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La realtà virtuale della burocrazia siciliana

Obiettivi autoreferenziali e appiattimento delle valutazioni portano la pubblica amministrazione siciliana a dare un ottimo giudizio della sua attività, smentito da Corte dei conti e Tar. Una dimostrazione di più che l’efficienza non si impone per legge.

Non basta la semplificazione delle norme

La competitività del paese e la capacità di realizzare investimenti e rispettare impegni e tempi del Piano nazionale di ripresa e resilienza sembrano dipendere esclusivamente da un robusto pacchetto di semplificazioni e deroghe alla disciplina vigente, e in particolare alle norme su appalti, ambiente, urbanistica.

Eppure, l’esperienza maturata a partire dalla legge n. 241/1990 dimostra che la semplificazione normativa da sola non basta e che innestare riduzioni di termini procedimentali e modelli di attività amministrativa virtuosi su assetti organizzativi obsoleti e strutture burocratiche inefficienti non produce risultati.

Le norme nazionali e regionali, soprattutto negli ultimi anni, hanno imposto elevati standard di qualità dei servizi e delle prestazioni pubbliche e un sostanziale incremento di efficienza delle strutture burocratiche: riduzione dei tempi dei procedimenti e delle gare di appalto, deroghe alle procedure più complesse, “taglio” degli adempimenti e dei controlli preventivi più penalizzanti, adozione di sistemi meritocratici in grado di premiare i dipendenti pubblici virtuosi, disciplina del potere di sostituire strutture e funzionari che rallentano l’attività amministrativa, sanzioni per enti e burocrati inefficienti, e altro ancora.

Appare emblematico, allora, il caso della Sicilia. A diversi anni dall’adozione di queste misure, le patologie che zavorrano il sistema economico sociale siciliano si sono cronicizzate e in certi ambiti addirittura aggravate, a causa dell’incapacità di verificarne l’effettiva applicazione e attuazione.

Ciò perché l’efficienza non si può imporre per legge, ma richiede capacità di definire gli obiettivi delle politiche pubbliche, attente e costanti attività di monitoraggio e controllo e capacità di rilevare e sanzionare l’inefficienza. Obiettivi autoreferenziali e appiattimento delle valutazioni incidono, evidentemente, sulla qualità dell’attività amministrativa.

Le autovalutazioni della Regione siciliana

L’ultima relazione della Corte dei conti sulla parifica del rendiconto regionale siciliano evidenzia la mancanza di controlli affidabili sulla qualità dei servizi, sull’impatto della regolazione, sull’efficienza burocratica, e “un indiscriminato riconoscimento del livello massimo di indennità di risultato, in contrasto con il principio meritocratico”: al 96,15 per cento dei dirigenti e al 97,77 per cento del personale non dirigenziale sono stati assegnati la fascia di performance più alta e il punteggio massimo. Peraltro, queste eccellenti valutazioni, omogeneamente riconosciute alla generalità di dirigenti e funzionari, “(con conseguente percezione della cosiddetta “retribuzione premiante”) risentono del carattere non sfidante degli obiettivi” e dell’assenza di coinvolgimento delle categorie interessate dall’attività amministrativa.

La recente relazione del presidente del Tar Sicilia evidenzia “un elevato grado di inefficienza della pubblica amministrazione siciliana”, rileva che “la percezione della sua presumibile capacità di gestire i programmi di investimento oggetto, tra l’altro, del Pnrr, è tutt’altro che positiva” e delinea un apparato “incapace di onorare le proprie obbligazioni (ottemperanze), e gli elementari doveri procedimentali (silenzi e accessi)”.

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Eppure, le strutture burocratiche regionali attestano una media di conseguimento degli obiettivi pari al 93 per cento per i centri di responsabilità amministrativa e al 95 per cento per l’intera amministrazione regionale.

Ad esempio, viene certificato il conseguimento del 100 per cento degli obiettivi concernenti l’efficientamento del ciclo integrato delle acque “anche grazie ad azioni di recupero delle perdite idriche e di adeguamento degli impianti di depurazione e delle reti fognarie”. Tuttavia dall’ultimo censimento Istat risulta che in Sicilia viene sprecato il 52,5 per cento dell’acqua potabile erogata (percentuale più alta a livello nazionale), che la percentuale della popolazione coperta da un servizio pubblico di fognatura è la più bassa d’Italia, che 25 comuni siciliani (62,5 per cento del totale nazionale) e 315 mila cittadini sono privi di un servizio di fognatura, che non hanno servizi di depurazione 79 comuni siciliani (su 391) e 636.116 individui (il 13 per cento dei residenti in Sicilia).

