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Nadef e Patto di stabilità: il diavolo è nei dettagli

Non sappiamo ancora quali regole saranno previste dal nuovo Patto di stabilità europeo. Quasi certamente però l’Italia non le soddisferà. Saranno necessari avanzi primari ben superiori alle stime per portare il debito su una traiettoria discendente.

I dati della Nadef

Secondo la Nadef licenziata dal Consiglio dei ministri a fine settembre, l’Italia dovrebbe chiudere il 2023 con un deficit pari al 5,3 per cento del Pil, che scenderà al 4,3 per cento nel 2024. Il rapporto debito-Pil si appiattirà invece intorno al 140 per cento nel prossimo triennio. Nel frattempo, in Europa si cerca un accordo sul Patto di stabilità, la cui sospensione dovrebbe concludersi a partire dal 2024. Indipendentemente dalla versione approvata, l’Italia sarà al di sopra delle soglie del 60 per cento del rapporto debito-Pil e del 3 per cento del rapporto deficit-Pil. Non a caso, poche ore dopo la conferenza stampa del ministro Giancarlo Giorgetti per illustrare la Nadef, lo spread è schizzato ai massimi da marzo 2023 e i rendimenti del decennale sono ormai prossimi al 5 per cento. C’è da preoccuparsi? Dipende.

Il dato sul deficit nel 2024 non è così sorprendente. Difficilmente si poteva restare all’interno dei limiti imposti da Maastricht, se si pensa alla dimensione degli esborsi fiscali negli ultimi tre anni. Tra i frequenti sussidi e l’aumento massiccio di debito per finanziarli, è normale che la bilancia dello stato rimanga negativa per qualche anno. Il Fmi stima che tra i paesi dell’Eurozona solo Cipro e Irlanda registreranno un surplus di bilancio nel 2024, mentre addirittura otto (tra cui Belgio, Francia, Germania e Spagna) dovrebbero superare la soglia del 3 per cento di deficit (figura 1) anche oltre il 2024. E l’Italia non sarà nemmeno l’unica a sforare entrambe le soglie. Difficile quindi pensare che il nuovo Patto di stabilità venga approvato senza tenere in considerazione questi dati.

Il debito non scende

Diverso è il discorso per il debito. La Nadef stima una riduzione infinitesimale, frutto in parte di previsioni molto ottimistiche. Ed è qui che dovrebbe suonare il campanello d’allarme. L’evoluzione del debito dipende principalmente da tre componenti: il saldo primario d (la differenza tra entrate e uscite, al netto degli interessi), il costo medio del debito (i) e il tasso di crescita nominale (g):

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Negli ultimi anni, la ripresa economica post-pandemica ha garantito un differenziale (i – g) negativo, consentendo di fatto al debito di ridursi automaticamente – un effetto “palla di neve” positivo. Secondo l’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb), il differenziale rimarrà negativo, pur diminuendo, fino al 2026. Tuttavia, l’aggiustamento stock-flussi(sfa), principalmente a causa dei crediti fiscali legati al superbonus, sarà positivo e pari all’1 per cento del Pil nel triennio 2024-2026, compensando l’effetto “palla di neve” e appiattendo il rapporto debito/Pil.

Con il debito che viene rinnovato a tassi più elevati, la dinamica del rapporto debito/Pil dipende in parte dalle assunzioni sulla crescita economica. La Nadef prevede una crescita reale del Pil per il 2024 dell’1,2 per cento, mentre Ocse e Commissione non sembrano così ottimiste. Prendiamo ad esempio la crescita stimata dalla Commissione (0,8 per cento): il differenziale (i – g) è naturalmente meno favorevole rispetto a quello previsto dal governo, e il disavanzo primario compatibile con un rapporto debito/Pil costante si riduce (figura 2), tanto che l’sfa necessario a evitare un aumento del debito sarebbe ben più basso di quellostimato dall’Upb. Un discorso analogo vale per le stime dell’Ocse e dello stesso Mef, molto più ottimista nello scenario programmatico rispetto al tendenziale. Solo usando le ultime previsioni del Fmi il disavanzo primario che manterrebbe il rapporto debito/Pil costante è maggiore (-1,7 per cento), prevalentemente per una stima di crescita del Pil nominale più elevata, per altro di recente rivista al ribasso.

Ripetere questo semplice esercizio per gli anni successivi imporrebbe delle assunzioni difficili da giustificare, ma il messaggio non cambierebbe. Mentre i tassi aumentano e la crescita rallenta, l’Italia dovrà iniziare a far registrare avanzi primari ben superiori alle stime per portare il debito su una traiettoria discendente.

Non sappiamo quali regole imporrà il nuovo Patto di stabilità, ma difficilmente le rispetteremo con le previsioni attuali. Considerando poi la fantasiosità delle fonti di finanziamento e l’ottimismo delle previsioni economiche, è probabile che la realtà sarà meno idilliaca di quella dipinta dal governo (si veda l’sfa, ridotto dagli introiti delle privatizzazioni). Come se non bastasse, con deficit e debito oltre le soglie di Maastricht addirittura fino al 2026 e un saldo primario insufficiente, l’Italia rischia di entrare nella cosiddetta procedura di deficit eccessivo, che le impedirebbe di accedere al Tpi (lo “scudo anti-spread”) della Banca centrale europea.

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La Nadef ha fatto parlare di sé, tra le altre cose, per valori di deficit molto elevati. Date le politiche fiscali degli ultimi anni, però, era difficile aspettarsi di meglio. Ciò che dovrebbe preoccupare è invece la traiettoria del debito: con la prossima inversione del segno del differenziale, è difficile pensare che la riduzione del rapporto debito-Pil prevista dal governo, per altro irrisoria, possa realizzarsi senza uno sforzo maggiore dal punto di vista dell’avanzo primario.

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  1. Savino

    Senza spesa elettoralistica e con un pò di accortezza sulla spesa corrente si può andare nella traiettoria giusta.

  2. Firmin

    Il Fondo Monetario Internazionale ha dedicato il terzo capitolo del suo World Economic Outlook di aprile al problema del rientro dei debiti pubblici e, a sorpresa, ha dovuto concludere che gli avanzi di bilancio NON fanno diminuire il rapporto tra debito e PIL nè nel breve nè nel lungo periodo, soprattutto nei paesi più sviluppati. Non ci viene il dubbio che la Commissione e i governi europei stiano sbagliando tutto da anni?

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