Alle elezioni di Midterm Trump ha perso perché non ha mantenuto le promesse fatte due anni fa, in economia come in politica estera. Il voto lascia alcuni insegnamenti sulla democrazia e sulla credibilità dei leader, validi per gli Usa e per l’Europa.
In America cambiano gli equilibri di potere
Nel novembre 2024 Donald Trump vinse le elezioni con un mandato chiaro. Aveva promesso di far scendere i prezzi, di tenere l’America fuori dalle guerre degli altri e di fermare l’immigrazione irregolare.
Con il voto di Midterm gli americani hanno emesso il loro verdetto: i democratici hanno riconquistato sia la Camera sia il Senato. È un risultato enorme. Al Senato i democratici hanno strappato seggi in stati dove appena due anni fa Trump aveva vinto con margini a due cifre: il Texas, l’Ohio, il Kansas, la Carolina del Sud. Cambiano gli equilibri di potere a Washington. Il Congresso approva le leggi e il bilancio, può aprire indagini sull’operato del governo e convocare i suoi esponenti, e al Senato spetta la conferma di giudici e alti funzionari. Nei prossimi due anni il presidente non potrà più contare su un Congresso accomodante: leggi, stanziamenti e nomine dovranno essere negoziate con l’opposizione. L’amministrazione dovrà anche rispondere a inchieste parlamentari, audizioni e richieste di documenti che finora la maggioranza repubblicana le aveva risparmiato. Il risultato dice molto sull’America di Trump e anche sul funzionamento della democrazia statunitense.
Le promesse mancate in economia
Partiamo dall’economia, che era il cuore della campagna del 2024. Trump aveva vinto anche perché molti elettori attribuivano a Joe Biden la responsabilità dell’ondata inflazionistica del 2021-2022. La promessa era di riportare i prezzi sotto controllo fin dal primo giorno. Non è andata così. Quando il tycoon si è insediato, a gennaio 2025, l’inflazione annua era intorno al 3 per cento. A settembre 2026, secondo l’ultimo dato del Bureau of Labor Statistics, era al 3,7 per cento, ben sopra l’obiettivo del 2 per cento della Federal Reserve; a maggio aveva toccato il 4,2.
Tra i fattori che hanno contribuito a tenere alta l’inflazione, due sono il frutto di scelte precise della Casa Bianca: il costo dell’energia, spinto soprattutto dalla guerra con l’Iran, e i dazi. Su entrambe gli economisti avevano messo in guardia: avrebbero alimentato l’inflazione. Sul fronte energetico, in un anno la benzina è aumentata del 34 per cento, il gasolio da riscaldamento di oltre il 70, i biglietti aerei di più del 20. Gli americani se ne sono accorti, eccome: secondo un’indagine del Pew Research Center di inizio ottobre, il 65 per cento ritiene che le politiche economiche di Trump abbiano peggiorato la situazione, e appena il 19 per cento che l’abbiano migliorata.
I dazi, presentati come lo strumento per rilanciare la manifattura americana e far pagare il conto agli altri paesi, sono stati pagati soprattutto dagli americani stessi, come ampiamente previsto dagli economisti. Secondo uno studio della Federal Reserve di New York, quasi il 90 per cento del loro costo nel 2025 è ricaduto sugli importatori statunitensi. Un secondo studio della stessa banca mostra come una parte di quel costo si sia poi trasferita sui prezzi al consumo: i dazi sono così diventati, insieme all’energia, una delle fonti dell’inflazione che Trump aveva promesso di sconfiggere.
C’è poi un segnale di allarme che gli economisti guardano con particolare attenzione: i rendimenti dei titoli di stato a lungo termine. Il 17 gennaio 2025, ultima seduta prima dell’insediamento, il Treasury decennale rendeva il 4,61 per cento e il trentennale il 4,84. Il 5 ottobre 2026 erano saliti rispettivamente al 5,31 e al 5,66 per cento. Per il decennale erano livelli che non si vedevano dal 2002. Il 30 ottobre erano ridiscesi al 4,94 e al 5,31 per cento. Sulla fiducia degli investitori possono pesare anche l’elevato deficit federale (salito di 217 miliardi di dollari nel primo anno fiscale interamente sotto Trump), una politica commerciale imprevedibile, le pressioni sulla Federal Reserve e una guerra con l’Iran di cui gli americani faticano a capire il senso. Per il Tesoro finanziarsi a lungo termine costa più che all’inizio del mandato. E il rialzo del decennale si è fatto sentire anche sui mutui.