Allo stesso modo risultano pienamente conseguiti (100 per cento) gli obiettivi in materia sanitaria: “favorire forme di erogazione delle prestazioni adeguate al nuovo contesto generato dall’emergenza Covid”, “migliorare e potenziare i servizi di prevenzione sanitaria, con particolare riguardo al recupero delle liste d’attesa”, “potenziare l’offerta di servizi sanitari e socio-sanitari integrati”.

Sulla base dei dati sul rispetto dei livelli essenziali di assistenza sanitaria, la Sicilia risulta inadempiente nelle attività di prevenzione (penultima), di assistenza ospedaliera, di assistenza domiciliare e residenziale, nelle cure palliative, e adempiente con criticità riguardo agli standard relativi alle liste di attesa, alle cure primarie, ai percorsi nascita e ad altri rilevanti profili di assistenza sanitaria.  

La Regione siciliana autocertifica anche il conseguimento del 100 per cento degli obiettivi concernenti la prevenzione dell’emarginazione sociale e della povertà, in un contesto in cui, secondo dati Istat e Openpolis, circa mezzo milione di cittadini (9,6 per cento) vive in uno stato di grave deprivazione, il 43,5 per cento della popolazione e il 65 per cento dei minori è a rischio povertà ed esclusione sociale.

Anche gli obiettivi concernenti l’assetto urbanistico e le azioni di contrasto all’abusivismo risultano conseguiti al 100 per cento, masecondo i rapporti di Ispra e Legambiente, la Sicilia è al quarto posto per cementificazione in valore assoluto, (oltre 167 mila ettari), nel territorio regionale sono stati accertati 31.981 abusi, per circa sette milioni di metri cubi di superficie, ed è stato abbattuto solo il 20,9 per cento degli immobili colpiti da un provvedimento amministrativo. Una recente analisi dell’Istituto nazionale di urbanistica sul contesto siciliano documenta poi il crescente consumo di suolo, la cura insufficiente delle parti più pregiate del territorio come quelle costiere, le rilevanti lacune delle politiche di gestione dei rischi sismico e idrogeologico e di tutela del paesaggio, la sostanziale inefficienza del sistema di pianificazione urbanistica.

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Le strutture regionali autocertificano anche il conseguimento totale degli obiettivi di riqualificazione e decontaminazione delle aree industriali dismesse (comprese quelle di riconversione), ma recentemente il presidente di Confindustria Catania ha lamentato un “grande abbandono” della Zona industriale etnea, realizzata “su un pantano” e “l’assenza di manutenzione ordinaria e cura delle emergenze”, e raccontato che alcuni imprenditori non possono entrare nelle proprie aziende durante la pioggia.

La distanza tra i risultati certificati dalla Pa e quelli percepiti dai cittadini

Questi dati consentono di cogliere la profonda distanza tra gli obiettivi e i risultati dell’attività amministrativa concepiti dalle strutture politiche e burocratiche nei fondamentali ambiti sociali ed economici e quelli percepiti dall’utenza e dalle autorità di controllo. E dimostrano che l’efficienza richiede capacità di individuare obiettivi concreti e misurabili calibrati sulle esigenze della collettività di riferimento, il coinvolgimento effettivo delle categorie interessate all’esercizio dell’attività pubblica, la capacità di superare la logica dell’adempimento, spostando il baricentro dell’attività amministrativa e dei rapporti con i privati e le categorie interessate su un piano manageriale e negoziale, e non burocratico-formale, la responsabilizzazione di strutture burocratiche e personale.

A tal fine, occorre abbandonare la logica degli obiettivi generici e discrezionali e dei criteri di valutazione auto-determinati e agganciare la performance delle pubbliche amministrazioni a parametri oggettivi, individuati attraverso la metodologia dei Lep, sulla base di indicatori e standard di efficienza condivisi e misurabili, definiti in ragione di livelli qualitativi e quantitativi di servizio, calibrati in relazione ai fabbisogni della collettività e alle caratteristiche delle strutture burocratiche.

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  1. bob

    la ciliegina sulla torta sarà l’ Autonomia differenziata, tradotta: un pratica e più comoda mangiatoia per una mediocre politica.
    Follia ennesima di un paese folle

  2. Savino

    Chiedete ai cittadini se sussiste davvero tale efficienza. Sia la politica che la burocrazia si sono chiuse nella torre d’avorio e hanno deciso di disconoscere la realtà e le sue problematiche. Chi mangia e beve bene da decenni non ha più la cognizione di quanto succede all’uomo della strada.

