Una crisi della fiducia attraversa tutto il mondo e soprattutto gli Usa. Il libro di Dario Togati, di cui pubblichiamo un estratto, interpreta le politiche di Trump come tentativi di dare una risposta alla perdita di status di lavoratori e classe media.
Politiche “muscolari” in risposta a una crisi di fiducia
Come spiegare le politiche muscolari di Donald Trump – ovvero quel cocktail esplosivo fatto di crescente deriva autoritaria negli Usa (ben simboleggiata da intimidazioni a giornalisti e magistrati, raid dell’Ice, deportazioni degli immigrati, e stretto connubio con i tecno-oligarchi) e dazi, guerre, svuotamento delle istituzioni multilaterali e rifiuto delle regole del diritto internazionale a livello globale – che stanno terremotando l’economia e le democrazie occidentali?
Sono espressioni della follia di un uomo solo al comando oppure il frutto di una logica, che occorre comprendere per poterlo criticare più efficacemente?
Seguendo la seconda opzione, il mio libro, arricchito dai disegni di Davide Borella, cerca di spiegare la logica di tali politiche partendo dal ruolo chiave giocato dalla fiducia nelle economie moderne. Il libro analizza i motivi per cui oggi la fiducia è in crisi ovunque, ma soprattutto negli Stati Uniti e considera le politiche di Trump come tentativi di fornire una risposta a tale crisi. In particolare, queste paiono avere almeno tre obiettivi.
Il primo è quello di fornire una risposta ai lavoratori e alla classe media della base Maga, che hanno votato Trump perché ha saputo interpretare la crisi di fiducia derivante dalla fine del sogno americano, definibile come lenta erosione del “salario giusto”, ovvero l’insieme di beni e servizi a cui aspirano questi elettori.
Tale erosione è il risultato di fenomeni quali: la perdita di produzione interna e posti di lavoro ben retribuiti a causa della globalizzazione; il taglio del salario sociale in termini di beni e servizi pubblici; la riduzione dei salari reali a causa dell’inflazione; l’impoverimento relativo dovuto alle maggiori disuguaglianze.
Da questo punto di vista, le politiche di Trump appaiono come il tentativo di dare ai lavoratori una sorta di indennizzo, soprattutto sul piano ideologico o morale, per il peggioramento di status da loro subito, facendo loro credere, ad esempio, che è possibile rifare grande l’America risollevando le sorti della sua base industriale oppure punendo le élite e gli scrocconi che l’hanno derubata.
La politica che riprende il controllo sull’economia
In secondo luogo, le politiche di Trump mirano a riprendere il controllo della politica sull’economia per rispondere anche alla crisi di fiducia degli imprenditori. Esse sono accomunate dalla constatazione che mercati lasciati liberi di funzionare sono una delle cause del declino dell’America, in particolare dei suoi minori tassi di crescita rispetto ai concorrenti asiatici.
Basti pensare che, da un lato, i dazi sono visti come rimedio all’incapacità dei mercati globali di correggere il forte deficit commerciale Usa e invertire la tendenza alla riduzione della base industriale; dall’altro, la politica industriale concertata con i tecno-oligarchi per fini militari appare la risposta al fatto che le forze di mercato non sono sufficienti a motivare gli imprenditori e garantire il flusso di investimenti necessari per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, oggi uno dei principali driver della crescita.
Infine, le politiche di Trump mirano a indebolire le velleità autonomiste degli altri paesi occidentali, in particolare dell’Europa, costringendoli a “fidarsi” della leadership Usa, a schierarsi comunque dalla loro parte nella competizione con la Cina.
In particolare, la politica dei dazi rafforza la subordinazione dell’Europa agli Stati Uniti perché si basa su un presupposto fondamentale, finora non smentito dai fatti: ossia, che l’Europa tende a non reagire duramente alle decisioni unilaterali di Trump. Se questa tendenza dovesse persistere anche dopo le elezioni del prossimo anno in importanti paesi europei (che saranno decisive anche per definire le loro scelte di politica internazionale), l’Europa alla fine dipenderà ancora di più dagli Usa in campi strategici come armi, energia, alta tecnologia e mezzi di pagamento.
Il libro non si limita però ad analizzare la logica delle politiche di Trump, ne mette in luce anche le profonde contraddizioni. In particolare, esse stanno producendo fenomeni che invece di ricreare la fiducia degli agenti economici, la minano ulteriormente. Tra questi spiccano, da un lato, un’inflazione più elevata e una crescita inferiore, che alla fine indeboliscono la fiducia degli stessi sostenitori Maga e spiegano la pesante sconfitta nelle elezioni di Midterm appena concluse. Dall’altro, un aumento dei tassi d’interesse sui titoli di stato americani, che riflette anche un indebolimento della fiducia degli investitori internazionali nel ruolo di safe asset giocato dal dollaro per decenni.
* Il testo è un estratto del libro di Dario Togati, Il capitalismo fragile. La crisi della fiducia e l’America di Trump, Diarkos 2026.
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