William Nordhaus ha legato il suo nome allo studio del rapporto tra economia e clima. Se oggi gli economisti parlano di costo sociale del carbonio, tassi di sconto e rischi catastrofici con un linguaggio comune, lo devono in gran parte al suo lavoro.

Da dove nasce l’interesse per il clima

Il 30 ottobre si è spento, a 85 anni, William Nordhaus, premio Nobel per l’economia nel 2018 (con Paul Romer) «per aver integrato il cambiamento climatico nell’analisi macroeconomica di lungo periodo». Al Mit fu allievo dei futuri premi Nobel Robert Solow, Paul Samuelson e Ken Arrow, e compagno di corso di George Akerlof, Joseph Stiglitz e Robert Hall, anch’essi poi premiati con il Nobel (Hall proprio quest’anno). Per oltre cinquant’anni è stato professore a Yale, dove è stato anche prorettore e vicepresidente per le finanze e l’amministrazione. Ha fatto parte del Council of Economic Advisers del presidente Carter, ha presieduto il consiglio di amministrazione della Federal Reserve Bank di Boston ed è stato presidente dell’American Economic Association. Dal 1985 è stato anche coautore, con Paul Samuelson, del manuale Economics, su cui hanno studiato milioni di studenti.

Sul piano scientifico il nome di Nordhaus resta legato al rapporto tra economia e clima, un tema che cominciò a studiare quando quasi nessun economista se ne occupava. Il punto di partenza fu l’energia. All’inizio degli anni Settanta Nordhaus costruì un modello di programmazione dei sistemi energetici, battezzato «Bulldog» dal nome della mascotte di Yale, che calcolava il prezzo di efficienza del petrolio e lo confrontava con quello di mercato. Lo assisteva un brillante studente, Paul Krugman, anch’egli futuro premio Nobel. La crisi petrolifera dell’ottobre 1973 stravolse però il contesto e i risultati non vennero più presentati.

La svolta arrivò nel 1974, con un anno trascorso a Vienna all’Iiasa (Istituto internazionale per l’analisi dei sistemi applicati). Lì Nordhaus aggiunse al modello Bulldog le emissioni di CO₂ e il ciclo del carbonio, costruendo quello che lui stesso ha definito il primo modello integrato di economia del cambiamento climatico. Il lavoro uscì come working paper dell’Iiasa nel 1975 e fu pubblicato nel 1977 sull’American Economic Review.

Il prezzo ombra del carbonio

Il risultato più importante di quel modello fu un prezzo che nessun mercato mostrava. I prezzi di mercato, come quello della benzina, riflettono i costi per chi produce e il valore per chi consuma. Il prezzo ombra ne è l’equivalente sociale: misura il costo per la collettività di un’unità in più, anche quando il mercato non lo registra. Nel caso della CO₂ indica quanto costa all’economia una tonnellata di emissioni aggiuntiva, un costo che, a causa dell’esternalità, non entra nel prezzo pagato da chi inquina. Nordhaus capì che quel prezzo ombra era il costo sociale delle emissioni e, nel lavoro pubblicato nel 1977, lo interpretò esplicitamente come una tassa sul carbonio: lo strumento per far pagare quel costo a chi lo genera, lasciando poi ai mercati il compito di decidere dove e come ridurre le emissioni. L’idea rimase a lungo in sospeso, per poi riemergere come «costo sociale del carbonio», un concetto oggi al centro delle politiche climatiche.

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Dice e il prezzo del carbonio

Il passo decisivo arrivò nel 1992 con il modello Dice (Dynamic Integrated Climate-Economy), pubblicato su Science, e poi con la versione regionale Rice (Regional Integrated Climate-Economy model), sviluppata con Zili Yang. Il nuovo modello correggeva i due principali difetti del modello IIASA: la necessità di sviluppare un quadro di equilibrio generale e l’introduzione dei moduli relativi all’esternalità climatica. Dice era un modello integrato di crescita (Integrated Assessment Model, IAM) in grado di collegare produzione, emissioni, concentrazione di CO2, temperatura e danni, misurati come perdita del prodotto interno lordo. Diventò così possibile confrontare i costi della riduzione delle emissioni con i danni evitati e fu possibile calcolare la tassa ottimale sul carbonio. A DICE seguirono una versione regionale (Rice, con Zili Yang), una probabilistica, una con innovazione indotta e una per lo studio delle coalizioni. Il messaggio, ripetuto per tutta la vita, lo riassunse a Stoccolma, nel discorso pronunciato il giorno della consegna del Nobel: «Il contributo distintivo dell’economia è riconoscere che il cambiamento climatico è un effetto collaterale dannoso e non intenzionale della crescita economica. Il rimedio migliore per queste esternalità è un’imposta sull’inquinamento, quella che oggi chiamiamo tassa sul carbonio».

