L’euro digitale fa un passo avanti decisivo al Parlamento europeo, ma il percorso della sua introduzione è ancora lungo, anche per le resistenze del settore bancario. Sarà disponibile se tutto va bene nel 2029. Intanto il mercato lavora alle alternative.
Un passo decisivo verso l’euro digitale
Martedì 23 giugno 2026 è una giornata cruciale per la storia monetaria dell’Europa, con il voto in Commissione affari economici del Parlamento europeo sul regolamento relativo all’introduzione dell’euro digitale. Seguiranno il voto in seduta plenaria e la finalizzazione del regolamento, tramite il trilogo Parlamento-Consiglio-Commissione, si spera entro la fine dell’anno. Questo passaggio è cruciale affinché la Banca centrale europea possa prendere una decisione formale sulla adozione della moneta digitale di banca centrale ed effettuare gli “esperimenti-pilota” (nel 2027), determinare i limiti di detenzione (nel 2028) e finalmente rendere disponibile l’euro digitale a tutti i cittadini nel 2029. Attualmente, la moneta emessa dalla banca centrale è disponibile solo in formato fisico: banconote e monete. L’euro digitale ci consentirà invece di avere moneta di banca centrale in forma elettronica, mediante una app sullo smartphone oppure una carta di pagamento. Al pari delle banconote, l’euro digitale sarà la moneta legale che circolerà nei paesi dell’area euro: nessuno si potrà rifiutare di accettarli in pagamento.
Sulle motivazioni alla base dell’euro digitale siamo già intervenuti su questo sito, ad esempio qui. In sintesi, diciamo che la forte concentrazione dei servizi di pagamento nelle mani di pochi grandi operatori statunitensi (Mastercard, Visa, Paypal) pone l’Europa in una condizione di dipendenza dagli Usa in un settore strategico. A ciò sia aggiunga il fatto che il mercato delle stablecoin è attualmente dominato da quelle denominate in dollari. L’euro digitale risponde allora alla necessità di conquistare maggiore autonomia, attraverso uno strumento di pagamento sviluppato e gestito all’interno dei confini europei, difendendo così la nostra sovranità monetaria. Ma risponde anche alla necessità di preservare il ruolo della moneta pubblica come àncora del sistema monetario, a fronte di una progressiva marginalizzazione del contante e della digitalizzazione del sistema dei pagamenti.
Perché ci vorrà ancora molto tempo
Di fronte a queste necessità, l’introduzione effettiva dell’euro digitale avviene con una lentezza esasperante, perfino per chi è abituato alle lungaggini dei processi decisionali europei. La Bce iniziò a lavorare sul progetto di euro digitale nel 2021, quando lanciò una fase investigativa a cui è seguita, a partire dal 2023, la fase di preparazione. Ciononostante, l’euro digitale vedrà la luce solo nel 2029 (se tutto va bene). Ma perché occorre tutto questo tempo?
Vi sono ragioni tecniche. Prima di lanciare l’euro digitale, occorre predisporre la piattaforma tecnologica necessaria per registrare i pagamenti e bisogna definire tutti i dettagli tecnici del progetto. La Bce non agisce da sola, anzi è attenta a consultare le parti coinvolte nel progetto, i cosiddetti “stakeholder”: banche, commercianti, imprese, consumatori. Per quanto giustificato, questo modo di procedere allunga necessariamente i tempi di progettazione.
Vi sono ragioni legali: la Bce può prendere una decisione definitiva sulla adozione dell’euro digitale solo al termine dell’iter legislativo cui si accennava più sopra.
Si aggiungono poi le ragioni politiche, per meglio dire di interesse. Il settore bancario non vede di buon occhio l’introduzione dell’euro digitale, considerandolo un temibile concorrente. Le banche temono che i risparmiatori convertano una fetta consistente dei loro depositi in euro digitali. Temono anche di perdere opportunità di profitto dall’offerta di servizi di pagamento innovativi, che potrebbero essere spiazzati dall’entrata sul mercato della moneta digitale di banca centrale. Infine, temono di essere costrette a sostenere i costi relativi all’adeguamento delle proprie strutture all’euro digitale, che dovranno rendere disponibile ai loro clienti. La stessa Bce ha riconosciuto che in parte le preoccupazioni delle banche sono fondate e ne ha tenuto conto nel delineare alcune caratteristiche dell’euro digitale, come i limiti di detenzione e l’assenza di interessi sulle somme detenute in euro digitale. Che siano più o meno giustificate, il mondo bancario è riuscito a fare sentire le sue ragioni nel Parlamento europeo, dove l’iter di approvazione del regolamento proposto dalla Commissione è stato particolarmente lento e contrastato. Il relatore al provvedimento è stato uno dei principali attori del rallentamento, avendo sostenuto una linea restrittiva che ha bloccato per mesi la ricerca di un accordo (con la proposta, ad esempio, di limitare l’euro digitale alla versione offline: banconota elettronica scambiata senza collegamento in rete).
Intanto il mercato si muove
La lentezza con cui si muovono le istituzioni europee lascia al settore privato tutto il tempo di sviluppare soluzioni alternative, con le quali l’euro digitale si troverà a competere. Una di queste è la European Payments Initiative: oggi attiva in Germania, Francia e Belgio, Epi mira a estendere il suo sistema di pagamento digitale (Wero) agli altri paesi europei, a cominciare da Olanda e Lussemburgo. Un’altra è Vipps Mobile Pay, attiva nei paesi scandinavi. Altre ancora sono la spagnola Bizum e la portoghese Sibs – MB Way: quest’ultima è già attiva in molti paesi europei. Tutti questi operatori e la società italiana Bancomat hanno siglato un accordo, nel febbraio 2026, volto a fornire servizi digitali di pagamento a livello paneuropeo: l’intesa consentirà a un consumatore di un paese europeo, cliente di uno dei circuiti, di fare pagamenti anche negli altri stati europei.
A queste iniziative si aggiungono le stablecoin bancarie, di cui abbiamo parlato in un altro articolo. Infine, vi sono i depositi “tokenizzati”, che presentano caratteristiche tecniche simili alle stablecoin (circolazione su blockchain e programmabilità) ma sono assimilabili ai normali depositi bancari sotto il profilo economico-giuridico: uno strumento ancora marginale, ma che potrebbe avere sviluppi interessanti.
A distanza di tre anni dalla introduzione dell’euro digitale, è difficile prevedere in che misura questi strumenti potranno convivere con esso, svolgendo una funzione complementare, oppure rappresentino una vera minaccia competitiva. Una cosa è certa: più passa il tempo, maggiore è la possibilità che creino un ostacolo all’affermazione dell’euro digitale. Infatti, i sistemi di pagamento, come tutti i settori a rete, sono caratterizzati da path dependence: una volta che determinati network abbiano raggiunto la massa critica di utenti, è ben difficile per un nuovo entrante andare a sostituirli o a ridimensionarli.
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È professore ordinario di Economia Politica presso l’Università Cattolica di Milano. È direttore di Osservatorio Monetario e membro del Comitato direttivo del Laboratorio di Analisi Monetaria (Università Cattolica e ASSBB). E’ presidente di REF Ricerche. Dal 2018 al 2020 è stato membro del Banking Stakeholder Group della European Banking Authority. Dal 1988 al 1997 è stato economista presso l’Ufficio Studi della Banca Commerciale Italiana (ora Intesa Sanpaolo). I suoi interessi di ricerca si collocano nell’area dell’economia monetaria e finanziaria. Ha scritto numerosi articoli su riviste internazionali e libri; l’ultimo è Monetary policy implementation (Palgrave 2024).
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