Education at a glance, il rapporto annuale dell’Ocse, si sofferma quest’anno sull’istruzione professionale. Per l’Italia offre una analisi approfondita del settore, anche se l’inserimento degli istituti tecnici nella categoria crea un po’ di confusione.

Il rapporto dell’Ocse

Ogni anno il rapporto Education at a Glance dell’Ocse rappresenta un utile compendio delle statistiche dell’istruzione nei paesi avanzati. La struttura della pubblicazione segue uno schema fisso, anno dopo anno: si inizia con una ricognizione dei principali risultati dei vari sistemi di istruzione (titoli di studio e livelli di apprendimento); segue un focus su chi accede ai sistemi, in primo luogo gli studenti; nel terzo capitolo si discute l’ammontare di risorse investite nell’istruzione a diversi livelli; nell’ultimo, ci si concentra sulle caratteristiche degli insegnanti. Ogni anno, poi, si approfondisce un tema di interesse generale.

La versione del 2023, appena pubblicata, non fa differenza: quest’anno il focus è sull’istruzione professionale nei diversi paesi e sull’accoglimento degli studenti fuggiti dall’Ucraina a seguito dell’invasione russa, che hanno ormai raggiunto i 4,7 milioni nei paesi Ocse. Il rapporto contiene schede specifiche per ogni paese: quella sull’Italia è stata presentata il 12 settembre scorso dalla responsabile della pubblicazione, Tia Loukkola, alla presenza del ministro Giuseppe Valditara. Ci concentreremo sui contenuti di questa scheda, anche se molte informazioni relative al nostro paese erano già ben conosciute.

L’Italia e l’istruzione professionale

Andando per ordine di età, dal rapporto emerge la differenza fra la bassa frequenza dei bambini italiani ai nidi (0-2 anni) – fra quelli di due anni è appena del 13 per cento, contro il 43 per cento medio nell’Ocse – e quella alle scuole dell’infanzia (3-5 anni), che è pari all’87 per cento a cinque anni, in linea con il resto dei paesi avanzati. La diffusione dei nidi, soprattutto al Sud, è uno dei punti cardine del Piano nazionale di ripresa e resilienza, che prevede di investire 2,4 miliardi di euro in nuove strutture: nonostante le serie difficoltà dei primi bandi, il 91 per cento dei lavori è stato assegnato grazie ai poteri straordinari concessi ai sindaci. Sarà interessante verificare fra qualche anno – e la risposta non è affatto scontata – se l’incremento dell’offerta di posti saprà incoraggiare l’iscrizione ai nidi anche in quei territori italiani dove la cultura dei servizi educativi per i più piccoli stenta a decollare.

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Per quel che riguarda le risorse finanziarie investite in istruzione, il rapporto conferma come la spesa italiana sia inferiore alla media dei paesi Ocse: 4,2 per cento del Pil contro il 5,1 per cento nel 2020. Interessante è la composizione: in Italia il 30 per cento della spesa è dedicata alla scuola primaria, il 46 per cento alla secondaria e appena il 24 per cento all’università, che rappresenta il segmento tradizionalmente sotto-finanziato. La spesa per studente scolastico a tempo pieno è invece in linea con la media dei paesi avanzati: a questo costo contribuiscono, in positivo, l’elevato numero di docenti per alunno e il basso numero di ore di istruzione obbligatoria, in negativo i bassi salari degli insegnanti a tutti i livelli.

Il grosso del rapporto di quest’anno è dedicato all’istruzione e formazione professionale, Vet (Vocation Education and Training) nella locuzione internazionale. Una prima questione riguarda i confini adottati dall’Ocse, che per l’Italia includono anche gli istituti tecnici, andando oltre la definizione canonica, che dovrebbe limitarsi agli istituti professionali e alla formazione professionale a carattere regionale. Non a caso, nel rapporto si sostiene che nel nostro paese la Vet copre il 40 per cento degli studenti iscritti, contro il 23 per cento della media Ocse: se si escludessero i tecnici, saremmo poco sopra il 10 per cento. L’estensione agli istituti tecnici rende più confuso il confronto con gli altri paesi: circa la metà degli studenti, infatti, non si indirizza verso il mercato del lavoro, come accade tipicamente negli istituti professionali, ma continua gli studi all’università; inoltre, secondo i dati Pisa e Invalsi, gli apprendimenti degli studenti degli istituti tecnici sono nettamente superiori a quelli della filiera professionale in senso stretto.

Figura 1 – Quota di giovani tra i 25 e i 34 anni il cui livello di istruzione più alto ha un orientamento professionale, per livello di istruzione (2022)

Come si vede dalla figura 1, il 35 per cento dei giovani diplomati in Italia appartiene alla filiera tecnico-professionale: tuttavia solo il 55 per cento ottiene un impiego entro due anni, il dato più basso nell’Ocse: insieme alla percentuale del 28 per cento di Neet fra i diplomati, rappresenta uno degli aspetti più preoccupanti degli esiti del nostro sistema d’istruzione. Il vantaggio retributivo, rispetto a chi si è fermato al titolo di scuola media, è modesto, appena il 4 per cento, anche se destinato a salire significativamente con il tempo. Infine, solo il 55 per cento degli studenti Vet ottiene il titolo nei tempi previsti, contro il 79 per cento di chi frequenta i licei.

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Un’affermazione del rapporto, ripresa anche dal ministro Valditara, lascia perplessi: fra i giovani 25-34enni il tasso di occupazione fra chi ha frequentato un istituto tecnico o professionale è più elevato rispetto a chi ha ottenuto una laurea triennale (di qualunque genere). Messa così, può apparire che il titolo di laurea abbia scarsa utilità rispetto al diploma o alla qualifica professionale. In realtà, il confronto è fuorviante perché non tiene conto del fatto che chi dispone di un diploma ha avuto almeno tre anni in più per trovare lavoro rispetto a un laureato: occorrerebbe controllare per il tempo trascorso dall’ottenimento del titolo.

Education at a glance ha comunque l’indubbio merito di approfondire l’analisi sull’istruzione professionalizzante nei diversi paesi avanzati, in una fase in cui il nostro governo ha appena presentato un disegno di legge finalizzato a una riforma generale del settore.

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