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Ma come si finanziano i Lep?

Ammesso che si riesca a definirli, come saranno finanziati i Lep per attuare il federalismo differenziato? Oggi probabilmente sulla base della spesa storica. Ma in futuro si prospettano rischi finanziari se si usano solo compartecipazioni differenziate.

La discussione sui Lep

Il 2 febbraio il Consiglio dei ministri ha approvato il nuovo disegno di legge sull’autonomia differenziata presentato dal ministro Calderoli, già discusso in diversi interventi su lavoce.info (qui e qui). La legge si propone di definire le procedure per la concessione da parte dello stato alle regioni a statuto ordinario che dovessero chiederle di “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia” su alcune funzioni di spesa specificamente indicate dalla Costituzione. Includono sia tutte le cosiddette materie concorrenti elencate al terzo comma dell’articolo 117 della Costituzione, sia tre materie di legislazione esclusiva dello stato. Sulle materie concorrenti le regioni hanno già potestà legislativa, salvo che per la determinazione dei principi fondamentali che spettano in ogni caso allo stato. Così come spetta allo stato la definizione dei livelli essenziali delle prestazioni, i famosi Lep.

Proprio la definizione e la stima dei Lep è la chiave di volta della costruzione di Roberto Calderoli: ai Lep si affida la garanzia di eguaglianza tra territori, tant’è che nella proposta di legge si subordina l’attuazione delle intese tra stato e regioni e la devoluzione delle funzioni alla loro individuazione.

La definizione dei Lep, assieme alla stima dei costi (standard) necessari per fornirli, dovrebbe permettere di determinare il fabbisogno di risorse (standard) necessario per finanziarli in ciascuna regione. Si tratta di stime assai complesse, che richiedono informazioni dettagliate, nella maggior parte dei casi ancora da raccogliere, come si è visto nel caso dell’analogo processo di definizione di fabbisogni standard per i comuni. Pare francamente difficile che sia possibile liquidare la definizione dei Lep nello spazio di pochi mesi con un Dpcm, come proposto dal disegno di legge e dalla legge di bilancio per il 2023.

Dove trovare le risorse?

Ma ipotizziamo pure, come fa il disegno di legge, che si possano stimare facilmente i Lep per quelle funzioni (da individuare) per le quali sia necessario tutelare “i livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale”.

Il problema è dove trovare le risorse per finanziarli. Da questo punto di vista, lo schema Calderoli è contraddittorio. Da un lato, l’articolo 4 del disegno di legge è chiaro nello stabilire “che qualora dalla determinazione dei Lep (…) derivino nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica, si potrà procedere al trasferimento delle funzioni solo successivamente all’entrata in vigore dei provvedimenti legislativi di stanziamento”. Dall’altro lato, l’articolo 8 al primo comma dice che dall’applicazione della legge e delle conseguenti intese “non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica” e infine, al terzo comma, che è garantita “l’invarianza finanziaria (…) per le singole regioni che non siano parte dell’intesa”.

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Cosa succede dunque se, per esempio, la stima dei Lep per le regioni che stipulano le intese conduce a un fabbisogno di risorse superiore a quelle attualmente impiegate dallo stato (la cosiddetta “spesa storica”) per fornire gli stessi servizi nella regione? In questo caso, prendendo alla lettera il Ddl di Calderoli, le risorse aggiuntive rispetto allo storico dovranno essere trovate all’interno del bilancio dello stato, aumentando le aliquote sui tributi erariali o riducendo la spesa dello stato da qualche altra parte. Aumentare le tasse sembra assai difficile vista la già elevata pressione fiscale ed è comunque in conflitto con la filosofia del governo. Dunque, si dovrebbe ridurre la spesa. Ma quale spesa? Sempre sulla base del Ddl Calderoli, la spesa per i Lep nelle altre regioni non può essere ridotta. Dunque, lo stato dovrebbe agire sulla propria spesa residua, le funzioni di competenza esclusiva dello stato elencate al primo comma dell’articolo 117. Ma queste includono servizi assai rilevanti quali giustizia, previdenza sociale, ordine pubblico e sicurezza, perequazione delle risorse finanziarie. Sembra una strada impercorribile.

È facile vedere che gli stessi problemi si porrebbero nel caso in cui si concludesse che la spesa storica in alcune regioni che chiedono l’autonomia è superiore a quanto sarebbe necessario secondo le stime dei fabbisogni. In questo caso, si potrebbe quindi finanziare la devoluzione riducendo le risorse loro attribuite, visto che comunque per le altre regioni che non siano parte delle intese deve essere garantita l’invarianza finanziaria. Ma è realistico immaginare che si possa finanziare la devoluzione tagliando di punto in bianco le risorse a qualche regione? Anche questa strada sembra impercorribile.

