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Maratona regionali 2024: cosa dicono i numeri dopo la Basilicata

Il voto in Basilicata conferma in larga misura quanto già emerso da Abruzzo e Sardegna. Quando si presenta compatto, il centrodestra vince. Mentre il campo largo mostra tutti i suoi limiti e la situazione al centro appare in evoluzione. Cresce l’astensione.

I numeri delle elezioni regionali

Con il voto in Basilicata prosegue la maratona elettorale italiana; Anzi, con l’annuncio di Stefano Bonaccini, presidente della regione Emilia-Romagna, di candidarsi alle elezioni europee, e prevedendo senza eccessivo rischio di sbagliare una sua elezione, anche questa regione si aggiungerà a quelle che si rinnoveranno nel corso del 2024: Piemonte a giugno e Umbria in autunno. Dopo Sardegna e Abruzzo, nello fine settimana del 21 aprile è stata quindi la volta della Basilicata, dove il presidente uscente, Vito Bardi del centrodestra, è stato confermato. Cos’abbiamo imparato da questa e dalle altre tornate elettorali regionali che si sono svolte finora?

Quando si analizzano i risultati elettorali, specialmente nel nostro paese, è sempre utile porli in una prospettiva storica che non guardi troppo lontano nel tempo. Potrebbe essere fuorviante confrontare semplicemente gli esiti delle elezioni per livelli di governo diversi, sia per la differenza nei sistemi elettorali, e quindi nelle strategie elettorali di partiti ed elettori, sia perché a livello nazionale alcune dinamiche locali potrebbero non venire catturate. Come, per esempio, la presenza di liste civiche collegate ai presidenti che sottraggono voti ai partiti principali.

Per provare a minimizzare questi problemi, confrontiamo i risultati delle ultime tornate regionali sia con quelli delle elezioni nazionali del 2022 nelle stesse regioni sia con quelli delle ultime elezioni regionali del 2019, tenendo comunque ben presenti i limiti dell’operazione (tabella 1). Vale anche la pena di ricordare che, nel 2019, Azione non esisteva e che Partito democratico e Movimento 5 stelle non erano coalizzati.

Per quanto riguarda l’affluenza, le elezioni regionali si confermano meno coinvolgenti di quelle nazionali. La tendenza di un aumento dell’astensione continua, ma in misura limitata. Il dato della Basilicata, tuttavia, fissa l’asticella dell’affluenza addirittura sotto al 50 per cento. Guardando ai risultati, i crolli più eclatanti riguardano Lega e Movimento 5 stelle. Per la prima lista, è giusto notare che le tre regioni analizzate (Abruzzo, Basilicata e Sardegna) non sono certo quelle di riferimento per il partito di Matteo Salvini. Ciononostante, il confronto con i risultati di cinque anni fa (o anche solo di un anno e mezzo fa) sono impietosi.

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Discorso analogo per il partito di Giuseppe Conte, che in tutti i casi analizzati si è presentato in coalizione col Partito democratico: la sua percentuale di consensi crolla a una sola cifra. Fa (parziale) eccezione la Sardegna, dove il Movimento 5 stelle ha espresso il candidato vincente. A proposito del partito guidato da Elly Schlein, aumenta i propri consensi rispetto alle politiche 2022 solo in Abruzzo. Se però il confronto è con i dati del 2019, il Pd gode ora certamente di miglior salute.

Il centrodestra festeggia per aver vinto due regioni su tre, quelle, cioè, dove ha ripresentato i presidenti uscenti. Il centrosinistra con il Movimento 5 stelle ha invece conquistato la Sardegna, forse anche grazie a una strategia suicida dello stesso centrodestra. All’interno del quale possono esultare Forza Italia che, pur restando a percentuali ridotte, evidenza una buona crescita di consensi, e Fratelli d’Italia. La lista di Giorgia Meloni registra ovunque una leggera flessione, ma resta il primo partito italiano. In Sardegna, dove perde più voti, lo fa verosimilmente a favore della lista del candidato presidente.

