La presenza di sedi universitarie ha ripercussioni positive sui territori, ma non favorisce un processo di convergenza economica. Anzi, rafforzando i vantaggi competitivi delle province che ospitano le facoltà, amplia differenze di reddito e produttività.
L’università e lo sviluppo economico dei territori
Negli ultimi decenni, l’espansione dell’università è stata al centro delle politiche educative in molti paesi europei, Italia compresa. Ampliare l’accesso all’istruzione terziaria è stato visto come uno strumento chiave per aumentare il capitale umano, favorire la mobilità sociale e ridurre le disuguaglianze.
Ma l’università non produce solo benefici individuali. La sua presenza può influenzare in modo duraturo lo sviluppo economico dei territori che la ospitano, con effetti che si estendono, almeno in parte, anche alle aree circostanti. La domanda centrale è allora se l’espansione dell’offerta universitaria contribuisca a ridurre i divari territoriali o, al contrario, finisca per rafforzarli. Fin dall’Unità d’Italia, questi obiettivi hanno guidato successive ondate di creazione di università, rispondendo a due esigenze principali. Da un lato, estendere la “dotazione” di offerta universitaria anche alle aree tradizionalmente periferiche, consentendo l’accesso agli studi superiori a studenti che, per vincoli economici o familiari, non avrebbero potuto trasferirsi in un’altra provincia. Dall’altro lato, il sistema universitario italiano ha conosciuto nel tempo un progressivo ampliamento e una crescente diversificazione dell’offerta formativa: non solo attraverso lo sviluppo delle discipline Stem, ma soprattutto con l’espansione delle scienze sociali, pensate per rendere l’università accessibile anche a studenti privi di una formazione liceale.
Il processo di democratizzazione iniziato negli anni Settanta
In questa direzione si colloca la riforma degli anni Sessanta, che ha liberalizzato l’accesso agli studi universitari, estendendolo anche ai diplomati degli istituti tecnici, commerciali e professionali. Il processo di democratizzazione dell’università ha prodotto un forte aumento delle immatricolazioni negli anni Settanta, mettendo sotto pressione il sistema e inducendo una rapida espansione del numero di facoltà universitarie, soprattutto nelle grandi città. Dinamiche simili si sono osservate in molti altri paesi europei. Tuttavia, la mancanza di dati storici sistematici ha a lungo impedito di quantificare in modo rigoroso il contributo della nascita dell’università moderna allo sviluppo economico locale.
Il sistema universitario italiano dal 1870 al 2010
Un nostro recente articolo offre una prima valutazione degli effetti di lungo periodo della creazione del sistema universitario italiano sullo sviluppo locale tra il 1870 e il 2010. A tal fine, è stato costruito un registro storico che ricostruisce la nascita delle università e delle singole facoltà dall’Alto Medioevo fino ai giorni nostri. Questo lavoro ha consentito di creare un ampio dataset longitudinale, che misura il numero di facoltà presenti in ciascuna provincia italiana e in quelle confinanti nel periodo considerato, e che viene usato per stimare un modello di produttività locale, in cui si valuta l’effetto del numero di facoltà presenti nella provincia e in quelle limitrofe sul valore aggiunto lordo pro capite provinciale.
L’analisi econometrica mostra rendimenti economici significativi associati alla creazione complessiva di facoltà universitarie. In media, una provincia esposta nel 2001 a un’offerta terziaria pari al valore medio nazionale (circa sette facoltà, locali o situate in province confinanti) registra un livello di valore aggiunto pro capite reale superiore di circa il 2 per cento annuo rispetto a una provincia non esposta ad alcuna università. Le stime possono essere interpretate come effetti causali e non come semplici correlazioni: le università potrebbero nascere nei territori già più dinamici, e quindi osservare che le province con atenei sono più ricche non basta per concludere che sia l’università a generare sviluppo. Per affrontare il problema, teniamo conto delle differenze strutturali tra province, che restano stabili nel tempo, e rendono mediamente una più ricca di un’altra. Inoltre, sfruttiamo la distribuzione storica delle università negli antichi stati preunitari, attraverso la “dotazione iniziale” di facoltà di ciascuna provincia all’epoca dell’unificazione (1861-1870). L’eredità storica ha influenzato in modo persistente l’apertura di nuove facoltà anche dopo l’Unità d’Italia e, interagendo con la crescita nazionale dell’offerta universitaria, ci permette di distinguere l’effetto dell’università sulle economie locali da quello delle condizioni economiche preesistenti.
Rispetto alla letteratura precedente, la metodologia adottata consente inoltre di misurare con maggiore precisione l’ampiezza delle esternalità territoriali generate dalle università. In particolare, consente il calcolo di quelle che chiamiamo “esternalità nette”, ossia i benefici economici che le università nelle province vicine generano sul valore aggiunto locale, tenendo conto che la loro presenza può ridurre l’insediamento di nuove facoltà locali. In pratica, si tratta dei vantaggi delle università limitrofe al netto di questo effetto sostitutivo, così da misurare l’impatto reale delle facoltà dei territori vicini sul valore aggiunto locale.
La concentrazione dei benefici
I risultati indicano che i benefici economici dell’istruzione terziaria sono fortemente localizzati: in media, solo un terzo dei rendimenti complessivi deriva da università situate in province confinanti o prossime, mentre la quota predominante resta all’interno della provincia ospitante.
