La prima volta di Kevin Warsh da presidente Fed segna una rottura con due decenni di politica monetaria. Nel tentativo di rafforzare consenso e leadership, vengono ridimensionati forward guidance e proiezioni, che prima erano al centro della strategia.
Il debutto di Warsh alla guida della Fed
Il 17 giugno la Federal Reserve ha lasciato invariati i tassi al 3,50-3,75 per cento, quarta pausa consecutiva. La decisione, approvata all’unanimità dai dodici membri votanti del Fomc (Federal Open Market Committee), era ampiamente attesa dai mercati, nonostante un’inflazione che permane sopra il target da oltre cinque anni e che, nel primo trimestre del 2026, è tornata ad accelerare, con il core Pce salito dal 2,6 al 4,4 per cento.
La vera novità non è stata però la decisione sui tassi, bensì il debutto di Kevin Warsh come diciassettesimo presidente della Fed e il nuovo corso che ha immediatamente inaugurato: comunicato più breve, abbandono della forward guidance, esclusione del presidente dall’esercizio delle proiezioni economiche (Sep) e cinque task force incaricate di riesaminare aspetti fondamentali della strategia della banca centrale.
Meno informazione, più consenso
Il comunicato della riunione colpisce più per ciò che non dice che per ciò che dice. Rimane la descrizione del presente: l’attività economica “cresce a ritmo solido” e l’inflazione “resta elevata”. Scompare invece il futuro: il probabile percorso dei tassi, la valutazione dei rischi e il grado di incertezza che circonda lo scenario macroeconomico.
La scelta non è irrilevante. Nella riunione precedente proprio il linguaggio sulle prospettive della politica monetaria aveva prodotto quattro voti contrari. Eliminando il riferimento al futuro, viene meno anche il principale terreno di dissenso. L’unanimità ha però un costo: meno informazione. Se il comitato rinuncia a discutere pubblicamente il percorso futuro della politica monetaria, diventa inevitabilmente più facile convergere su un testo comune. Ma la riduzione del dissenso coincide con una riduzione dell’informazione fornita a mercati, famiglie e imprese.
Non sorprende quindi che il voto sia stato unanime. Il comunicato si limita in larga misura a descrivere lo stato corrente dell’economia sulla base dei dati disponibili. L’unica affermazione sul futuro è l’impegno del comitato a mantenere la stabilità dei prezzi, un obiettivo sul quale nessun membro del Fomc potrebbe ragionevolmente dissentire. Una volta eliminato il dibattito sul percorso necessario per raggiungerlo, l’unanimità diventa quasi inevitabile.
Si tratta con ogni probabilità una scelta strategica di Warsh. Nella sua prima riunione da presidente, un voto unanime contribuisce a consolidarne la leadership e a proiettare l’immagine di un comitato compatto attorno alla nuova guida della Fed. Del resto, per un presidente arrivato alla carica dopo una nomina controversa e un dibattito pubblico particolarmente acceso, mostrare unità interna rappresenta un obiettivo naturale, come ho spiegato in un altro mio articolo su lavoce.info.
Il problema è che l’unanimità del comunicato non implica necessariamente unanimità di vedute. Come mostrano appunto le Sep, le Summary of Economic Projections, il dissenso non è scomparso: è semplicemente diventato meno visibile.
Figura 1 – Valutazione dei rischi nelle Sep di giugno 2026 rispetto a marzo 2026 (linee tratteggiate)


Le Sep suggellano il contrasto tra l’unanimità del comunicato e la pluralità di vedute all’interno del Fomc. A giugno, quasi tutti i partecipanti continuano a vedere rischi al rialzo per l’inflazione, mentre quelli per attività economica e disoccupazione appaiono molto più bilanciati rispetto a marzo (figura 1). Non sorprende quindi che il sentiero mediano dei tassi venga rivisto al rialzo. Per il comitato l’inflazione resta il rischio dominante e ciò rende appropriata una politica monetaria più restrittiva.
I mercati, il comitato e il presidente
I mercati hanno reagito proprio alle Sep, aumentando la probabilità attribuita a un rialzo dei tassi entro fine anno. La Fed ha eliminato dal comunicato gran parte dell’informazione sul futuro e sui rischi che gravano sul suo duplice mandato, ma gli operatori hanno continuato a cercarla altrove. Ironia della sorte, l’hanno trovata proprio nei dot plot delle Sep che Warsh aveva appena liquidato in conferenza stampa come proiezioni scritte “a matita con una grande gomma”, facilmente modificabili alla luce di nuovi dati. Eppure, è stato proprio quello strumento, che il nuovo presidente considera poco informativo, a fornire ai mercati il principale segnale della riunione.
Ma c’è dell’altro. Warsh ha scelto di non presentare le proprie proiezioni nelle Sep, nel tentativo di ridimensionarne il ruolo. I mercati hanno fatto l’opposto: hanno ignorato il presidente e seguito il comitato. Non esattamente il segnale di leadership e controllo che Warsh avrebbe voluto trasmettere.
Il risultato finale, a sorpresa, pende dalla parte dei falchi. Il primo Fomc dell’era Warsh ha provocato un rialzo della curva dei tassi e un aumento della probabilità attribuita dai mercati a ulteriori strette monetarie. Non proprio il messaggio che la Casa Bianca sperava di ricevere dalla nuova Fed.
