La riduzione delle accise è uno strumento rapido e visibile per intervenire sui rincari di carburante dovuti a una crisi. Ma i risultati possono cambiare da territorio a territorio. Molto dipende dal contesto concorrenziale in cui la misura viene applicata.
Quando l’intervento sulle accise è efficace
Nel dibattito sul taglio delle accise sui carburanti, l’attenzione si è concentrata soprattutto su tre aspetti: il costo per la finanza pubblica, la capacità della misura di sostenere famiglie e imprese e la sua scarsa selettività rispetto al reddito dei beneficiari (altri approfondimenti qui, qui e qui). Per valutare questi aspetti è però essenziale capire quanta parte dello sgravio fiscale arrivi effettivamente ai consumatori sotto forma di prezzi più bassi. Se il trasferimento è incompleto, il costo per lo stato può essere molto diverso dal beneficio ottenuto da chi acquista carburante. La distanza può dipendere da fattori che il legislatore non controlla direttamente, ma che incidono in modo sostanziale sull’effetto finale della misura, come le condizioni di concorrenza nei mercati locali della distribuzione.
Il tema è tornato di attualità con il recente aumento dei prezzi del petrolio legato al conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran, e l’intervento del governo italiano sulle accise. Una misura simile era già stata adottata nel 2022, dopo l’invasione russa dell’Ucraina. La logica è intuitiva: se si riducono le imposte, il prezzo alla pompa dovrebbe scendere rapidamente, offrendo sollievo a famiglie e imprese. Ma l’esito, spesso dato per scontato nel dibattito pubblico, richiede che il taglio fiscale venga effettivamente trasferito ai consumatori, invece di fermarsi almeno in parte lungo la filiera.
Cosa è successo nel 2022
Per capire quanto ciò avvenga davvero, analizziamo il taglio delle accise introdotto in Italia nel marzo 2022. Usiamo dati amministrativi giornalieri sull’universo pressoché completo delle stazioni di servizio e confrontiamo l’andamento dei prezzi in Italia con quello osservato, negli stessi giorni, in Spagna e Germania. In pratica adottiamo una strategia di difference-in-differences: osserviamo come cambiano i prezzi in Italia prima e dopo il taglio e confrontiamo questa variazione con quella registrata nei due paesi di controllo, che in quel momento non avevano ancora introdotto misure analoghe. Questo consente di attribuire con maggiore credibilità le differenze osservate proprio alla riduzione delle accise. Inoltre, grazie alla localizzazione precisa di ogni impianto, possiamo misurare il grado di concorrenza locale in modo molto semplice: contiamo quante altre stazioni, entro un raggio di 10 chilometri, vendono lo stesso tipo di carburante.
Il primo risultato è che il taglio delle accise si traduce solo parzialmente in prezzi più bassi. In media, circa il 76 per cento della riduzione fiscale arriva effettivamente ai consumatori. Detto altrimenti: per ogni euro di minori imposte, solo 76 centesimi si trasformano in uno sconto alla pompa. Il resto non si traduce in un beneficio immediato per chi acquista carburante. Già questo basta a mettere in dubbio l’idea, molto diffusa, che un taglio delle accise si trasferisca automaticamente e integralmente sui prezzi finali.
Ma il punto forse più interessante è che la trasmissione non è uguale ovunque. La media nazionale nasconde differenze marcate tra mercati locali. Dove una stazione di servizio ha pochi concorrenti vicini, il trasferimento del taglio fiscale è sensibilmente più basso e si ferma intorno al 65 per cento. Dove invece i concorrenti nel raggio di 10 chilometri sono molti, sale fino a circa l’80 per cento. In altre parole, la stessa misura fiscale produce effetti molto diversi a seconda del contesto concorrenziale in cui viene applicata.
Figura 1: pass-through per decile del numero di concorrenti entro 10 km

La figura mostra proprio questo: il trasferimento del taglio fiscale cresce in modo abbastanza regolare passando dalle stazioni con pochi concorrenti vicini a quelle inserite in aree con più distributori. Non basta quindi conoscere l’ammontare del taglio delle accise per capire quanto si ridurrà il prezzo alla pompa; bisogna anche chiedersi in quale struttura di mercato quel taglio va a inserirsi. Questo è il punto centrale per il dibattito attuale: l’efficacia di una misura nazionale dipende in modo sistematico da condizioni locali molto eterogenee.
Lo stesso sgravio, ma effetti diversi
Le implicazioni sono abbastanza chiare. Le riduzioni delle accise sono uno strumento rapido, visibile e politicamente comprensibile, ma non per questo sono uno strumento preciso. Se una parte del beneficio viene assorbita dai distributori, e se accade soprattutto dove la concorrenza locale è più debole, allora il costo per la finanza pubblica non coincide con il beneficio effettivo per i consumatori. Uno sgravio identico sulla carta può produrre effetti molto diversi nella realtà.
C’è poi una questione distributiva, ma va trattata con cautela. Le accise sui carburanti sono spesso considerate regressive se valutate rispetto al reddito corrente. È però una conclusione che può attenuarsi se si guarda al consumo o alle risorse nell’arco della vita, invece che al reddito di un solo anno. Anche per questo, l’idea di rendere questi interventi più mirati può essere condivisibile in linea di principio, ma è molto difficile da valutare in astratto: gli effetti dipendono in modo cruciale da come il targeting verrebbe concretamente disegnato. Il nostro risultato aggiunge però un punto preliminare, che vale comunque. Prima ancora di stabilire chi benefici di più del taglio, bisogna chiedersi quanto del taglio arrivi davvero ai consumatori. Se il trasferimento è solo parziale, e varia anche con il grado di concorrenza locale, una parte delle risorse pubbliche rischia di disperdersi indipendentemente dal profilo redistributivo che si vorrebbe ottenere.
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Giacomo Brusco è Assistant Professor di Economia presso l’Università di Barcellona e ricercatore presso l’Institut d’Economia de Barcelona (IEB). Il suo lavoro si colloca nell’ambito dell’economia pubblica, con particolare attenzione all’incidenza fiscale, all’evasione fiscale e al ruolo dell’amministrazione tributaria. La sua ricerca combina dati amministrativi ed esperimenti sul campo per studiare come le imposte influenzano il comportamento di imprese e consumatori.
Andrea Tulli è Assistant Professor di Economia Pubblica presso l’Università di Tubinga. Ha conseguito il dottorato in Economia presso l’Università di Warwick e ha svolto attività di consulenza per istituzioni nazionali e internazionali, tra cui GIZ e le Nazioni Unite.
La sua ricerca si concentra sui mercati degli appalti pubblici, sull’incidenza della tassazione e sugli effetti dell’infiltrazione della criminalità organizzata nell’economia legale, analizzando come queste dimensioni influenzino la performance delle imprese e la distribuzione del carico fiscale tra diversi gruppi di contribuenti.
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