Il deficit 2025 confermato dall’Istat al 3,1 per cento del Pil ha riaperto la questione se le prime stime sottovalutino l’economia. Ma le revisioni spostano il rapporto deficit/Pil di centesimi, non di decimi. E che il problema non è chi fa i calcoli.

L’Istat sottostima l’economia?

In Italia, quando il termometro segna febbre, la prima cura che viene in mente è cambiare termometro. È un riflesso antico e trasversale, che ogni governo, a turno, ha praticato.

L’ultima occasione l’ha offerta l’Istat, che il 22 settembre ha confermato per il 2025 un deficit pubblico pari al 3,1 per cento del Pil. Un decimo sopra la soglia europea del 3 per cento, quella da cui dipende l’uscita dell’Italia dalla procedura per disavanzo eccessivo. È bastato quel decimo perché qualcuno suggerisse che l’Istituto sottostima l’economia e che fra un anno o due scopriremo di essere stati virtuosi senza saperlo.

L’ipotesi merita attenzione, perché si può verificare. E le verifiche, a differenza delle impressioni, si fanno con la matita. Prima però conviene mettersi d’accordo sulle parole.

Il significato di errore, errore casuale, revisione

Nel dibattito si usano tre parole – errore, errore casuale, revisione – come fossero una sola. Ma non sono affatto sinonimi e il rischio è confondere sé stessi e gli altri:

L’errore, nel senso comune, è uno sbaglio. Qualcuno ha sommato male o ha dimenticato una colonna. Chi lo commette deve correggerlo e, se è persona per bene, arrossire.

L’errore casuale è un’altra cosa e non ha nulla di cui vergognarsi. È l’incertezza che accompagna ogni misura fatta su dati incompleti. Il sarto che prende due volte le misure allo stesso cliente può trovare qualche millimetro di differenza senza aver sbagliato nulla. Se il metro è tarato bene, gli scarti vanno un po’ in su e un po’ in giù e in media si compensano.

La revisione non è uno sbaglio, ma una procedura. L’Istat pubblica la prima stima del Pil di un anno a marzo dell’anno successivo, quando molte fonti sono ancora provvisorie. La aggiorna a settembre e poi ogni sei mesi, man mano che arrivano i bilanci delle imprese, le dichiarazioni Iva, gli archivi fiscali e previdenziali. La versione definitiva arriva dopo tre anni. L’Istituto procede secondo una politica delle revisioni dettata dalle linee guida europee e con un calendario pubblico. Accusare l’Istat di rivedere i conti è come accusare il medico di ripetere le analisi.

C’è poi una quarta parola, meno nota ma altrettanto interessante. Prima di parlarne, facciamo i conti.

I conti fatti con la matita

Il rapporto fra deficit e Pil è una frazione, e il Pil sta al denominatore. Se viene rivisto al rialzo dell’1 per cento, il rapporto scende di circa l’1 per cento del suo valore. Con un deficit intorno al 3 per cento del Pil, ogni punto di revisione vale quindi circa tre centesimi di punto. Non tre decimi.

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Nel 2025 il Pil nominale vale 2.265 miliardi e il deficit 69,7 miliardi. Il rapporto esatto è 3,079 per cento. Perché l’Istat pubblichi 3,0, a deficit invariato, il Pil dovrebbe dunque risultare più alto della prima stima di marzo di circa l’1,3 per cento. Mentre per arrivare al 3,000 per cento servirebbe una revisione di circa il 2,9 per cento.

La prova empirica è già arrivata. Con la revisione del 22 settembre l’Istat ha alzato il Pil 2025 di 7 miliardi, lo 0,31 per cento. Nello stesso tempo ha rivisto il deficit di 355 milioni in più rispetto alla notifica di aprile, perché anche entrate e spese sono stime che si aggiornano. Risultato: il rapporto non è sceso. È salito, da 3,073 a 3,079 per cento (Istat, prospetti 6 e 9).

L’importanza dei decimali

Sarebbe però incompleto fermarsi qui. Chi dubita delle prime stime ha dalla sua un argomento serio, anche se non porta dove si vorrebbe.

Se le revisioni fossero solo errore casuale, andrebbero un po’ in su e un po’ in giù. In Italia, dal 2014, vanno sempre in su. L’Osservatorio sui conti pubblici italiani dell’Università Cattolica ha calcolato che, per gli anni dal 2014 al 2022, la stima definitiva del Pil nominale ha superato la prima in media dell’1,4 per cento, con uno 0,6 per cento già alla revisione di settembre. 