La forte concentrazione dei benefici contribuisce ad accentuare le disuguaglianze territoriali. I vantaggi economici associati alla presenza di un’offerta universitaria si addensano nei territori che la ospitano, mentre gli effetti positivi sulle aree limitrofe risultano sensibilmente più contenuti. Le province dotate di università tendono così a registrare rendimenti economici annui superiori rispetto alle esternalità che si diffondono oltre i propri confini.
Questo è riassunto nella figura 1, che, per ogni provincia, mostra due aspetti dell’impatto dell’istruzione terziaria: nel pannello (a) i rendimenti economici complessivi della provincia derivanti dalle università locali e limitrofe, e nel pannello (b) le esternalità nette generate dalle facoltà nelle province vicine. I valori del pannello (a) derivano dalle previsioni del nostro modello di produttività, che combina l’effetto delle università locali con quello delle facoltà nelle province vicine: si tratta quindi del beneficio complessivo stimato dell’istruzione superiore sul territorio. Il pannello (a) mostra la distribuzione provinciale dei rendimenti economici annuali (riferiti al 2010), in percentuale del valore aggiunto lordo (Val) pro capite locale. Nelle province periferiche prive di un’offerta universitaria propria, i rendimenti risultano molto contenuti: inferiori all’1 per cento, oppure compresi tra l’1 e il 2 per cento, grazie esclusivamente alla presenza di facoltà in territori limitrofi. Al contrario, le province con università locali o che beneficiano delle esternalità generate dai grandi poli metropolitani registrano rendimenti più elevati, fino a circa il 3 per cento. Nelle grandi aree urbane, come Milano e Roma, i rendimenti raggiungono il 3–5 per cento, mentre a Napoli superano il 7 per cento, in parte perché la provincia ospita molte facoltà e beneficia anche della presenza di atenei nelle vicine province di Salerno e Caserta.
Il pannello (b) mostra invece la distribuzione geografica delle esternalità nette annuali, calcolate sottraendo l’effetto sostitutivo delle università vicine (displacement effect) dai benefici complessivi delle facoltà limitrofe. In tutte le province le esternalità risultano non negative, indicando che i benefici superano i costi dovuti al possibile spiazzamento dell’offerta terziaria nella provincia considerata. Tuttavia, la loro entità è contenuta: nella maggior parte delle province di confine incidono per meno dell’1 per cento, mentre nelle aree intorno ai principali centri urbani si collocano tra l’1 e il 2 per cento.
Figura 1 – Distribuzione provinciale dei rendimenti stimati (effetti annuali, in % sul Val pro capite)


Fonte: nostri calcoli ottenuti utilizzando i risultati delle stime contenute in Cottini, E., Ghinetti, P. e Moriconi, S. “Keeping up with the Joneses? The rise of modern universities and local economic development in Italy”, a cui si rimanda.
Il fenomeno risulta ancora più marcato nei grandi poli universitari. Roma, con 38 facoltà, registra rendimenti locali annui stimati intorno al 4,31 per cento del valore aggiunto pro capite. Anche in questo caso, l’impatto supera ampiamente i benefici indiretti che si osservano nelle province confinanti prive di una propria offerta universitaria, come Latina (1,68 per cento) e Rieti (2,21 Per cento). Nel tempo, questa dinamica tende ad accentuare il divario di produttività tra la capitale e i territori circostanti, che già nel 2010 mostravano livelli di reddito significativamente inferiori.
Nel complesso, l’evidenza empirica suggerisce che l’istruzione universitaria, pur generando esternalità positive, non favorisca un processo di convergenza economica tra le province italiane. Al contrario, l’offerta di istruzione superiore tende a rafforzare i vantaggi competitivi dei territori che la ospitano, contribuendo ad ampliare le differenze di reddito e produttività. Dal punto di vista delle politiche pubbliche, questi risultati indicano che l’espansione dell’università non è territorialmente neutra. Una distribuzione più equilibrata dell’offerta di istruzione superiore dovrebbe quindi tenere conto non solo dell’accesso agli studi, ma anche dei suoi effetti sullo sviluppo locale, soprattutto quando le esternalità non sono sufficientemente forti da compensare la concentrazione dei benefici.
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Elena Cottini è Professoressa Associata presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore. Ha conseguito il Ph.D. in Economia presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore e un M.Sc. in Economics presso l'University College London. Ha precedentemente ricoperto posizioni presso l'Aarhus School of Business e Statistics Canada, e attualmente fa parte del comitato direttivo di AIEL (Associazione Italiana degli Economisti del Lavoro). I suoi interessi di ricerca si concentrano sull'economia della salute e del lavoro.
Professore Associato di Economia Politica presso il Dipartimento di Studi per l'Economia e l'Impresa dell'Università degli Studi del Piemonte Orientale. Ha conseguito un Dottorato di Ricerca in Scienze Economiche all'Università degli Studi di Pavia e un MSc in Economics all'Universitat Pompeu Fabra. I suoi principali interessi di ricerca sono nel campo dell'Economia del Lavoro, dell'Istruzione e della Salute, e, in generale, nella Microeconometria applicata.
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