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Elezioni europee: anatomia dell’affluenza

Alle elezioni europee si è registrata la crescita della partecipazione nei paesi del Nord-Ovest e dell’Est e il crollo in quelli mediterranei. L’estensione del voto a 16 anni può essere, anche per l’Italia, un antidoto al crescente disinteresse.

Il voto di giugno 2024

La partecipazione a un’elezione politica, soprattutto quando è “distante” come quella europea del 6-9 giugno 2024 per il Parlamento di Strasburgo, è un segnale pieno d’informazioni sull’umore dei cittadini.

Mai come in questo caso, infatti, si può dire che “si vota (anche) con i piedi”, dovendo recarsi materialmente a un seggio, non sempre comodo, piacevole e sotto casa. Pertanto, quando e dove la partecipazione risulta numericamente ampia, è difficile non leggervi un segnale di affezione e di sintonia dei cittadini verso le istituzioni da eleggere. Le elezioni europee si prestano a questo tipo di lettura.

La prima cosa da notare è che il tasso di partecipazione complessivo, del 51,08 per cento, non va paragonato col 50,66 per cento del 2019, ma col dato di cinque anni fa ricalcolato escludendo la Gran Bretagna. Infatti, l’uscita di Londra dall’Ue (Brexit), nel gennaio 2020, ha modificato il perimetro europeo riducendo di oltre 46 milioni il numero dei cittadini aventi diritto di voto nelle elezioni successive. Il risultato del ricalcolo è 52,43 per cento: mostra quindi che, nell’ultima elezione, non c’è stato un aumento della partecipazione ma, al contrario, una riduzione di 1,35 punti.  

In secondo luogo, come avevamo previsto alla vigilia della votazione, dentro il risultato globale, si sono riscontrati tre dati significativi: crescita della partecipazione nell’area del Nord-Ovest europeo e dell’Est, calo in Italia e nell’area mediterranea.

L’affluenza è salita nel Nord-Ovest di 1,7 punti, nell’Est di 0,34 punti mentre è scesa di oltre 7 punti nel Sud Europa: -17 punti la Grecia, -11 la Spagna, -4,8 l’Italia (tabella 1).

I giovani sono i più reattivi

Un’altra previsione che sembra trovare conferma nei risultati del voto europeo è la forte spinta che hanno prodotto le nuove generazioni.

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Nel 2024, i nuovi votanti sono stati quasi 23 milioni, pari al 6,5 per cento degli elettori. Molti paesi hanno abbassato l’età minima per votare rispetto allo standard dei 18 anni: di recente lo hanno fatto il Belgio (nel 2022) e la Germania (lo scorso anno), che oggi, con Malta (dal 2018) e Austria (dal 2007), hanno l’età minima a 16 anni. In totale, inclusa la Grecia che dal 2014 ha un’età minima a 17 anni, il peso dei paesi in cui si può votare anche sotto i 18 anni ha raggiunto un quarto del totale. In alcuni paesi come Belgio, Francia e Germania la percentuale di nuovi votanti sul totale degli aventi diritto è stata tra l’8 e il 10 per cento.

L’effetto positivo dei nuovi votanti sulla partecipazione è stato molto consistente, anche perché, nelle intenzioni di voto raccolte dall’Eurobarometro, i giovani si sono dichiarati propensi a votare in misura molto superiore alla media (64 per cento di partecipazione media attesa, figura 1).

Figura 1

La correlazione tra quota di nuovi votanti e tasso di partecipazione è risultata elevata (figura 2). C’è evidentemente un forte effetto di “trascinamento” (in rapporto di circa 1 a 8) per cui più elevata è la quota di giovani, più alta è la partecipazione complessiva al voto. Belgio (nella figura BE), Germania (DE), Malta (MT), Austria (AT) hanno tutti valori elevati e hanno tutti aperto il voto ai sedicenni.

Figura 2

Cosa sarebbe successo in Italia?

Si è parlato spesso di “voto ai sedicenni”. Si tratta, per l’Italia, di oltre 1,1 milioni di potenziali elettori, il 2,3 per cento dell’attuale elettorato.

