Il consenso verso le politiche contro il cambiamento climatico dipende anche dalla professione svolta. Chi rischia di perdere il posto di lavoro si opporrà più spesso a queste misure. Programmi di compensazione possono aiutare l’attenzione per l’ambiente.

Tra bene pubblico globale e sacrificio individuale

La salvaguardia della stabilità del clima è un bene pubblico globale. Di conseguenza, le azioni di mitigazione del cambiamento climatico per avere successo necessitano della condivisione più ampia possibile, dato che spesso comportano costi e benefici disomogenei tra diversi gruppi sociali e diversi territori come già discusso qui. La strategia europea Green Deal approvata nel dicembre 2019 stabilisce target di riduzione delle emissioni di gas serra molto ambiziosi per i paesi della Ue e, allo stesso tempo, riconosce che alcuni settori o regioni saranno probabilmente danneggiati dalla transizione ecologica e dovranno, quindi, essere compensati. A livello micro, il consenso verso le politiche climatiche implica un trade-off tra la volontà di contribuire al bene pubblico globale, ispirata da motivazioni altruistiche, e l’interesse personale che potrebbe divergere dall’interesse comune e dall’azione collettiva portando a fenomeni di free riding tra i cittadini. Per questo motivo, alcuni recenti lavori hanno evidenziato quali sono le caratteristiche socioeconomiche che giustificano l’ampia eterogeneità tra gli individui nella loro volontà di contribuire agli obiettivi di mitigazione del cambiamento climatico, distinguendo tra fattori soggettivi (per esempio,, la conoscenza del fenomeno, la percezione del rischio climatico) e oggettivi (per esempio, l’obbligatorietà delle politiche).

Professioni e politiche climatiche

In un recente lavoro, abbiamo verificato come l’esposizione delle professioni a vari tipi di politiche climatiche adottate dai decisori politici possa tradursi in una disponibilità eterogenea da parte degli individui a sostenere le azioni a salvaguardia del clima. 

Abbiamo individuato due dimensioni per “misurare” l’esposizione delle professioni alle politiche di mitigazione del cambiamento climatico. La prima considera l’intensità delle emissioni di gas serra per professione, data la distribuzione dell’occupazione tra settori e paesi con diversi livelli di intensità di emissione. La seconda cattura l’importanza delle competenze green in specifiche professioni. L’idea è che la sicurezza del posto di lavoro degli individui impiegati in professioni ad alta intensità di emissioni possa essere messa a rischio a seguito dell’adozione di politiche ambientali rigorose, mentre i lavoratori in occupazioni che richiedono un maggior numero di competenze verdi dovrebbero aspettarsi un incremento della domanda di lavoro giustificato dal maggiore interesse da parte delle imprese di contrastare o di adattarsi alle misure ambientali.

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Utilizzando l’indagine europea sui valori sociali (ESS-8), abbiamo identificato alcune dimensioni riguardanti la conoscenza dei problemi del clima e le percezioni e attitudini rispetto a questi problemi, classificando gli individui in cinque gruppi. Inoltre, sfruttando l’eterogeneità tra i cinque gruppi di individui e la loro diversa esposizione professionale alle politiche climatiche, abbiamo stimato la probabilità di essere a favore di diverse tipologie di misure ambientali.

Conta anche la diversa percezione di sussidi, divieti e tasse ambientali

Dato che non esiste una formula magica per aumentare il sostegno pubblico alle politiche ambientali, abbiamo analizzato tre diversi strumenti di policy con diverso grado coercitivo e caratterizzati da una diversa percezione di costi-benefici da parte degli individui colpiti dalle misure. Nello specifico: l’introduzione di una carbon tax, l’erogazione di un sussidio a favore delle energie rinnovabili e l’adozione di uno standard tecnologico che vieta la vendita di dispositivi con bassi livelli di efficienza energetica. 

I risultati del nostro studio confermano che gli individui impiegati in professioni a maggiore intensità di emissioni hanno una minore probabilità di sostenere le politiche climatiche, anche se il risultato è statisticamente significativo solo per lo strumento dei sussidi “verdi”. I nostri risultati suggeriscono invece che l’introduzione di una carbon tax è sostenuta con maggiore convinzione da chi possiede un più alto livello di competenze “verdi”, dato che beneficerà di un aumento della loro domanda. 

Implicazioni per l’agenda dei governi

Una chiara e trasparente comunicazione sulle strategie politiche per affrontare gli effetti distributivi della salvaguardia della stabilità del clima diventa imprescindibile per aumentarne il consenso. Gli elettori sarebbero così più consapevoli e i governi meno propensi a manipolare la politica ambientale, se godono di un sostegno più ampio. Inoltre, individuando le competenze più richieste e adatte al progetto della transizione ecologica, i governi potrebbero disegnare misure volte a formare le competenze necessarie attraverso programmi di formazione e istruzione dedicati. Purtroppo, su questo punto l’Agenda europea delle competenze offre indicazioni ancora poco chiare e troppo generiche, al contrario di quanto avvenuto per le competenze digitali. 

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In secondo luogo, i nostri risultati potrebbero fornire una guida per i decisori politici che intendano realizzare programmi di sostegno e di compensazione (ad esempio, fornendo opportunità di reimpiego, includendo attività di riqualificazione) per i lavoratori che hanno perso il lavoro per cause direttamente o indirettamente imputabili a politiche climatiche più stringenti. È indubbio che la redistribuzione tra vincitori e vinti a seguito delle politiche green potrebbe essere costosa, anche dal punto di vista politico, a causa della presenza di: i) diversi interessi nei settori ad alta intensità energetica; ii) attori in grado di condizionare sia l’opinione pubblica che le scelte di governo; iii) sindacati, gruppi di pressione e lobby ostili a cambiamenti radicali dello status quo.

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