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La delega c’è. La riforma fiscale è da fare

La delega fiscale approvata dal Parlamento è piena dei contenuti più vari: da affermazioni di principio altisonanti ma contraddittorie, fino a dettagli inutili e dallo scopo puramente propagandistico. Utile però l’enunciazione di alcuni principi sulle procedure del sistema fiscale.

Con l’approvazione parlamentare definitiva la riforma fiscale taglia il nastro di partenza. Porterà qualcosa di buono? La domanda è legittima perché i contenuti della legge delega sono molto oscillanti. Da un lato si segnalano affermazioni di principio altisonanti ma spesso contraddittorie. Dall’altro trovano eccessivo spazio dettagli inadeguati in una legge delega, rivolti più a ingraziarsi i destinatari che a disegnare il fisco di domani. Dall’altro ancora si presta inconsueta attenzione alla sala macchine del sistema tributario, come Cesare Cosciani avrebbe voluto per la grande riforma del 1971.

Le contraddizioni della legge

Appartengono al primo tipo, quello delle affermazioni altisonanti ma contraddittorie, una serie di indicazioni in materia di Irpef. Si sottolinea, infatti, da un lato, che il sistema è ispirato al “rispetto del principio di progressività”: ma si propone, contemporaneamente, la graduale riduzione dell’imposta stessa. Considerato che l’Irpef è oggi l’unica imposta progressiva, una riduzione generalizzata (anche se graduale) del suo peso comporta inevitabilmente una riduzione della progressività del sistema nel suo insieme. Ci si sarebbe potuti attendere, quindi, l’introduzione di una nuova imposta progressiva o un innovativo sistema di computo di qualche imposta esistente: e l’imposta sulle donazioni e successioni appariva in questo contesto come il candidato naturale. Ma così non è stato: nessuna nuova imposta progressiva viene proposta e per quella sulle successioni viene prevista una razionalizzazione, si, ma nulla di più. Considerato, infine, che la prospettiva delineata è la “transizione del sistema verso l’aliquota impositiva unica” vi è da domandarsi quale coerenza possa essere attribuita a questo insieme di impegnative affermazioni.

Altrettanto può dirsi per la soppressione dell’Irap. Se ne prevede, infatti, la cancellazione (anche se graduale) prospettandone la trasformazione in sovraimposta Ires. Facendone derivare, innanzitutto, la definitiva eliminazione per i redditi riconducibili a persone fisiche (soci di società di persone, imprenditori e professionisti) ma specificando anche che per i soggetti Ires non opera il riporto delle perdite. Vi sarebbe, cioè, per le imprese, una base imponibile Ires ordinaria abbattibile con le perdite riportate a nuovo e una straordinaria – quella cui si applica la sovraimposta – che non è scalfita dalle perdite a nuovo. Agli enti non commerciali (soggetti Ires fra i quali rientrano, fra l’altro, gli enti locali) la sovraimposta verrebbe applicata con criteri particolari non meglio specificati. Verrebbe però loro garantita l’invarianza del carico fiscale. Invarianza invece non è (più) garantita, sembrerebbe, per le imprese. Si presuppone che il gettito così raccolto possa eguagliare quello oggi attribuito all’Irap: ma si mettono le mani avanti ipotizzando, qualora così non sia, di raccogliere le risorse mancanti a carico di redditi diversi da quelli di lavoro dipendente e pensione. Posto, dunque, che le persone fisiche saranno comunque esentate, che agli enti non commerciali è garantita una “invarianza di carico fiscale”, che vi è una terza categoria di soggetti Irap (le imprese soggette a Ires) che parrebbe non godere delle medesime protezioni, non pare difficile individuare chi sarà chiamato a sopperire agli eventuali “buchi” di gettito.

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I dettagli di propaganda

Il secondo tipo di contenuti, ossia tutti quei dettagli che fanno l’occhiolino ad alcune categorie di contribuenti, è riscontrabile in numerosi interventi. Si individua, per esempio, nella “casa” un bene da tutelare. Sennonché, sul piano tributario, tutelare un potenziale produttore di reddito significa garantire a questi un minor prelievo rispetto a quello applicabile ad altre fonti reddituali. Si vuole davvero conseguire questo risultato? Non basta aver rinunciato a ogni forma di adeguamento del sistema catastale?