Gli impegni non rispettati in politica estera
Il secondo grande impegno riguardava la politica estera. Trump si era presentato come il presidente della pace, quello che avrebbe chiuso le guerre infinite e riportato a casa i soldati. In due anni è avvenuto quasi il contrario. A fine febbraio 2026 ha iniziato, insieme a Israele, la guerra con l’Iran: Teheran ha di fatto chiuso lo Stretto di Hormuz, da cui prima della guerra transitavano volumi di petrolio e prodotti petroliferi pari a circa un quinto del consumo mondiale e quasi un quinto del gas naturale liquefatto scambiato nel mondo, e a settembre il greggio era tornato sopra i 100 dollari al barile. Già a fine aprile il 61 per cento degli americani giudicava un errore l’uso della forza contro l’Iran. Nel 1971 la stessa quota aveva considerato un errore l’invio di truppe in Vietnam. E qui politica estera ed economia si saldano: la guerra che secondo le promesse elettorali non doveva esserci è diventata una delle cause principali dell’inflazione che, sempre secondo le promesse, doveva scomparire.
Le operazioni dell’Ice e il voto ispanico
Sull’immigrazione, invece, la promessa è stata mantenuta, almeno nei numeri. Secondo i dati preliminari della U.S. Customs and Border Protection, nell’anno fiscale 2026 la polizia di frontiera ha registrato 98.708 fermi al confine con il Messico, il dato più basso dal 1968. Ma gli americani hanno giudicato anche il metodo. Le immagini di agenti dell’Ice mascherati e in tenuta da combattimento, i raid nei quartieri, la morte di due cittadini americani a Minneapolis durante le operazioni federali di inizio 2026 hanno cambiato il clima. Secondo un sondaggio Abc News, Washington Post e Ipsos di febbraio, il 62 per cento degli americani si oppone alle tattiche dell’Ice. Molti elettori condividono l’obiettivo di ridurre l’immigrazione irregolare, ma non accettano il modo muscolare con cui è stato perseguito.
C’è poi un aspetto politico che pesa molto. Nell’area di New York, The City ha ricostruito 430 arresti in strada dell’Ice attraverso i ricorsi presentati contro la detenzione: oltre il 93 per cento di quelle persone proveniva da paesi latinoamericani. Nella zona gli ispanici rappresentavano circa il 66 per cento degli immigrati senza status regolare. Il modo in cui sono state condotte le operazioni dell’Ice sembra avere un prezzo elettorale. Nel 2024 Trump aveva conquistato il 48 per cento del voto ispanico, secondo le stime del Pew Research Center, contro il 36 per cento del 2020: uno spostamento verso i repubblicani che molti consideravano una delle grandi novità della politica americana e che ribaltava una scommessa su cui i democratici avevano puntato molto, l’idea che le politiche identitarie avrebbero garantito loro quasi per inerzia il voto delle minoranze. A inizio ottobre, secondo Reuters/Ipsos, il gradimento di Trump tra gli adulti ispanici era sceso al 24 per cento, il minimo nei due mandati. Tra gli ispanici iscritti al voto, il 52 per cento intendeva votare per i democratici alle Midterm, contro il 26 per cento per i repubblicani. Persino la deputata repubblicana della Florida María Elvira Salazar ha ammesso che gli ispanici che avevano aiutato Trump a vincere “oggi si sentono traditi”.
Anche il timore di perdere l’assistenza sanitaria può aver pesato sul voto. Nel luglio 2025 Trump ha firmato una legge che riduce i finanziamenti previsti per Medicaid, il programma che garantisce le cure a milioni di americani a basso reddito. La questione era già sentita durante la campagna. A giugno, in un sondaggio della Kff, il 38 per cento degli elettori giudicava estremamente importante che i candidati parlassero del futuro di Medicaid.
Il risultato complessivo è un presidente impopolare come pochi altri. A fine ottobre la media dei sondaggi di Ballotpedia gli dava un gradimento del 37 per cento, su livelli simili a quelli di George W. Bush prima della sconfitta repubblicana del 2006.
Lezioni americane
Che cosa ci insegna questo voto? Almeno due cose, mi sembra. La prima è che la democrazia funziona ancora come meccanismo di responsabilità. Nell’epoca della polarizzazione si tende a pensare che gli elettori votino solo per appartenenza, come tifosi che non cambieranno mai squadra. Il voto di Midterm dice che non è del tutto vero. È possibile che una parte degli indipendenti, dei moderati e di quanti nel 2024 avevano dato fiducia a Trump per la prima volta abbia giudicato i governanti sui risultati: il prezzo della benzina, il costo della spesa, la rata del mutuo. Il fatto che chi ha promesso e non ha mantenuto ne paghi le conseguenze alle elezioni è una buona notizia, perché significa che il patto tra elettori ed eletti, per quanto logorato, non si è rotto.