  3. Paolo

    Si deve considerare che tra gli obiettivi da porre in capo ai lavoratori della PA (=lavorare bene) e quelli percepiti dai cittadini (=gestire bene i beni comuni), c’è una cinghia di trasmissione fondamentale chiamata “investimenti”.
    Per riprendere gli esempi fatti sopra, il dirigente (o l’operatore) del servizio idrico può essere stakanovista ed incorruttibile quanto si vuole, ma senza investimenti nella rete idrica, le perdite non sono destinate a diminuire, e senza investimenti in nuovi impianti, la percentuale di cittadini non serviti da fognature e depuratori non è destinata a calare.
    l’assistente sociale può lavorare h24, ma senza fondi per le case popolari i senzatetto sono destinati a restare tali; il medico può rinunciare allo svago, al sonno e alla famiglia, ma senza investimenti in macchinari le liste di attesa per gli esami non saranno ridotte.
    e gli investimenti sono in costante riduzione negli anni, e soprattutto non dipendono dai dirigenti (stupisce? eppure è così) e tanto meno dai dipendenti del comparto: dipendono dai fondi stanziati con questo scopo dalla politica che governa gli enti: ad es. la manutenzione straordinaria delle strutture sanitarie può essere finanziata solo con alienazioni, donazioni e fondi trasferiti all’uopo dalla regione/stato (anche con gli avanzi di bilancio, cosiddetto conto esercizio: ma averceli vuol dire non aver erogato abbastanza sanità ai cittadini).
    allora come si può legare la retribuzione di risultato dei lavoratori, a risultati sui quali i lavoratori non possono influire? i presunti parametri “oggettivi” sarebbero quindi soltanto un modo per negare la retribuzione di risultato a tutti: semmai a quei parametri si dovrebbe legare la retribuzione dei politici, mentre le retribuzioni dei dipendenti andrebbero agganciate alla spesa del 100% delle risorse per investimento nei tempi previsti, che è l’unico aspetto di cui sono effettivamente responsabili.

    • Savino

      Sicuramente la retribuzione di risultato non deve essere percepita da tutti in modo fasullo. Sicuramente essa non deve essere percepita da chi non fa risultato e rema contro i cittadini, sputando nel piatto dove mangia. Sicuramente qualcuno nella p.a. deve farsi da parte anzichè ricattare una politica fatta da classi dirigenti deboli e non all’altezza.

    • Fabrizio B

      Gentile Paolo,
      la sua obiezione mi sembra molto autoassolutoria. E’ evidente che alcuni risultati dipendono strettamente dalle risorse disponibili. Tuttavia (e lo dico per esperienza personale anche dell’amministrazione siciliana) vorrei ricordare che:
      1) La Regione Siciliana (dati 2015) aveva 1619 dirigenti vs 1919 dirigenti delle 15 regioni a statuto ordinario
      2) Il senso del lavoro tra i dipendenti della Regione Siciliana è notoriamente debole; ancora ricordo l’episodio di una commissione nella quale, mentre il membro privato effettuava il lavoro di apertura delle buste e di verbalizzazione, il dirigente della Regione (pagato allora € 80.000 di RAL che anche adesso a Palermo permettono una vita assolutamente agiata) si addormento su una sedia.
      3) Le amministrazioni pubbliche (non solo la Regione Siciliana) risultano spesso inefficienti non solo nelle attività da loro direttamente svolte erogate ma anche in quelle in cui svolgono una semplice regolamentazione

      In conclusione finché non si riconosce che l’inefficienza della macchina pubblica è probabilmente il primo problema di questo disgraziato paese non vedo molto futuro

    • Renzo

      I politici che governano una regione (qualsiasi, a Nord come a Sud) sono espressione del voto dei cittadini. Le loro colpe, quando croniche o persistenti, sono condivise dalla popolazione che , ricordo, ha diritto di fare politica e di votare. Per fare investimenti servono i soldi quindi non si deve sprecare e si devono pagare le tasse e le multe (tutte, IVA compresa). L’illegalità, anche se spicciola, costa in termini di servizi che potrebbero essere risparmiati. Non è l’autonomia in sè il problema, ma piuttosto un tipo di autonomia che deresponsabilizza. Una regione che non sana i difetti e le inefficienze ma che continua, nonostante questi, a strapagare i propri assessori e i parlamentari, non va aiutata ma sanzionata.
      Renzo

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