E ancora: la legge delega propone di ridurre gli adempimenti mediante nuove soluzioni tecnologiche e specifica che questo dovrebbe portare anche a una particolare “attenzione” (non eliminazione) di quelli scadenti nel mese di agosto. Condivisibile l’obiettivo, ma inadeguato lo strumento. C’è davvero bisogno di una disposizione di una legge delega per migliorare i meccanismi di adempimento formale e sostanziale degli obblighi tributari? E ce n’è bisogno anche per invitare il legislatore delegato non a sopprimere le scadenze agostane ma solo a farvi “attenzione”?

Bene l’attenzione alle procedure

È però il terzo tipo di contenuti quello più interessante. I meccanismi procedimentali, l’interlocuzione contribuente-fisco, la risposta ordinamentale alle violazioni e il recupero dell’imposta non versata sono temi troppo spesso trascurati che meritano, invece, la massima attenzione e che trovano – questi sì – nella legge delega un’appropriata rampa di lancio.

In particolare, la ricerca di una definizione del tributo dovuto attraverso un procedimento ex ante anziché ex post merita un po’ di coraggio pur nella consapevolezza dei rischi cui ci espone. Qui le affermazioni di principio servono eccome: come avviene nell’applicazione in via generalizzata del principio del contraddittorio fra le parti. E come, tutto sommato, trova conferma nell’estensione dell’adempimento collaborativo che consente alle imprese di più grande dimensione (ma riducibile fino a 100 milioni di fatturato) di avere una interlocuzione ravvicinata con l’Agenzia delle Entrate in tempi adeguati alle scelte imprenditoriali.

Anche l’istituzione del concordato preventivo biennale – che pure non ha dato nella precedente edizione risultati esaltanti – pare oggi, dopo il ripescaggio degli indici ISA, uno strumento meglio utilizzabile dall’Agenzia delle Entrate, tenuto conto dell’attrezzatura di cui questa oggi dispone. E ciò nell’intesa che con il relativo decreto attuativo – e con i comportamenti dell’amministrazione finanziaria – si persegua più il recupero di gettito che “la pace fiscale purchessia”. Va, infine, sottolineata la particolare attenzione agli strumenti riscossivi che la delega mette a fuoco. Si prende atto, realisticamente, della necessità di non trattare tutte le posizioni creditizie con lo stesso approccio. Quelli di più grande dimensione – e di maggior pericolo col decorso del tempo – devono essere gestiti in modo più efficace rispetto a quelli di minor importo.

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  1. Carmine Meoli

    Una delega per un fisco , equo ed efficiente ! Queste le dichiarate intenzioni della delega .Tuttavia si prescinde dai mali antichi ,quali la evasione ,la doppia tassazione del risparmio e la penalizzazione per le famiglie monoreddito !
    In un paese destinato senza interventi a divenire più piccolo , più vecchio e con meno occupati questa delega si presenta solo prociclica !!!!

    • Tommaso Di Tanno

      L’equità si fa per legge e la delega la annuncia nei principi: ma la contraddice nelle indicazioni concrete. L’efficienza, invece, non si fa con la legge ma con la gestione della PA. Qui i propositi sono ambiziosi e, tuttosommato, accettabili. Ma ne va verificata la messa in opera.

  2. f.mario Parini

    La rivoluzione fiscale, a mio giudizio, dovrebbe partire mantenendo sia queste quote fiscali ed inserendo una nuova aliquota per lo scaglione superiore ai 150000€ al 49 %. Toglierei le detrazioni per lavoro dipendente e pensionati ed introdurrei la possibilità di detrarre il 10% del reddito con spese tracciabili ( tranne quelle sia detraibili sia deducibili).Altri interventi dovrebbero essere finalizzati alla detraibilità al 50% sia delle spese di manutenzione ordinaria degli immobili sia per l’assistenza degli anziani ( a casa e nelle RSA).Infine la riduzione del denaro contante in circolazione rappresenta l’unica strada per ridurre in modo significativo l’evasione fiscale.

    • f.Mario Parini

      Siamo ali soliti interventi, forti con i deboli deboli con i forti. Il governo si guarda bene di proseguire sia alla lotta all’evasione sia ad una revisione seria fiscale .Revisione del catasto, obbligo del POS con sanzioni, revisione sia delle licenze dei taxi sia degli stabilimenti balneari. Preferisce colpire i pensionati e non si pone una domanda semplice;perchè i dipendenti pubblici dopo aver ottenuto un posto al nord vogliono il trasferimento al sud? i sindacati osteggiano le gabbie salariali…..infatti la vita al nord è parecchio cara.

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