La figura di Donald Trump ha certo caratteristiche peculiari. Ma il suo ritorno al potere va letto come il riflesso di trasformazioni strutturali profonde, destinate a durare nel tempo. L’ascesa della Cina nello scacchiere internazionale ha cambiato molte cose.

Podcast generato con l’intelligenza artificiale sui contenuti di questo articolo, supervisionato e controllato dal desk de lavoce.info.

Il vecchio ordine mondiale è tramontato per sempre?

La personalità stravagante, narcisistica e arrogante di Donald Trump è certamente peculiare. Tuttavia, è lecito chiedersi se la sua ascesa alla presidenza della nazione più potente al mondo non sia sintomatica di cambiamenti economici, militari e strategici profondi. Se così fosse, le sue politiche – se non la sua retorica – sono destinate a perdurare anche quando sarà uscito di scena. In altre parole, il vecchio ordine internazionale potrebbe essere finito per sempre.

Prima dello scoppio della seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti non avevano alcuna ambizione di diventare una grande potenza globale. Rimanevano un paese sostanzialmente isolazionista, volto a proteggere la propria economia, giovane e in crescita. Tanto che già nel 1872 aveva surclassato quella britannica in termini di prodotto interno lordo (Pil) ed esportazioni. Eppure, il dollaro non osava competere con la sterlina

La Seconda guerra mondiale cambiò rapidamente lo scenario. I massicci investimenti in armamenti, la costruzione della prima bomba atomica, il ruolo determinante nella sconfitta di tedeschi e giapponesi, le enormi perdite subite dagli alleati europei e il processo di decolonizzazione conferirono alla giovane potenza americana una nuova consapevolezza della propria forza e delle proprie responsabilità.

La conferenza di Bretton Woods del 1944 sancì il nuovo ordine monetario internazionale, nel quale il dollaro divenne l’unica riserva valutaria globale. La creazione del Fondo monetario internazionale e della Banca Mondiale, entrambe con sede a Washington, fu funzionale a questo disegno. Anche l’Onu – il cui statuto fu redatto a San Francisco – e la Nato – il cui trattato venne firmato a Washington – furono fortemente volute rispettivamente da due presidenti Usa, Franklin Delano Roosevelt e Harry Truman.

Il Piano Marshall in Europa e MacArthur in Giappone considerarono la ricostruzione delle economie sconfitte come un investimento per il mantenimento della pace, la diffusione della democrazia e la creazione di importanti mercati di sbocco per le merci americane.

La competizione con l’Unione Sovietica alimentò ulteriormente il desiderio statunitense di contenere il comunismo e mantenne elevate, per decenni, le spese militari in rapporto al Pil, indipendentemente dal partito al potere. L’interventismo americano non conobbe tregua: la guerra di Corea (1950-1953), quella del Vietnam (1964-1975) e numerosi interventi in Iran (1953), Guatemala (1954), Congo (1960), Cuba (1961), Cile (1973), Grenada (1983), Libia (1986), fino alla guerra del Golfo (1990), Afghanistan (2001) e Iraq (2003) furono tutti orientati alla difesa degli interessi strategici statunitensi.

Figura 1

Figura 2

La narrazione americana, tuttavia, si è sempre distinta da quella dei precedenti imperi coloniali. Come recita un’iscrizione al Memoriale della seconda guerra mondiale di Washington: “Gli americani sono venuti per liberare, non per conquistare; per ristabilire la libertà e porre fine alla tirannia”. Questo è rimasto il mantra dell’interventismo statunitense per oltre ottant’anni.

La caduta dell’Unione Sovietica rafforzò la sensazione di onnipotenza americana e la convinzione che l’allineamento ai valori liberali e capitalistici fosse inevitabile. La distensione con la Cina, avviata con l’incontro tra Nixon e Mao nel 1972 e coronata dall’ingresso di Pechino nel Wto nel 2001, avrebbe dovuto, secondo l’allora leadership americana, condurre anche l’ultimo grande paese comunista verso il benessere e la democrazia.