L’effetto sull’affluenza complessiva va scomposto in due componenti. Da un lato, c’è l’effetto diretto. Se, come rilevato dall’Eurobarometro, almeno due terzi si sarebbero recati a votare, la nuova affluenza avrebbe riportato, di per sé, la partecipazione complessiva sopra il 50 per cento. Ma, come mostra la figura 2, c’è anche un effetto indiretto, una sorta di “trascinamento”: la correlazione tra nuovi votanti e tasso di affluenza (risultata molto elevata: 65,4 per cento) rappresenta in forma ridotta il legame tra un clima sociale più impegnato e partecipativo e l’affluenza elettorale.

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Immaginando anche per l’Italia l’estensione del voto ai sedicenni, la quota di nuovi votanti, inclusi i sedicenni e diciassettenni, si sarebbe collocata, all’8,3 per cento, intermedia tra quella tedesca (7,8 per cento) e quella belga (9,8 per cento) con una partecipazione complessiva stimabile (dalla regressione vista sopra) al 61 per cento, ben 11 punti sopra l’attuale.

Oltre al suo valore politico, l’allargamento della partecipazione sarebbe stato un segnale di attenzione verso una generazione molto più di altre interessata ai destini comunitari, più sensibile a vari temi sociali e più povera, sotto tanti altri aspetti, di considerazioni e soddisfazioni. Tra cinque anni ci sarà un nuovo appuntamento elettorale: c’è il tempo per rimediare.

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  1. Savino

    Italia Paese vecchio, rancoroso, lamentoso, fazioso e senza speranza, con l’interesse solo a conservare lo status quo per certe categorie e certe generazioni.

    • Renzo Ferranti

      Mi scusi, non ho capito
      Quindi?
      Cosa pensa della proposta?

  2. Enrico

    E chi ha detto che i giovani votino “meglio” degli anziani, ossia siano più informati e lungimiranti? A giudicare dai risultati dei paesi dove votano i sedicenni sembra che abbiano contribuito a far avanzare formazioni neonaziste e poco attente proprio alle tematiche di lungo periodo come l’ambiente, il welfare, la solidarietà e la sostenibilità. Non capisco perché ci voglia una patente per guidare un motorino e non per votare o candidarsi.

    • Savino

      L’interesse per queste cose deve essere un interesse al futuro e non alla protezione di quanto accumulato come, invece, fanno gli italiani.

  3. Renzo Ferranti

    Temo i ragazzi non siano pronti a 18 anni, a 16 mi sembra veramente prematuro

  4. Pietro Della Casa

    La definizione usuale del voto come “diritto” è in realtà parziale, visto che in teoria si tratta anche di una responsabilità, la quale richiederebbe il possesso di alcune capacità. Se non fosse così, daremmo il voto anche ai neonati, che non hanno certo meno “diritti” degli adulti.

    Dalla fine dell’ottocento ad oggi la platea degli aventi diritto si è estesa in Italia da una ristretta minoranza (maschile, istruita, benestante e di età superiore ai 25 anni) a tutti i cittadini che abbiano raggiunto i 18 anni. In alcuni paesi l’età è già stata ridotta a sedici. Vi è inoltre la tendenza ad estendere progressivamente il diritto di voto a cittadini stranieri residenti.

    Si tratta chiaramente della prevalenza del concetto di diritto sul concetto di responsabilità, secondo la logica dell’inclusione: non importa chi sei, cosa sai o cosa sai fare, uno vale uno e nessuno vale più di te.
    Ovviamente, come tutto ciò che è gratis e non richiede preparazione ed impegno, finisce per non valere più nulla.

    • Aspirina

      ………………..”Ovviamente, come tutto ciò che è gratis e non richiede preparazione ed impegno, finisce per non valere più nulla”……………..
      Esattamnte, come qundo all’università arrivavano i gruppi politici, i quali pretendevano il voto 27 garantito a tutti uguale. Ci aveva studiato e sapeva poteva arrivare, alla mia facoltà, ad un ottimo 26, quelli del collettivo pretendevano, in gruppo senza toccare un libro, il 27 garantito.

  5. riccardo cesari

    grazie per tutti i commenti.
    credo che l’estensione del voto ai sedicenni (che forse sono più pronti di quanto pensiamo) possa aiutare (dati alla mano) anche quella delle altre generazioni.
    una maggiore partecipazione mi pare una buona cosa, a prescindere dall’esito del voto
    Riccardo Cesari

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