A ogni manovra finanziaria si abbattono sull’Irpef interventi estemporanei e fantasiosi che rendono la sua applicazione un labirinto fiscale, senza più equità e razionalità. I principi della scienza delle finanze sono forse diventati obsoleti?

Appello semiserio alla politica

Onorevoli deputati, senatori, rappresentanti del popolo tutti, vi prego, basta.

Scrivo a titolo personale, ma sono sicuro di interpretare con questa lettera i sentimenti di tutti i professori e gli studiosi di scienza delle finanze in Italia, un’onorevole disciplina che ha dato al paese lustro scientifico, importanti rappresentanti politici, perfino un Presidente della Repubblica. Quando decidete l’ennesimo intervento sul sistema tributario italiano e in particolare sull’Irpef, vi prego di pensare anche a noi e alla situazione di assurda difficoltà in cui ci mettete nei confronti dei nostri studenti e dei colleghi stranieri.

Pensate solo a quando, come docenti, dobbiamo presentarci in un’aula universitaria: in un corso di scienza delle finanze normalmente si spiegano prima i principi generali a cui dovrebbe ispirarsi un sistema tributario moderno, si illustrano i vari possibili trade-off, si discutono gli effetti delle imposte sulle scelte di lavoro, risparmio e investimento, si discute di traslazione, erosione ed evasione dei tributi. Poi, a illustrazione dell’applicazione pratica di questi principi, si presenta il funzionamento del sistema tributario nazionale e lo si pone a confronto con quello di altri paesi sviluppati.

Ma questo percorso di insegnamento in Italia è ormai diventato impossibile. Il sistema tributario italiano, e in particolare la regina delle imposte per gettito e cardine del sistema, l’imposta sui redditi delle persone fisiche, l’Irpef, è diventata indicibile e irraccontabile. Non riflette nessun principio razionale e non ha paragoni in nessuna parte del mondo, sviluppato o meno. Un’imposta generale su tutti i redditi che in realtà si concentra per il 93 per cento su quelli di lavoro dipendente e assimilati, benché questi rappresentino solo il 39 per cento di tutti i redditi degli italiani. Una struttura di imposizione con soli tre scaglioni, ma con una complicatissima serie di detrazioni per tipologia di reddito che si accendono e si spengono in funzione del reddito dichiarato, con l’effetto di produrre molteplici e arbitrari disegni di aliquote marginali effettive. Per un lavoratore dipendente, l’aliquota effettiva marginale di imposta supera il 60 per cento ai 35mila euro di imponibile; cioè, per ogni mille euro in più guadagnati a questi livelli di reddito il lavoratore ne deve trasferire più di 600 al fisco, mentre un contribuente che ne guadagna 100mila, solo 430.

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Una nuova figura: il “detassato”

È un sistema che tratta in maniera differenziata le diverse tipologie di reddito, con tali violazioni dei principi di equità verticale e orizzontale che in un recente volume Paolo Liberati distingue i contribuenti in tartassati, evasori e detassati, cioè coloro che, per qualche ragione, il fisco ha deciso di escludere del tutto o in parte dalla tassazione, a cominciare dai redditi dei lavoratori autonomi e di quelli da locazione. È un sistema che solo sull’Irpef conta 187 tax expenditures (deduzioni, detrazioni e regimi speciali) che comportano una perdita di gettito pari a 66 miliardi l’anno. È un’Irpef che tassa gli incrementi di reddito in maniera differenziata rispetto ai redditi stessi, con l’effetto di creare inequità e disincentivi assurdi, con l’onere di imposta che, a parità di reddito, dipende da quando un lavoratore ha rinnovato il contratto. È oltretutto un’imposta non indicizzata all’inflazione, per cui il fiscal drag, come riconosciuto dalle stesse regole europee, è diventato una delle principali fonti di finanziamento del governo. 

E si potrebbe continuare a lungo. Ogni volta è peggio, a ogni manovra, compresa l’ultima appena varata, il sistema peggiora ulteriormente, diventando sempre meno trasparente e comprensibile, con sempre nuove detrazioni, regimi speciali, bonus, tetti ai redditi a cui sono accessibili le varie detrazioni, distorsioni ulteriori e chi più ne ha più ne metta. La fantasia tributaria al potere.

Basta, per piacere. Vi prego di fermarvi e riflettere, avendo a cuore anche il destino e la reputazione della nostra disciplina. Dopotutto, siamo il paese di Vilfredo Pareto, Antonio De Viti De Marco, Ezio Vanoni, Luigi Einaudi, solo per menzionarne alcuni. Non ci fate vergognare ulteriormente.

Certo che vorrete accogliere quest’accorato appello, ne approfitto per inviarvi i miei più distinti saluti.

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