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Il futuro dell’Unione, fra fiducia e dubbi dei cittadini

Secondo Macron, l’Europa deve cambiare per sopravvivere. I cittadini europei sono invece più ottimisti, in particolare quelli degli ex “paesi Piigs”. Tra gruppi sociali favorevoli e gruppi contrari a una maggiore integrazione aumentano però le differenze.

L’Europa corre rischi?

A pochi giorni dalle elezioni per il Parlamento europeo, impressiona la drammaticità e il senso di urgenza che traspare dagli interventi di alcune importanti personalità. Il presidente francese Emmanuel Macron, in un recente discorso alla Sorbona, ha insistito sui “rischi di morte” che l’Unione europea corre se non affronta tempestivamente, con riforme appropriate, le sfide generate dal nuovo scenario geo-politico. I contenuti, se non il linguaggio, del recente rapporto di Enrico Letta sul Mercato unico europeo non sono molto diversi e il rapporto di Mario Draghi sulla competitività europea, che verrà presentato a luglio, avrà toni forse ancora più accesi.

Di questa drammaticità e urgenza non vi è traccia nel dibattito politico interno nei vari paesi. In Italia, come in molti altri stati europei, complici anche i meccanismi elettorali e l’assenza di liste sovranazionali, le elezioni europee rappresentano solo un secondo round rispetto a quelle nazionali e tutto l’interesse è concentrato su questioni politiche interne. È allora forse utile saltare il dibattito politico nazionale e cercare di capire che cosa pensano del futuro dell’Unione i cittadini di diversi paesi europei, appartenenti anche a diversi gruppi socioeconomici.

Il consenso per la Ue

Un’utile fonte di informazioni è costituita dalla piattaforma Eupinions, che rileva mediante sondaggi trimestrali le percezioni dei cittadini sull’Unione europea, distinguendole in base al paese di appartenenza, all’area di residenza (urbana o rurale), all’età e al grado di istruzione. I dati sono presentati dal marzo del 2019 fino a settembre 2023, ultimo sondaggio disponibile.

Una prima domanda utile posta nella piattaforma è se, in un eventuale referendum, gli intervistati si dichiarerebbero a favore della permanenza del loro paese nell’Ue. La figura 1 riporta i risultati (pesati per la popolazione di ciascun paese) per i 12 paesi europei che hanno dato vita all’Unione monetaria nel 1999 (inclusa la Grecia, entrata nel 2001), distinguendo tra paesi “core” (Germania, Francia, Austria, Belgio, Finlandia, Paesi Bassi, Lussemburgo) e i paesi della periferia (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia, Spagna), cioè quelli che durante la crisi finanziaria del 2008-2009 venivano sbrigativamente definiti Piigs.

Distinguiamo tra i due gruppi perché in un nostro studio precedente abbiamo mostrato come gli effetti della crisi finanziaria siano stati determinanti nella formazione delle preferenze politiche di questi paesi, mentre guardiamo solo ai 12 paesi che hanno fin dall’inizio adottato l’euro perché sono istituzionalmente e politicamente più omogenei di quelli che hanno aderito alla Ue e alla Unione monetaria in un periodo successivo.

Figura 1

La figura 1 mostra una chiara maggioranza a favore della permanenza (circa il 65 per cento) in tutti i paesi. C’è anche un’interessante divergenza tra i due gruppi, con i cittadini della periferia che, a partire dalla pandemia, sono diventati ancor più favorevoli alla permanenza (il 70 per cento). Difficile immaginare che dietro questo risultato non ci siano le politiche europee varate durante il Covid, a partire dal Next Generation Eu, che hanno aiutato soprattutto i paesi della periferia. Anche per questo, il loro tasso di crescita a partire dalla pandemia è stato più elevato che nei paesi core (vedi i grafici che abbiamo raccolto nell’Appendice a questo articolo).

Le differenze tra gruppi sociali

Il dato aggregato nasconde una forte eterogeneità fra diverse fasce della popolazione (figura 2).

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Il consenso per l’Ue è molto maggiore tra le fasce giovani (sotto i 40 anni) rispetto a quelle più anziane, in particolare nei paesi della periferia, con un consenso che è cresciuto di quasi 10 punti percentuali nel periodo post-pandemico.