Un errore che va sempre nella stessa direzione non è più casuale. Ha un nome tecnico, distorsione.

Prendiamo allora sul serio l’ipotesi di chi dubita e applichiamo al 2025 le revisioni medie del passato, lasciando fermo il deficit (tabella 1). Il risultato dipende da quale media si sceglie. Con quella del periodo 2014-2020, lo 0,8 per cento, il rapporto resta al 3,1. Con quella che include il 2021-2022, un biennio eccezionale e difficilmente ripetibile (per fortuna), l’1,4 per cento, scende al 3,046, che arrotondato fa 3,0. A fare la differenza sono appunto due anni eccezionali, di rimbalzo post-pandemico e inflazione alta, in cui le revisioni hanno superato in media il 3,5 per cento. Il 2025, anno di crescita modesta e di inflazione contenuta, somiglia molto più al primo periodo che al secondo. E la revisione di settembre, lo 0,31 per cento, è stata infatti circa la metà della media.

Tabella 1 – Revisioni del Pil 2025 e rapporti di finanza pubblica, a deficit e debito invariati

Fonte: elaborazioni su dati Istat (aggiornamento 22 settembre 2026) e Osservatorio Cpi. Deficit 69,7 miliardi e debito 3.096 miliardi ai valori di settembre, Pil della prima stima 2.258 miliardi.

Anche nello scenario favorevole, dunque, si arriverebbe al 3,0 solo per arrotondamento, non a un valore inferiore al 3 per cento, e soltanto con le prossime edizioni, l’ultima delle quali a marzo 2028. La decisione sull’uscita dalla procedura si prende prima, sui dati di oggi e sulle previsioni della Commissione.

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La distorsione resta dunque un problema di metodo. La persistenza delle revisioni al rialzo è stata richiamata di recente anche da Giuseppe Pisauro, che ha sottolineato l’opportunità di indagarne le cause. Il sospetto è che le prime stime si appoggino troppo su indicatori che, in certe fasi, rincorrono l’economia invece di fotografarla. Innocenzo Cipolletta e Sergio De Nardis hanno proposto rimedi concreti, come dare più peso ai dati sulla domanda e usare i pagamenti elettronici per stimare i consumi delle famiglie. Sono discussioni da fare nelle sedi tecniche, con i numeri sul tavolo, e l’Istat farebbe bene ad accoglierle.

Revisione non è crescita

C’è un secondo equivoco. Se l’economia cresce più del previsto, di solito aumenta il gettito e cala una parte della spesa sociale. Sono gli stabilizzatori automatici, che migliorano il numeratore oltre al denominatore. Una revisione statistica del Pil passato è un’altra cosa. Aggiorna la misura di attività già avvenute e di per sé non porta un euro in più nelle casse pubbliche. Le entrate vengono riviste solo se emergono informazioni nuove sul gettito, e possono andare in entrambe le direzioni, come è appena successo.

Semmai le revisioni contano molto di più per il debito. Lo stesso effetto denominatore, applicato a un rapporto del 136,7 per cento, fa sì che una revisione del Pil dell’1 per cento tolga circa 1,35 punti al rapporto debito/Pil. È sul debito, e sulla misura della crescita, che le revisioni cambiano davvero il quadro della finanza pubblica.

Il 3 per cento è una soglia istituzionale, non un precipizio economico. Nel 2025 i conti pubblici al netto degli interessi hanno chiuso con un avanzo di 17,4 miliardi, lo 0,8 per cento del Pil. È la spesa per interessi, circa 87 miliardi, a trasformarlo in un deficit di 69,7 miliardi. La sostenibilità dipende da questo saldo, dalla crescita e dal costo del debito, non da un decimale.

Le regole europee però danno a quel decimale un peso procedurale. Per chiudere la procedura il deficit deve scendere sotto il 3 per cento in modo durevole, e la valutazione tiene conto anche delle previsioni della Commissione per l’anno in corso e il successivo. In più l’uscita non elimina la sorveglianza sul percorso della spesa netta. Questo spiega perché pochi centesimi possano fare notizia. Ma non cambiano di per sé i margini di manovra della politica di bilancio, né giustificano che se ne attribuisca la colpa a chi li misura.

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