Ironia del destino? Semmai ironia della scienza economica. Mercati, famiglie e imprese non sono interessati soltanto alle condizioni economiche correnti, ma soprattutto a come la banca centrale reagirà ai futuri scenari economici. È precisamente per questo che, dagli anni Novanta in poi, la ricerca economica e la pratica delle banche centrali hanno attribuito un ruolo crescente alla comunicazione della funzione di reazione, alle proiezioni macroeconomiche e alla forward guidance. Ridurre queste informazioni può facilitare il raggiungimento del consenso interno nel breve periodo, ma rischia di indebolire uno dei principali canali attraverso cui la politica monetaria influenza l’economia.
Il rifiuto della forward guidance
La logica di Warsh è semplice. Se i mercati si limitano a incorporare ciò che comunica la Fed, i prezzi cessano di contenere informazione indipendente. Meglio, quindi, che seguano i dati, non la banca centrale.
L’argomento confonde due problemi distinti. Una cosa è l’informazione sui fondamentali dell’economia; un’altra è l’informazione sul modo in cui la banca centrale reagirà a quei fondamentali. Sul primo fronte, mercati e previsori privati spesso sanno quanto, o talvolta più, della Fed. Non a caso le loro previsioni macroeconomiche divergono spesso da quelle del Fomc.
La forward guidance non serve a dire ai mercati cosa pensare dell’economia. Serve a spiegare come l’Fomc – che è un organo collegiale complesso chiamato a decidere i tassi di interesse – intenda reagire ai diversi scenari macroeconomici. I dati sono pubblici; la funzione di reazione della Fed no.
Fed collegiale o one-man show?
Se il primo Fomc dell’era Warsh sembra aver rafforzato il ruolo del comitato rispetto a quello del presidente, nel lungo periodo potrebbe accadere l’opposto. Se il dibattito sui rischi, sugli scenari alternativi e sul probabile sentiero dei tassi verrà espunto dalla comunicazione ufficiale, mentre le Sep vengono ridimensionate o abbandonate, il ruolo collegiale del Fomc inevitabilmente si affievolisce.
Le divergenze tra i membri non scompaiono; diventano semplicemente meno osservabili. In compenso cresce il peso del presidente nel definire e spiegare la posizione della banca centrale. L’effetto finale potrebbe essere una Fed meno collegiale, meno trasparente e più dipendente dalle valutazioni del suo vertice.
Con quali rischi? La collegialità non serve soltanto a migliorare la qualità delle decisioni, ma protegge anche la banca centrale dalle pressioni politiche esterne. Quando la politica monetaria appare come il prodotto di un comitato, è più difficile influenzarne l’orientamento dall’esterno.
Vi è poi un secondo rischio. Una maggiore concentrazione del potere decisionale aumenta la probabilità che errori di valutazione individuali diventino errori dell’intera banca centrale. La storia della Fed offre un precedente significativo: l’era Greenspan, celebrata per la credibilità del suo presidente, è stata successivamente criticata per aver contribuito ad alimentare gli squilibri finanziari che avrebbero preceduto la grande crisi finanziaria.
I rischi del great reset
La svolta di Warsh equivale a un great reset che potrebbe riportare la Fed verso pratiche precedenti all’era Ben Bernanke, l’ex presidente della Fed premio Nobel dell’economia, tra i più influenti studiosi di politica monetaria. Il cambiamento arriva però in un momento particolarmente delicato: l’inflazione resta sopra il target da oltre cinque anni, le Sep non ne prevedono il ritorno al 2 per cento prima del 2029, il debito pubblico continua a crescere e le pressioni politiche sulla banca centrale rimangono elevate.
Per quasi due decenni la Fed ha operato all’interno di un framework fondato su ampia trasparenza, uso sistematico delle proiezioni e gestione delle aspettative. Non erano dettagli tecnici, ma il riflesso di un ampio consenso maturato nella ricerca economica e nella pratica delle banche centrali, di cui Bernanke è stato uno dei principali artefici.
Le banche centrali devono mettere continuamente in discussione i propri strumenti e strategie. Ma l’ultima revisione dello Statement on Longer-Run Goals and Monetary Policy Strategy si è conclusa meno di un anno fa. Se quel framework richiede già oggi un ripensamento così radicale, sarebbe utile capire quali nuove evidenze lo rendano necessario.
Se questo è il grande reset di Warsh, si tratta, quindi, di una scommessa audace: ridimensionare strumenti che hanno definito la moderna pratica delle banche centrali per tornare verso modelli che la storia ricorda soprattutto per le loro conseguenze. La Fed di Greenspan lasciò in eredità una delle più gravi crisi finanziarie della storia recente; quella di Arthur Burns contribuì alla grande inflazione. Non è ancora chiaro dove Warsh voglia arrivare. È invece molto chiaro ciò che sta lasciando alle spalle.
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È professore di economia all'Istituto Universitario Europeo e Research Fellow del Centre for Economic Policy Research (CEPR). Ha lavorato per 11 anni alla Federal Reserve Bank di Chicago, prima come economista e poi come direttore esecutivo del Center for Applied Macroeconomic Research. È stato Research Fellow presso la Banca dei Regolamenti Internazionali, Wim Duisenberg Fellow alla Banca Centrale Europea e Houblon-Norman Fellow alla Banca d’Inghilterra. È editore associato del Journal of Applied Econometrics e del Journal of Monetary Economics. È redattore de lavoce.info.
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