Lo stesso si può dire per il grado di istruzione. La percentuale dei laureati che voterebbero a favore della permanenza nell’Ue supera l’80 per cento nei paesi della periferia e il 70 per cento nei paesi core, con valori più bassi per i non laureati, soprattutto nei paesi core, dove comunque la percentuale dei favorevoli supera il 60 per cento.

Il consenso a favore dell’Ue è infine maggiore nei contesti urbani. In particolare, mentre la percentuale dei favorevoli alla permanenza è sostanzialmente la stessa tra gli “urbani” dei paesi core e i “rurali” della periferia (attorno al 65 per cento), si osserva una riduzione del consenso per la Ue tra i “rurali” dei paesi core, che passano da circa il 60 per cento di favorevoli alla permanenza nel 2021 a poco più del 55 per cento nel 2023. È probabile che dietro questa dinamica differenziata ci siano scelte effettuate dalla Ue in campo ambientale (che hanno penalizzato particolarmente gli agricoltori), nonché la decisione, presa dopo lo scoppio della guerra tra Russia e Ucraina, di aprire i mercati alla produzione agricola ucraina. 

Figura 2

Frammentazione e integrazione

Quanto sono seri i rischi di frammentazione dell’Ue paventati da Macron? Secondo il sondaggio, pochi e in calo in misura decrescente. Come si vede dalla figura che segue (figura 3), se circa il 45 per cento dei rispondenti vedeva un rischio di frammentazione dell’Ue nel 2019, la percentuale si è ridotta considerevolmente negli anni successivi, con un valore che si colloca in media al di sotto del 40 per cento alla fine del periodo. È tuttavia vero che a partire dal primo trimestre del 2022 (cioè, dalla guerra in Ucraina) la percentuale è lievemente risalita nei paesi core, pur rimanendo poco sopra il 40 per cento. Indagando più a fondo (vedi figura A.2 nell’Appendice), in linea con la dinamica delle preferenze discussa in precedenza, la ripresa è dovuta esclusivamente ai non laureati e ai rurali dei paesi core, che evidentemente hanno sofferto di più la crisi ucraina.

Figura 3

Tuttavia, il presidente francese non paventa soltanto il rischio della frammentazione. Ritiene che senza un’ulteriore integrazione, l’Ue non sia in grado di affrontare le nuove sfide politiche ed economiche, generate sia dal mutato scenario geo-politico che dal ritardo europeo nelle nuove tecnologie rispetto agli altri grandi attori internazionali (Usa e Cina). Su questo punto, le differenze tra i due gruppi di paesi diventano marcate. Come mostra la figura 4, mentre il 65 per cento dei rispondenti nei paesi della periferia sono favorevoli a una maggiore integrazione, con pochi mutamenti nel periodo considerato, nell’ultimo sondaggio lo sono solo poco più del 40 per cento dei rispondenti nei paesi core (e si trovano soprattutto fra i laureati e in aree urbane), con oltretutto una dinamica fortemente decrescente nel corso del periodo. Curiosamente, tuttavia, entrambi i gruppi di paesi sono favorevoli ad un maggior ruolo internazionale dell’Ue, con percentuali che oscillano tra più dell’85 per cento dei rispondenti dei paesi della periferia e il 75 per cento di quelli core (vedi figura A.3 nell’Appendice). 

Figura 4

A questa divergenza sulla necessità di maggior integrazione, ne corrisponde un’altra, sebbene meno accentuata, nel grado di soddisfazione nei confronti della democrazia europea. Mentre la soddisfazione appare in netta crescita nei paesi della periferia (dal 45 al 60 per cento dei rispondenti nel periodo considerato), viceversa scende lievemente nei paesi core nell’ultimo periodo, pur collocandosi sempre sopra il 50 per cento.

