito complessivo

Al fine di determinare la base imponibile, due sono le principali novità. Anche per i lavoratori autonomi, il reddito complessivo sarà considerato al netto dei contributi previdenziali, così come già avviene per i lavoratori dipendenti. In questo modo si otterrebbe, da una parte, omogeneità di trattamento, dall’altra, rispetto a oggi, un reddito complessivo minore per gli autonomi, che potrebbe tradursi in maggiori detrazioni effettive o maggiori trasferimenti o servizi, quando questi dipendono dal reddito.

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L’altra novità di rilievo è l’introduzione di una deduzione per le spese sostenute per la produzione del reddito per i lavoratori dipendenti. La stessa relazione illustrativa al Ddl delega sottolinea che “() è da tempo venuta meno la funzione della detrazione prevista per tale categoria reddituale quale riconoscimento delle medesime spese in misura forfetaria”. Gli autonomi già calcolano il reddito complessivo come differenza tra ricavi e costi.  Se lo possono fare, seppur forfetariamente, anche i lavoratori dipendenti, si garantisce maggiore uniformità di trattamento e viene meno la necessità di una specifica detrazione da lavoro. Tuttavia, una deduzione per sostenere le spese di produzione del reddito – sia pari a una quota del reddito, sia in misura fissa – garantirebbe un vantaggio fiscale maggiore per i redditi più elevati, fintanto che l’imposta è applicata su più aliquote legali. Sarebbe anche molto costosa in termini di gettito.

I rischi

Non sembra che le modifiche prospettate siano così epocali da rendere questa riforma una “Riforma” con l’iniziale maiuscola. Per valutarne gli effetti occorrerà conoscere i dettagli e le modalità di copertura.

Come abbiamo sottolineato in un altro articolo, vi è discrasia tra il breve termine e il medio termine (la fine della legislatura). Nel breve termine, la prospettiva è allargare l’applicabilità dei regimi cedolari, mentre nel medio termine vi è la volontà di passare a una flat tax per tutti. Se il passaggio finale a una vera flat tax fosse credibile, giudizi di valore a parte, l’allargamento dei regimi cedolari sarebbe solamente un passaggio intermedio. Ma è difficile che la riforma sia completata fino in fondo, per esigenze di gettito e di equità. Il rischio è di rimanere con un sistema fiscale che è il risultato di una riforma realizzata solo parzialmente, e allora sì che le iniquità e le inefficienze sarebbero ancor più messe in risalto. Probabilmente, non il migliore dei mondi possibili.

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  1. Enzo Facondi

    Scusate, voi che siete degli esperti in materia, mi sapete spiegare perché il regime fiscale del 1974 ,che prevedeva 32 scaglioni e 32 aliquote (il massimo della progressività come previsto in Costituzione) non andava bene??? Grazie.

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