L’ascesa della Cina

A questo punto, qualcosa comincia a incrinarsi nelle certezze dell’amministrazione americana. Le riforme economiche promosse da Deng Xiaoping e dai suoi successori, senza paralleli cambiamenti istituzionali (indipendenza della magistratura, libertà dei media, pluralismo politico), hanno favorito una crescita impetuosa ma hanno finito per rafforzare il Partito comunista, fino al ritorno a forme di autoritarismo accentuato con Xi Jinping. Peggiore è stata la sorte della Russia, dove il caotico processo di privatizzazione non ha prodotto sviluppo diffuso, ma ha consolidato un potere oligarchico culminato nel regime putiniano. Nel frattempo, altri paesi emergenti, come India, Brasile e Arabia Saudita, hanno conosciuto una forte crescita economica senza adottare il modello americano.

Tutto ciò mette in discussione due certezze che hanno caratterizzato il secondo dopoguerra: l’assoluta supremazia economica e militare degli Stati Uniti; e l’idea che sviluppo economico e democrazia procedano necessariamente insieme.

Riscopriamo, inoltre, che una superpotenza in declino relativo può risultare particolarmente pericolosa e imprevedibile, soprattutto quando i nuovi protagonisti dell’ordine globale non condividono i valori dell’attore dominante. Ad aggravare la competizione sino-americana vi è il fatto che il modello cinese suscita crescente interesse in molti paesi terzi.

Le superpotenze non sono più solo due

Non si tratta soltanto di richiamare la “trappola di Tucidide”, riportata alla notorietà da Graham Allison, ossia la tendenza al conflitto quando una potenza emergente minaccia di sostituire una potenza egemone consolidata. Il problema è più profondo e riguarda la difficoltà strutturale di ridisegnare gli equilibri in un sistema ormai multipolare.

Ad esempio, sugli accordi sulla non proliferazione delle armi nucleari stipulati tra Stati Uniti e Urss/Russia a partire dai primi anni Settanta: dai Salt I e Salt II fino al New Start, firmato da Obama e Medvedev nel 2010, la difficoltà non riguarda soltanto la sua proroga, come vorrebbe la Russia, ma nasce dal fatto che, accanto ai due firmatari originari, oggi è emerso un terzo attore decisivo, la Cina, determinata a colmare il divario strategico e potenzialmente in grado di alterare gli equilibri globali anche attraverso alleanze variabili.

Ugualmente anacronistiche appaiono alcune clausole previste dagli accordi del Wto. In particolare, le disposizioni di Special and Differential Treatment (Sdt) consentono a diversi paesi, tra cui la Cina, di auto-qualificarsi come economie in via di sviluppo, beneficiando così di periodi di transizione più lunghi per l’adeguamento a norme quali quelle in materia di proprietà intellettuale, nonché di obblighi meno stringenti in relazione ai sussidi alla produzione.

Letti attraverso questa lente, gli avvenimenti dell’ultimo anno – dal Venezuela alla Groenlandia – non appaiono solo terribili aberrazioni, ma anche come manifestazioni di una nuova normalità. L’ascesa di Donald Trump, pur con tutte le sue peculiarità personali, va interpretata come il riflesso di trasformazioni strutturali profonde, destinate a protrarsi nel tempo.

«Il vecchio ordine non tornerà. La nostalgia non è una strategia», ha osservato Mark Carney, primo ministro canadese, intervenendo al Forum di Davos.

Lavoce è di tutti: sostienila!

Lavoce.info non ospita pubblicità e, a differenza di molti altri siti di informazione, l’accesso ai nostri articoli è completamente gratuito. L’impegno dei redattori è volontario, ma le donazioni sono fondamentali per sostenere i costi del nostro sito. Il tuo contributo rafforzerebbe la nostra indipendenza e ci aiuterebbe a migliorare la nostra offerta di informazione libera, professionale e gratuita. Grazie del tuo aiuto!