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A tutto ciò, corrisponde invece una convergenza nella soddisfazione nei confronti della democrazia nazionale. Mentre i cittadini dei paesi della periferia, tradizionalmente più scettici verso i propri governi e i propri parlamenti, vedono una crescita nella fiducia verso queste istituzioni durante il periodo (dal 40 a quasi il 50 per cento), quelli dei paesi core vedono una riduzione: alla fine del periodo quelli che si dichiarano soddisfatti sono al di sotto del 55 per cento. A fine periodo, dunque, i cittadini della periferia sono comunque più soddisfatti della democrazia europea e di quella nazionale, mentre per i cittadini dei paesi core il grado di soddisfazione è approssimativamente lo stesso per entrambe le istituzioni.

La fiducia nell’Ue resta forte

Per parafrasare Mark Twain, a giudicare dai risultati della piattaforma Eupinions, gli annunci di una morte imminente dell’Ue appaiono esagerati. Per quanto emergano differenze nel giudizio nei confronti dell’Unione tra i diversi paesi e i differenti gruppi socioeconomici, nessuno di questi voterebbe a maggioranza per lasciarla, se la scelta fosse sottoposta a referendum, e nessuno dei gruppi si aspetta (sempre a maggioranza) una futura frantumazione dell’Ue.

È però vero che emergono differenze, con il consenso nei confronti dell’Ue che è fortemente cresciuto nei paesi della periferia, mentre si è ridotto o è rimasto costante nei paesi core. La perdita di consenso è particolarmente evidente tra i non laureati e gli abitanti delle zone rurali dei paesi core, soprattutto a partire dalla guerra in Ucraina. Evidentemente alcune scelte dell’Unione (il green deal, il Next Generation-EU, l’apertura ai prodotti agricoli ucraini, per fare alcuni esempi), nonché i peggiori risultati economici registrati dai paesi core dopo la pandemia, hanno influito sul giudizio dell’operato dell’Unione (nonché su quello dei propri governi).

Per quanto riguarda invece i processi di maggior integrazione, le differenze tra i due gruppi di paesi, già elevate, appaiono in forte crescita. I cittadini dei paesi core sono a maggioranza contrari, mentre quelli della periferia sono a maggioranza favorevoli, con una differenza tra i due gruppi che nell’ultimo sondaggio disponibile raggiunge i 25 punti percentuali. È possibile che dietro la riluttanza dei paesi core verso le politiche di integrazione si celi in realtà la paura che richiedano maggiori trasferimenti a favore dei paesi della periferia (dopo quelli generosamente concessi durante la pandemia). A riprova, i cittadini di entrambi i gruppi si dichiarano largamente favorevoli a un maggior ruolo internazionale dell’Unione, che per essere raggiunto richiederebbe comunque una più stretta integrazione politica tra i paesi Ue. In ogni caso, la diffidenza dei cittadini dei paesi core verso forme di maggiore integrazione va tenuta in seria considerazione dai proponenti.

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  1. Savino

    Non si può continuare, dopo oltre 30 anni di inconcludente austerità, sulla falsariga di Maastricht. E’ vero che le classi dirigenti incompetenti e spregiudicate hanno sperperato facendo deficit e debito, ma ciò non può essere imputato perennemente ai cittadini comuni, con tagli ai servizi essenziali e tasse a chi ha una busta paga da mostrare. Il nuovo patto di stabilità torna indietro rispetto alla logista realistica del Next Generation. E’ troppo importante sapere chi si carica il debito comune e se uno Stato si può indebitare o meno, perchè ci sono delle misure di welfare da portare avanti che concernono calo demografico, invecchiamento della popolazione, conciliazione tra tempi di lavoro e di vita, flussi di migrazione, subentro della tecnologia, cambiamenti climatici, approvvigionamenti energetici.

  2. bob

    Vogliamo fare l’ Europa sulle fondamenta della Civiltà Romana o sulla inciviltà barbara?

  3. paolo

    Appaiono esagerate le preoccupazioni di Macron? Io non ho capito perché. Quale sarebbe il benchmark?

    Quasi la metà dei cittadini dei paesi core (che hanno maggior peso) non ne vuole sapere di maggior integrazione, pensa che sarebbe un problema e che non serva, oltre a non fidarsi delle istituzioni.

    Davvero si può ritenere al sicuro un progetto che è sostenuto da poco più di metà della popolazione?

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