Il rafforzamento dei mercati dei capitali è un obiettivo strategico dell’Europa, per sostenere investimenti e crescita. Resta però la diffidenza verso la Borsa. Non serve irrigidire il quadro regolatorio, va resa conveniente e sostenibile la quotazione.
La narrazione e le evidenze empiriche
Nel corso degli anni, nel dibattito economico europeo si è affermata una convinzione tanto intuitiva quanto controversa: la quotazione in Borsa indurrebbe le imprese a privilegiare il breve termine, comprimendo investimenti e innovazione. La pressione degli azionisti, l’attenzione ai risultati di breve periodo e la volatilità dei corsi azionari verrebbero tradotte in scelte manageriali miopi, con effetti negativi sulla competitività nel lungo periodo. Questa narrazione ha contribuito ad alimentare una diffidenza strutturale verso i mercati dei capitali, percepiti più come una fonte di instabilità che come un’infrastruttura dello sviluppo. La diffidenza riemerge oggi con forza proprio mentre l’Europa, nel dibattito sulla competitività rilanciato dal Rapporto Draghi, attribuisce ai mercati dei capitali un ruolo cruciale nel finanziare crescita, innovazione e transizione.
Le evidenze empiriche più recenti, tuttavia, mettono seriamente in discussione questa lettura. In particolare, l’analisi comparata tra imprese europee quotate e non quotate mostra che le società presenti sui mercati azionari, in media, investono di più e sono più reattive alle opportunità di crescita. Non solo non emerge una sistematica riduzione degli investimenti dopo la quotazione, ma si osserva una maggiore sensibilità degli investimenti alle prospettive di espansione.
Il contributo di Bogachek e coautori (2025) è particolarmente rilevante in questo contesto. Analizzando un ampio campione di imprese europee, lo studio mostra che la relazione tra quotazione e investimenti non è negativa, come spesso si sostiene, bensì positiva o neutrale. La tesi dello short-termism strutturale non trova conferma nei dati europei. Inoltre, una parte consistente delle evidenze statunitensi che sembravano supportare l’idea di miopia indotta dai mercati appare influenzata da un problema di selezione: i database sulle imprese private includono soprattutto aziende particolarmente solide e finanziariamente attive, rendendo il confronto con le società quotate distorto. Quando si tiene conto di questo bias, le differenze si attenuano significativamente.
Il punto centrale dell’analisi è metodologico, ma con implicazioni sostanziali: ciò che viene spesso interpretato come un effetto della Borsa può in realtà dipendere dalla composizione del campione osservato. Se le imprese private considerate sono, in media, più mature o più performanti della popolazione complessiva, il confronto con le quotate non è neutrale. Una volta ripristinata la comparabilità, la narrativa della miopia sistemica perde gran parte della sua forza.
Questo risultato impone di rivedere il quadro interpretativo. Se la quotazione non produce automaticamente orientamento al breve periodo, allora il problema non è la presenza dei mercati dei capitali, ma la qualità delle condizioni istituzionali in cui le imprese operano. La vera domanda diventa: come rendere la quotazione uno strumento più attrattivo e funzionale alla crescita, soprattutto per le imprese innovative e ad alto potenziale?
Da queste premesse discende una conclusione chiara per le politiche pubbliche. Se i mercati finanziari, nel loro funzionamento medio, favoriscono un’allocazione più efficiente del capitale e sostengono gli investimenti, allora l’obiettivo delle riforme non deve essere contenere la Borsa, ma favorire le Ipo, offerte pubbliche iniziali. Occorre costruire un contesto in cui l’accesso al mercato dei capitali sia percepito come una tappa naturale del ciclo di vita dell’impresa, non come un salto verso un sistema eccessivamente rigido o penalizzante.
La riforma del Testo unico della finanza
In questa prospettiva si inserisce la recente riforma del Testo unico della finanza (Tuf), che ha utilizzato la fase della quotazione come leva per rendere il mercato italiano più competitivo. L’intervento parte da un presupposto coerente con le evidenze empiriche: se la Borsa non è intrinsecamente fonte di miopia, allora occorre ridurre gli ostacoli che scoraggiano l’ingresso delle imprese sul mercato.
La riforma introduce maggiore flessibilità nella configurazione della governance al momento dell’Ipo, pur mantenendo un nucleo di tutele inderogabili a protezione degli azionisti di minoranza. L’idea è che la protezione non debba tradursi necessariamente in uniformità rigida. È possibile garantire presidi essenziali contro conflitti di interesse e abusi, consentendo al tempo stesso alle imprese di adottare assetti coerenti con la propria strategia e struttura proprietaria.
Questo approccio è perfettamente allineato con le conclusioni dell’analisi empirica: se le imprese quotate non sono strutturalmente miopi, allora non vi è ragione di irrigidire eccessivamente il quadro regolatorio per timore di un rischio sistemico. Al contrario, occorre creare condizioni che rendano la quotazione conveniente e sostenibile nel tempo, riducendo il divario tra mercato pubblico e forme alternative di finanziamento.