La conclusione, dunque, è che nonostante tutto quello che c’è scritto nel Ddl Calderoli, l’attuazione del federalismo differenziato avverrebbe con tutta probabilità a “spesa storica”, cioè implicitamente assumendo che quanto lo stato nazionale spende ora per le funzioni Lep sia esattamente quanto necessario per finanziarli. Del resto, è quanto è successo nel caso della sanità, una funzione già regionalizzata, dove esistono i Lep (chiamati Lea in quel contesto), ma dove lo stato definisce ogni anno il finanziamento del “fabbisogno sanitario nazionale standard” sulla base delle proprie compatibilità di bilancio, distribuendolo poi alle regioni senza tener conto dei Lea e della differente capacità regionale di offrirli sul territorio.

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Il problema delle compartecipazioni

Nell’immediato, la riforma Calderoli, dunque, non può che realizzare la devoluzione delle funzioni a “spesa storica”. Secondo il Ddl, la spesa delegata a ciascuna regione verrebbe finanziata introducendo una compartecipazione (differenziata?) ai tributi erariali incassati nella regione stessa, lasciando alla dinamica futura delle basi imponibili di garantire il finanziamento dei servizi, un po’ come già succede oggi per alcune regioni a statuto speciale. Siccome però è ragionevole pensare che la dinamica futura dei gettiti compartecipati possa essere molto diversa tra regioni, questo modello di finanziamento creerebbe problemi enormi al bilancio statale. Senza un meccanismo di perequazione interregionale che redistribuisca continuamente le risorse, il bilancio pubblico sarebbe chiamato a intervenire di continuo per sostenere le regioni i cui gettiti compartecipati dovessero risultare insufficienti a finanziare i servizi Lep. Sembra la ricetta per un disastro finanziario annunciato, le cui macerie ricadrebbero peraltro sulle regioni più ricche.

Forse sarebbe utile che ci si interrogasse su queste problematiche, cioè su un meccanismo che possa garantire una convergenza negli standard di servizio, invece che sulla definizione puntuale dei vari Lep.

* Questo articolo è pubblicato in contemporanea su Il Foglio

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  1. Savino

    Chiamateli LEP, metteteci la sigla che volete, fatto sta che negli enti pubblici italiani ci vogliono fino a 8-9 mesi per rinnovare carta d’identità o passaporto e fino a 24 mesi di attesa per una mammografia o anche per esami routinari. Se Calderoli non è contento della fetta di torta del nord con l’evanescente titolo quinto e vuole spartire una torta più grande ha solo da essere meno goloso e da portare più rispetto per i cittadini e per le loro legittime aspettative di servizi più efficienti.

  2. Firmin

    Parafrasando un vecchio sketch di Paolantoni e Covatta, si potrebbe dire che non solo i LEP ad essere insostenibili, ma la povertà del Sud. Se partiamo dalle risorse esistenti è ovvio che non è praticabile nessun intervento perequativo. Vista l’esperienza della sanità, dubito anche che nel Sud scatteranno meccanismi di catching up verso le aree con un welfare più sviluppato. Invece è probabile che l’ulteriore compressione delle risorse a disposizione del Sud produrrà un crollo del principale mercato di sbocco del prodotti del Nord che trascinerà l’intero paese verso una decrescita infelice. Forse lo capirà prima un altro bravo comico come Pennacchi che i policy maker.

  3. Maurizio Cortesi

    Il reddito di cittadinanza è il vero lep che si può definire e finanziare con le riforme strutturali del bilancio, entrate e uscite, che sono propedeutiche alla riforma costituzionale federalista più che autonomista di cui ci sarebbe bisogno per affrontare efficacemente le varie sfide globali che si profilano. Voglio dire che è meglio finanziare direttamente i cittadini che gli enti erogatori di servizi, i quali devono evidenziare i costi delle singole prestazioni -che sono così confrontabili e quindi analizzabili nelle loro differenze- di cui i cittadini compartecipano direttamente una quota tutt’altro che simbolica, il reddito avendo appunto la funzione di scorta nel caso manchino altre fonti di reddito. Se poi questa dotazione di cittadinanza, come sarebbe più corretto definirla, fosse escutibile nel caso di inadempienze, cioè mancati pagamenti di tasse, bollette, affitti o rate di mutui ecc., diventerebbe un collaterale sicuro e liquido per ottenere da chi ha altri redditi, anche bassi, quei piccoli prestiti personali, diciamo fino a 25 mila euro, che consentono di affrontare spese impreviste o maggiori a tassi contenuti. Garanzia pubblica invece che debito pubblico.

    • Savino

      Qui si parla di sistema politico per il bene della collettività non di sistema creditizio o di visione consumistica della società.

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