Le prospettive di centrodestra e centrosinistra, con un occhio al centro

Prima di guardare al futuro, vale la pena di contestualizzare, dal punto di vista economico, le tre tornate elettorali. Tra la prima (febbraio) e l’ultima (aprile) non è certo passato molto tempo e le grandezze macroeconomiche di riferimento (inflazione, crescita, occupazione) non sono cambiate in maniera sostanziale. L’unica differenza rilevante, che a priori avrebbe potuto influenzare il comportamento degli elettori in Basilicata, è data dalla realizzazione del Documento di economia e finanza nelle scorse settimane. Il Def ha confermato la situazione di incertezza e precarietà in cui si muovono i conti pubblici e avrebbe quindi potuto avere un qualche effetto negativo sui consensi verso la compagine di maggioranza. I dati elettorali, tuttavia, non sembrano confermare questa ipotesi.

Chi è vincitore e chi lo sconfitto di queste tornate elettorali? In due casi su tre, escono con le ossa rotte le liste di centro come Azione (e Italia viva). Tuttavia, l’evidenza è ancora troppo piccola per decretare che il centro sia finito. Anzi, le recenti elezioni lucane suggerirebbero proprio il contrario, con le due liste che insieme potrebbero raggiungere, e forse superare, il 15 per cento: hanno sicuramente fornito un contributo rilevante alla vittoria del centrodestra. Merito soprattutto di Carlo Calenda che ha coinvolto in Azione l’ex presidente Pd della regione (2013-2019), Marcello Pittella. Senza dimenticare, peraltro, i buoni risultati di Forza Italia un po’ ovunque. Sarà estremamente interessante quindi capire la prospettiva delle liste di centro alle prossime elezioni europee. Dove la composizione della lista – e quindi la capacità di raccogliere preferenze – sarà fondamentale per ottenere un buon risultato.

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Per il centrodestra, paradossalmente una buona notizia arriva dalla sconfitta in Sardegna, figlia della (probabile) strategia leghista mirata a indebolire il candidato presidente sconfitto (qualcuno aveva allora sussurrato che la Lega avesse invitato al voto disgiunto). In altre parole, quando il centrodestra marcia compatto, vince facilmente.

A sinistra, il cosiddetto “campo largo” si afferma solo in Sardegna, premiando peraltro per la prima volta un candidato del Movimento 5 stelle. E mette in seria difficoltà il Pd, anche in vista delle prossime scadenze elettorali regionali: dovrà continuare a guardare verso il partito di Conte, che, come anche le cronache recenti narrano, poco fa per addolcire i propri rapporti col Pd, o ricucire verso il centro, dove Renzi e Calenda attendono con una buona dose di rivalsa? per il momento, comunque, sembrano improbabili grandi ribaltoni. A meno che un nuovo shock all’economia – o il semplice venire al pettine dei nodi di finanza pubblica – non costringano il governo a impopolari misure fiscali. Ma se ne riparlerà, certamente, dopo le elezioni europee.

Tabella 1 – Risultati elettorali regionali per regione (%)

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Il Punto

  1. Savino

    La politica non ha più lo stesso significato di tanti anni fa. E’ vista oggi solo in chiave di opportunismo, anzitutto insito nella natura della destra e, in questo, con metodi assai poco decifrabili, in-seguita dalla sinistra, che della destra è diventata la brutta (molto brutta) copia. Tutti gli altri, povera gente, sono persone impotenti e, da interessato, mi riferisco in particolare all’abbandonato popolo lucano, che ha imparato ad arrangiarsi andato via dalla propria terra e spopolandola, i quali formano quell’abbondante 50% e oltre che, rassegnato, ormai pensa che non sarà la politica a risolvere le sue difficoltà.

  2. Antonio ieraca'

    Mi pare che il dato piu’ importante sia l’astensionismo ,cioe’ la diserzione,il tenersi giustamente ,secondo me,lontano dalle urne da parte della maggioranza assoluta ,il 50,20%! Ad dato andrebbe aggiunto l’astensionismo passivo (schede nulle e bianche)…quindi possiamo quindi dire che tutte le forze elettorali insieme (maggioranza e ,per così dire,,opposizione sono minoranza assoluta !

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