Come ogni contributo che fa scuola, anche il suo ha alimentato un ampio dibattito. Il primo nodo è il tasso di sconto, cioè il peso che si attribuisce oggi a costi e benefici futuri. Poiché i danni del riscaldamento si manifesteranno in larga parte tra decenni, mentre i costi per ridurre le emissioni si pagano subito, la scelta del tasso decide che peso dare, nel modello, al presente e al futuro. Con un tasso alto, i danni lontani nel tempo pesano poco nelle decisioni di oggi. Nicholas Stern, nella sua Review del 2006, adottava un tasso molto basso, considerando il benessere di chi verrà quasi alla pari del nostro, e ne ricavava la necessità di tagli rapidi e consistenti delle emissioni. Nordhaus usava invece un tasso più alto, coerente con i rendimenti osservati sui mercati, e indicava un percorso di riduzione più graduale. Martin Weitzman, suo compagno di corso al Mit, osservava che la probabilità di un esito catastrofico, per quanto piccola, non è trascurabile: se gli eventi estremi sono meno rari di quanto si pensi, sono proprio quegli scenari a dover orientare la politica climatica.

Il punto più discusso è stato però la funzione di danno, che traduce il riscaldamento in perdita di Pil. Nordhaus la specificò prima come lineare e poi come quadratica rispetto alla temperatura, la forma rimasta nel modello fino a oggi. Il problema, come sottolinea Robert Pindyck, è che in letteratura non c’è un’evidenza sufficiente per stabilire quale forma debba avere. Anche per questo molti modelli integrati oggi confrontano più specificazioni alternative della funzione di danno, anziché affidarsi a una sola. Nordhaus ha raccolto molte di queste sollecitazioni, rivedendo nel tempo il modello e, con esso, le stime del costo sociale del carbonio, cresciute nelle versioni successive. Richard Tol, a lungo suo interlocutore critico, ha osservato che molti dei lavori nati per metterlo in discussione hanno finito per confermarne, nella sostanza, le conclusioni. E la tassa ottimale da lui calcolata è sempre stata più alta del prezzo del carbonio effettivamente applicato.

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Un modello aperto

C’è poi un merito meno noto, ma decisivo. Nordhaus ha reso disponibili gratuitamente codice e documentazione dei suoi modelli quando la condivisione del software era una rarità. Dice e Rice sono diventati un laboratorio comune: ricercatori di tutto il mondo li hanno estesi o applicati, cambiando un’ipotesi alla volta, e molte delle critiche sono nate proprio dentro il suo schema. Weitzman scherzava che aggiornare Dice garantiva un lavoro a vita, almeno finché il problema del clima non fosse stato risolto.

Tra i primi a usarli ci sono stati ricercatori italiani, a cominciare dal gruppo della Fondazione Eni Enrico Mattei (Feem), che dalla fine degli anni Novanta ha lavorato su tre fronti: il progresso tecnico, reso endogeno e legato alla ricerca e sviluppo e all’apprendimento dall’esperienza, mostrando che l’innovazione indotta dalle politiche abbassa in modo sostanziale i costi di Kyoto; l’incertezza, introdotta come rischio di eventi catastrofici crescente con il riscaldamento; la stabilità degli accordi internazionali, studiata con la teoria dei giochi sulla struttura regionale di Rice. Da quella stagione è nato il modello Witch, che il documento scientifico del Comitato Nobel cita come «esempio di primo piano» dei modelli che hanno reso endogeno il progresso tecnico, mentre il lavoro di Castelnuovo, Moretto e Vergalli (2003) è ricordato tra quelli che hanno introdotto soglie e punti di non ritorno.

Dalla tassa al club

Negli ultimi anni Nordhaus si era concentrato sul nodo politico. Gli accordi sul clima, da Kyoto a Parigi, non prevedono sanzioni per chi non partecipa o non rispetta gli impegni, e quindi incentivano il free riding. La sua risposta, presentata nel 2015 da presidente dell’American Economic Association, era un «club climatico»: i paesi aderenti concordano un prezzo minimo del carbonio e impongono un dazio uniforme sulle importazioni da chi resta fuori. Un’idea che riecheggia nel meccanismo europeo di aggiustamento del carbonio alle frontiere (Cbam).

Nordhaus non ha mai preteso che il suo modello fosse «vero»: lo ha costruito perché fosse discusso e corretto. Se oggi gli economisti parlano di costo sociale del carbonio, tassi di sconto e rischi catastrofici con un linguaggio comune, lo devono in gran parte anche a lui.

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