Quale ruolo può avere lo sport nel favorire l’inclusione sociale? Può essere un’importante occasione di integrazione, ma solo a patto che i programmi siano progettati tenendo conto delle disuguaglianze che emergono anche all’interno del campo da gioco.
Lo sport per favorire l’inclusione sociale
L’idea che l’attività sportiva contribuisca a creare relazioni, rafforzare la fiducia e facilitare l’integrazione è ampiamente diffusa. Ma vale per tutti allo stesso modo?
Per rispondere a questa domanda abbiamo analizzato un progetto promosso nel 2017 dalla squadra professionistica Dolomiti Energia-Aquila Basket Trento e finanziato dall’Unione europea, nell’ambito dell’approccio sport for development. Il programma coinvolgeva richiedenti asilo ospitati nel sistema di accoglienza trentino e aveva l’obiettivo di utilizzare il basket come strumento di socializzazione e incontro con la comunità locale.
Il progetto
Per molti richiedenti asilo il viaggio non termina con l’arrivo in Italia. L’attesa della decisione sulla domanda di protezione internazionale può durare mesi, spesso in condizioni di isolamento sociale e con poche opportunità di entrare in contatto con la comunità locale. È il contesto in cui, all’indomani della crisi migratoria del 2015, è nato il progetto Basketball: A World in a Word.
L’obiettivo era semplice, ma ambizioso: trasformare il campo da basket in uno spazio di socializzazione, collaborazione e incontro tra richiedenti asilo e comunità locale. La sfida era capire se lo sport riuscisse davvero a offrire queste opportunità e se le offrisse a tutti nello stesso modo. Per valutare gli effetti dell’intervento, in un nostro lavoro, abbiamo utilizzato strumenti di social network analysis, seguendo per cinque mesi l’evoluzione delle relazioni sociali di diciannove partecipanti, cercando di capire chi abbia tratto maggior beneficio dal programma e in che modo.
Nuovi legami, legami deboli
I risultati mostrano che il progetto è stato particolarmente efficace nel favorire la nascita di nuovi contatti tra i partecipanti, quelli che i sociologi definiscono weak ties, o legami deboli. Al termine dell’intervento, le reti di conoscenza reciproca e di contatto telefonico erano diventate significativamente più dense. Tutti i partecipanti risultavano inseriti in un’unica rete di comunicazione, senza casi di isolamento.
Cinque mesi di allenamenti bisettimanali, tuttavia, non sono stati sufficienti per favorire la formazione di amicizie più strette. Il programma ha quindi funzionato soprattutto come una piattaforma di incontro e socializzazione, mentre la costruzione di legami più profondi avrebbe richiesto tempi e condizioni che andavano oltre quelli dell’intervento.
Le gerarchie nascoste del campo
Un aspetto particolarmente rilevante riguarda il fatto che i benefici relazionali non sono stati distribuiti in modo uguale tra tutti i partecipanti. Il campo da gioco, infatti, non si è rivelato uno spazio completamente neutrale. Due fattori hanno avuto un ruolo particolarmente importante nel determinare chi riusciva a costruire più relazioni e chi rimaneva ai margini.
Il primo riguarda la somiglianza culturale (omofilia). I partecipanti tendevano più facilmente a creare legami con persone che condividevano religione, lingua madre o paese di origine. Nonostante il progetto fosse pensato per favorire il contatto tra gruppi diversi, la tendenza a cercare relazioni con persone percepite come più simili è rimasta un elemento rilevante.
Il secondo è il capitale sportivo. Con il passare del tempo, le abilità cestistiche hanno assunto un peso crescente nelle dinamiche relazionali del gruppo. I giocatori considerati più bravi dai compagni e dagli allenatori sono diventati più popolari e più attivi nel creare nuove relazioni, trasformando così le proprie competenze sportive in una risorsa sociale.
Un ponte verso la comunità locale
Abbiamo inoltre esaminato se i benefici ottenuti all’interno del progetto si siano estesi alla vita quotidiana dei partecipanti. I risultati suggeriscono che il programma abbia contribuito ad ampliare la rete di relazioni con cittadini italiani rispetto al gruppo di controllo formato da richiedenti asilo che non avevano preso parte all’iniziativa.
L’effetto è risultato particolarmente evidente tra coloro che avevano costruito più relazioni all’interno del gruppo di basket. Le competenze sociali e la fiducia sviluppate durante il progetto sembrano quindi aver facilitato, almeno in parte, l’ingresso in reti sociali più ampie all’interno della comunità locale.
Quali insegnamenti per il futuro?
I risultati suggeriscono di superare l’idea ingenua che la semplice partecipazione sportiva, nell’ambito di programmi che utilizzano lo sport come strumento di inclusione, produca automaticamente integrazione. Gli ambienti competitivi possono infatti riprodurre gerarchie e disuguaglianze già presenti nella società.
Per evitare che i partecipanti più vulnerabili rimangano esclusi dai principali benefici dell’intervento, è opportuno adottare strategie educative e organizzative che riducano l’enfasi sulla competizione e sostengano maggiormente chi possiede minori competenze sportive o caratteristiche meno condivise all’interno del gruppo.
Lo sport può dunque rappresentare un’importante occasione di integrazione, ma solo se i programmi sono progettati tenendo conto delle disuguaglianze che possono emergere anche all’interno del campo da gioco.
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Alejandro Ciordia è sociologo politico e ricercatore postdottorale presso il Maastricht Sustainability Institute dell'Università di Maastricht (Paesi Bassi). Ha conseguito il dottorato in Sociologia e Ricerca Sociale presso l'Università di Trento nel 2020; in seguito ha ricoperto posizioni postdottorali presso l'Università Autonoma di Barcellona e la Scuola Normale Superiore a Firenze. I suoi interessi di ricerca riguardano la società civile organizzata, i movimenti sociali e la transizione socio-ecologica, con un approccio basato su metodi misti e analisi delle reti sociali. Ha pubblicato articoli su riviste internazionali di scienze sociali, tra cui Social Forces, Social Networks, Politics & Governance, Voluntas e Mobilization.
Cristiano Vezzoni è professore di Sociologia Politica presso il Dipartimento di Scienze Sociali e Politiche dell’Università Statale di Milano. Coordina il Laboratorio SPS TREND “Hans Schadee” e, dal 2021, è presidente di Itanes (Italian National Election Study). Con Franca Roncarolo, ha curato il volume di Itanes “Svolta a destra? Cosa ci dice il voto del 2022” (Il Mulino, 2022).
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