La contrattazione collettiva è riuscita o no a garantire il recupero del potere d’acquisto perso dai lavoratori con la fiammata inflazionistica iniziata nel 2022? Alcuni dati suggeriscono che il giudizio dovrebbe essere meno negativo di quanto si crede.

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I contratti collettivi e l’inflazione 

I recenti rapporti di Inps e Ufficio parlamentare di bilancio hanno riportato al centro del dibattito la questione salariale. Entrambi documentano una significativa perdita di potere d’acquisto durante la fase inflattiva e il ruolo della politica fiscale nel mitigarne gli effetti. Da qui deriva quasi inevitabilmente un interrogativo: il nostro sistema di contrattazione collettiva è davvero riuscito a proteggere i salari? E l’inflazione come entra nei rinnovi dei diversi contratti nazionali di lavoro? Lo fa in misura differenziata, ma per i principali Ccnl si registra un forte recupero di quanto perso.

A partire dalla grande recessione del 2008, c’è stata una decisa proliferazione dei meccanismi regolatori adottati nei diversi settori di fronte alla dinamica inflattiva. Resta un tratto comune: in molti casi l’evoluzione dei minimi contrattuali è in qualche modo legata all’inflazione prevista dall’Istat, in termini di Ipca-Nei cioè dell’indice dei prezzi al consumo armonizzato in sede europea e al netto dell’effetto dei beni energetici importati. Non è però così, ad esempio, nel pubblico impiego, dove il quantum del rinnovo è definito da una negoziazione più squisitamente politica e sempre più legata agli equilibri di finanza pubblica.

Tempi di adeguamento diversi per settori diversi

I diversi Ccnl adottano meccanismi differenti di recupero della dinamica inflattiva a consuntivo sui minimi contrattuali. Per il metalmeccanico ciò avviene a giugno di ogni anno, con un aggiustamento in presa diretta che a ogni round annuale adegua rispetto all’Ipca-Nei effettivo. Per il chimico l’aggiustamento avviene invece nel giugno dell’ultima annualità, quando le parti procedono alla verifica complessiva sulla base delle comunicazioni ufficiali Istat.  

Per i contratti applicati nei servizi tecnologici a rete, l’incremento dei minimi contrattuali è ancorato ex-ante, come negli altri casi, alla previsione Ipca-Nei, ma senza alcuna esplicita clausola di riconoscimento ex-post sul dato di inflazione effettivo. A compensazione del mancato riconoscimento, a priori è attribuito qualcosa di più, come emolumento aggiuntivo, che si consoliderà sui minimi in caso di inflazione elevata oppure verrà indirizzato a finanziare l’istituto della produttività.

Ciononostante, se si prende come base il 2017, un anno di stabilità ben prima del Covid (ma i risultati non cambierebbero adottando anni successivi) nel 2025 i salari di fatto hanno registrato in termini reali, cioè deflazionati con l’Ipca, una significativa perdita – circa 6 punti percentuali – con una escursione fra comparti tutt’altro che trascurabile: si va da poco più di 2 punti del settore metalmeccanico sino a quasi gli 8 di quello chimico e in questo intervallo si posizionano quasi tutti i settori dell’economia. Si tratta di perdita che suscita molta preoccupazione, anche perché sembrerebbe essere più ampia rispetto a quanto avvenuto negli altri paesi europei.

La tornata di rinnovi 2025-2027

Il risultato non cambia cambiando anno base o la statistica utilizzata, ad esempio impiegando le retribuzioni contrattuali invece che quelle di fatto, sempre dell’Istat. La perdita si è prodotta durante lo shock inflattivo a partire dal 2022 e il riferimento è ai Ccnl siglati nel triennio 2022-2024. Ma questa è solo la prima parte della storia. Successivamente, infatti, si è completata una nuova tornata di rinnovi per il triennio che va dal 2025 sino al 2027. Cosa è successo in questo caso?

La figura 1 dà conto di alcuni fra i più importanti Ccnl, tutti rinnovati entro il primo anno di vigenza contrattuale, quindi senza ritardi di rilievo.

La prima serie di istogrammi si riferisce alle risultanze reali, cioè deflazionate, della dinamica dei tabellari concordata nei Ccnl della prima tornata, quella interessata dallo shock inflattivo del biennio 2022-2023. Si vedono le perdite già ricordate in precedenza. In questo caso la deflazione è operata impiegando l’indice Ipca-Nei, quello al netto degli energetici importati, adottato in sede negoziale. Tuttavia, la differenza fra i due indici è davvero esigua in quanto la depurazione operata dall’Istat dal 2021 al 2025 per lo shock energetico abbassa l’Ipca-Nei di mezzo punto percentuale rispetto all’Ipca.

La seconda serie di istogrammi si riferisce all’andamento dei tabellari desunto dalla lettura dei Ccnl e relativo alla seconda tornata contrattuale. Il risultato è abbastanza sorprendente, in quanto la tendenza è quella di un sostanziale recupero di quanto perso in precedenza. Di nuovo, la dinamica a regime dei tabellari è deflazionata impiegando il dato Ipca-Nei previsto dall’Istat e disponibile alla data di stipula dei singoli Ccnl, allo scopo di evidenziare la volontà emersa in sede negoziale. Va ricordato infatti che in tutti i Ccnl, ad eccezione del metalmeccanico, il recupero non deriva da clausole esplicite, ma dall’accordo fra le parti: nell’adeguamento dei tabellari per il secondo triennio è stato incluso il recupero negoziato. Va anche detto che, a oggi, con il dato storico del 2025 e le nuove previsione Istat, il recupero si ridurrebbe di circa un punto percentuale. 

Molti di queste risultanze ancora non si vedono nelle statistiche ufficiali, ma l’evidenza disponibile suggerisce che il giudizio sulla contrattazione nazionale debba essere più equilibrato di quanto comunemente avvenga. Non si sono verificati ritardi importanti e l’intendimento prevalente è stato quello di garantire un sostanziale ristoro di quanto perso in precedenza. 

Certo, in diversi casi il quadro è meno positivo: nel commercio il recupero vi è stato, ma senza dubbio inferiore a quanto perso in precedenza. In altri comparti dei servizi privati è andata peggio, sia come recupero, sia come ritardi di stipula. In ogni caso, prima di immaginare nuovi modelli di contrattazione, vale forse la pena consolidare ciò che, almeno nel nucleo dei principali contratti nazionali, sembra avere funzionato meglio di quanto spesso si riconosca. 

Figura 1

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