Qualcuno attribuirà la sconfitta anche agli attacchi di Trump alle norme etiche e alle sue forzature istituzionali. Hanno contato, ma è difficile credere che siano stati determinanti per i tanti che nel 2024 lo avevano votato e che oggi lo hanno abbandonato: quegli elettori conoscevano già il personaggio e lo avevano scelto comunque.
Dove quegli strappi possono avere pesato davvero è nella mobilitazione degli elettori democratici e indipendenti, spingendone molti alle urne. I primi exit poll vanno in questa direzione: lo stato della democrazia è stato indicato come il tema più importante dal 32 per cento dei votanti, secondo solo all’economia (39 per cento), e quasi otto su dieci di loro hanno votato democratico. Il 71 per cento, inoltre, ritiene che il Congresso non abbia fatto abbastanza per bilanciare i poteri del presidente.
Ci sarà tempo per analizzare a fondo i risultati, ma è possibile che sia stata proprio la combinazione dei due fenomeni, la delusione degli uni e la partecipazione degli altri, a produrre questo esito.
La seconda lezione riguarda le persone. Le promesse contano, ma conta anche chi le fa. Nel 2024 i democratici avevano perso non solo per l’inflazione, ma anche per una gestione disastrosa della successione. Joe Biden si era ritirato troppo tardi, a pochi mesi dal voto. Kamala Harris era arrivata alla candidatura senza la spinta delle primarie e con troppo poco tempo per presentare un progetto riconoscibile: dal ritiro di Biden al voto aveva avuto poco più di tre mesi per preparare la sua campagna. In un paese spaccato a metà, tra un leader controverso ma riconoscibile e una candidata arrivata all’ultimo momento, gli americani avevano scelto il primo. È difficile dimostrarlo, ma è possibile che la credibilità personale, la sensazione che un leader sappia dove vuole andare e sia in grado di arrivarci, abbia pesato sulla scelta degli elettori almeno quanto i programmi. Anche da questo punto di vista, alla vittoria democratica può aver contribuito la scelta di candidati credibili nei rispettivi Stati e distretti, dentro una “big tent” capace di tenere insieme moderati e radicali.
Da gennaio i democratici avranno il controllo del Congresso, ma non devono illudersi: anche da “anatra zoppa” Trump conserva per altri due anni un enorme potere esecutivo, dalla politica estera agli ordini esecutivi, fino al veto sulle leggi. E i democratici non hanno ancora una guida per il 2028. Non solo: sono attraversati da divisioni profonde tra le loro diverse anime, che in queste Midterm sono passate in secondo piano grazie alla fortissima impopolarità di Trump. Da qui alla scelta del candidato per le presidenziali è probabile che quelle divisioni tornino a galla e che si apra una stagione di scontri dentro il partito. A me pare che la vittoria di Midterm nasca soprattutto dal rifiuto di Trump, non da un’adesione entusiasta a un’alternativa. Per trasformarla in qualcosa di più duraturo serviranno due cose che il voto di questi giorni ha messo in evidenza: promesse credibili, capaci di migliorare concretamente la vita delle persone, e leader che gli elettori considerino all’altezza di realizzarle. È una lezione che vale per l’America, ma che anche noi in Europa faremmo bene a tenere presente.
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Laurea al DES in Bocconi e PhD in Economics alla University of Chicago, Mario Macis e’ Professore di Economia alla Johns Hopkins University, Carey Business School. E’ anche Research Associate al National Bureau of Economic Research (NBER) e all’ Institute of Labor Economics (IZA). Il Prof. Macis è un economista applicato con interessi di ricerca in economia della salute, del lavoro, dello sviluppo, e in market design. Ha pubblicato su importanti riviste accademiche, tra cui American Economic Review, Journal of Labor Economics, Journal of Health Economics, Journal of Development Economics, Management Science e Science. I suoi studi sono stati finanziati da agenzie pubbliche e private, tra cui NSF, NIH e Gates Foundation. Il Prof. Macis e’ stato consulente della Banca Mondiale, dell’Organizzazione Mondiale della Sanita’, dell’Ufficio Internazionale del Lavoro, del Development Programme delle Nazioni Unite, e del National Marrow Donor Program degli Stati Uniti. Nel 2020-2022 e’ stato membro di una commissione della National Academies of Sciences, Engineering and Medicine incaricata di formulare raccomandazioni al Congresso degli Stati Uniti per un sistema di approvvigionamento e allocazione degli organi per trapianto più equo ed efficiente.
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