Un nuovo quadro istituzionale per favorire le quotazioni
Favorire le Ipo significa intervenire su più fronti lungo l’intero percorso di accesso e permanenza sul mercato.
Anzitutto, proporzionalità e adattabilità della governance. Consentire alle imprese di configurare alcuni aspetti organizzativi al momento della quotazione riduce il costo percepito dell’ingresso in Borsa e attenua il timore di perdere flessibilità strategica.
In secondo luogo, semplificazione e certezza procedurale. Tempi prevedibili e requisiti chiaramente definiti riducono l’incertezza regolatoria, che spesso rappresenta una barriera implicita alla quotazione più rilevante dei costi espliciti.
In terzo luogo, qualità dell’informazione e comparabilità dei dati. L’analisi di Bogachek e coautori mostra quanto la qualità dei dati sia decisiva per interpretare correttamente il comportamento delle imprese. Mercati efficienti richiedono trasparenza e standard informativi robusti, così da consentire valutazioni corrette del rischio e delle prospettive di crescita.
In quarto luogo, neutralità fiscale tra debito e capitale di rischio. Se il sistema fiscale incentiva strutturalmente l’indebitamento rispetto all’equity, la quotazione sarà meno attrattiva soprattutto per le imprese in fase di espansione.
Infine, sviluppo di un ecosistema finanziario profondo e liquido. Una base ampia di investitori istituzionali e una copertura adeguata da parte degli analisti migliorano la formazione dei prezzi e abbassano il costo del capitale nel tempo.
Per l’Europa, la lezione è particolarmente rilevante. Il rafforzamento dei mercati dei capitali è un obiettivo strategico, ma nel dibattito pubblico permane una diffidenza verso la finanza di mercato, spesso alimentata dalla narrativa della miopia. Le evidenze empiriche suggeriscono invece che, in presenza di un adeguato quadro istituzionale, i mercati azionari possono sostenere investimenti e crescita.
La Borsa non è il problema della crescita europea. La vera sfida è migliorare il funzionamento dei mercati e creare condizioni favorevoli alle quotazioni. Favorire le Ipo non è una concessione alla finanza, ma una scelta di politica economica coerente con l’obiettivo di rafforzare innovazione, competitività e sviluppo di lungo periodo.
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Olga Bogachek è Assistant Professor di Contabilità presso la Libera Università di Bolzano. Ha conseguito un Dottorato in Economia e Finanza presso la Bocconi, e BSc/MSc in Matematica e un MBA presso l'Università Lobachevsky in Russia. Vanta una significativa esperienza in Intel (Stati Uniti e Russia) nei settori risk & compliance, distribution finance e IT strategic finance. I suoi interessi di ricerca riguardano l'analisi testuale delle disclosure aziendali, i giochi strategici in revisione contabile e gli impatti economici dell'intelligenza artificiale generativa. Ha pubblicato su Review of Accounting Studies, Journal of Business Finance and Accounting e Journal of Risk Research.
Massimiliano Bonacchi è Professore Ordinario di Economia aziendale presso la Libera Università di Bolzano. È stato Visiting Professor presso INSEAD, la New York University – Stern School of Business e il Baruch College (City University of New York).
Ha conseguito il dottorato di ricerca presso l’Università di Firenze, dove ha svolto attività di ricerca fino al 2006. Successivamente è stato Professore Associato di Economia aziendale presso l’Università di Napoli Parthenope fino al 2015.
Le sue principali aree di ricerca riguardano la comunicazione finanziaria volontaria e obbligatoria, l’ESG reporting e la misurazione delle performance aziendali. I suoi lavori sono stati pubblicati su prestigiose riviste internazionali, tra cui Review of Accounting Studies, Contemporary Accounting Research, European Accounting Review, Journal of Business Finance & Accounting, Accounting Horizons e Corporate Governance: An International Review.
Giovanni Strampelli è Professore ordinario di diritto commerciale e Direttore del Dottorato di ricerca in Studi giuridici presso l’Università Bocconi di Milano. Svolge attività didattica e di ricerca nei principali ambiti del diritto dell’impresa e dei mercati finanziari, con particolare riferimento al diritto societario, al diritto contabile, al diritto fallimentare e alla regolamentazione dei mercati mobiliari. I suoi lavori sono stati pubblicati su riviste internazionali, tra le quali la Washington and Lee Law Review, il Journal of Corporation Law, la Virginia Law & Business Review, la Harvard Business Law Review, la European Business Organization Law Review, nonché su molte delle principali riviste italiane quali la Rivista delle Società, Banca Borsa e Titoli di Credito, Giurisprudenza Commerciale e la Rivista di Diritto Civile. È autore di numerosi contributi in volumi collettanei e di due monografie. È stato visiting scholar presso numerosi istituti di ricerca e università, tra cui il Max Planck Institute for Tax Law and Public Finance di Monaco di Baviera, il Max Planck Institute for Comparative and International Private Law di Amburgo e l’Università di Oxford.
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