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Categoria: Concorrenza e mercati Pagina 60 di 88

UN ANNO DI GOVERNO: PRIVATIZZAZIONI

 

I PROVVEDIMENTI

Privatizzazioni? Argomento fuori moda un po’ in tutto il mondo, in questo periodo, e l’Italia non fa eccezione.
L’unica operazione "rilevante" è quella di Alitalia. È vera privatizzazione? In un certo senso, no; l’impresa è fallita, non è stata venduta. In un altro senso, sì; alcuni asset di Alitalia sono infatti passati dallo Stato (attraverso il commissario straordinario Augusto Fantozzi) ai privati. Lo Stato ha incassato 1,05 miliardi di euro per cedere (omettiamo i dettagli e gli oggetti di minore importanza) 64 aeromobili, tutti i diritti di atterraggio e decollo e il marchio. Purtroppo il saldo è negativo, stante una massa debitoria, tuttora a carico dello Stato, molto superiore a quanto incassato.

GLI EFFETTI

La situazione della "Nuova Alitalia – Cai" è ancora in divenire. Nata come cordata italiana, AirFrance ha ora una quota che quasi le garantisce il controllo. I conti faticano a quadrare, ma anche questo non sorprende considerato il momento di mercato. Anche le lamentele per la qualità del servizio segnano una certa continuità con il passato.
Decollata in mezzo alla più profonda crisi dell’economia occidentale da 70 anni a questa parte, e con una nuova concorrenza da parte delle Fs, questa nuova impresa aspetta la ripresa dell’economia e dei traffici aerei.
I commenti sulla vicenda sono stati tanti e non possiamo che rinviare a quanto già scritto su questo sito.
Si noti che la compensazione di obbligazionisti e azionisti è ancora una partita aperta. È evidente che entrambe le categorie perderanno una parte rilevante di quanto investito, ma il quantum è ancora in fase di definizione.

OCCASIONI MANCATE

Quanto ad altre possibili privatizzazioni, resta aperta la questione di Tirrenia, per la quale a novembre si era cercato di passare alle Regioni interessate le diverse società del gruppo: Caremar alla Campania, Toremar alla Toscana, eccetera. Ma la situazione di Tirrenia è tale che, nonostante l’offerta fosse a titolo gratuito, nessuna Regione ha "abboccato" e la società resta ancora in mano dello Stato.
Nel frattempo, a quanto pare, la Commissione parlamentare ha confermato che "gran parte dell’attività della società Tirrenia di navigazione spa può essere svolta come libera attività imprenditoriale, secondo condizioni di mercato" e che "le sovvenzioni a carico del bilancio dello Stato rappresentano una quota rilevante delle entrate del gruppo Tirrenia e i costi operativi risultano mediamente più elevati rispetto a quelli delle società private del settore".
In attesa che si capisca come conciliare il necessario miglioramento dell’efficienza con il desiderio (che trapela sistematicamente) di non scontentare troppo i lavoratori, la privatizzazione resta nell’agenda, ma in concreto ancora nulla è successo.
Il Dpef 2009-2013 aveva poi preannunciato altre cessioni, dalle Poste alla Zecca a Fincantieri. Dato il momento dei mercati finanziari, vendere oggi significherebbe faticare a trovare un acquirente e verosimilmente accettare prezzi ridicolmente bassi. Quando sarà passata la tempesta, si vedranno le vere intenzioni del governo che oggi – qualunque esse fossero – non hanno potuto trovare attuazione.

PERCHÉ ALL’ORDINE NON PIACE LA CONCORRENZA

A più di due anni dal decreto Bersani, i servizi professionali appaiono ancora assai poco concorrenziali. La riforma è stata sostanzialmente annullata dall’azione degli ordini, che hanno utilizzato i codici deontologici per ridurre al minimo i cambiamenti, soprattutto sulla disciplina delle tariffe e la pubblicità. Ma mettere all’indice i minimi tariffari ha un valore più simbolico che di sostanza. In ambito legale, la regola da smantellare è quella che determina l’onorario degli avvocati secondo il numero degli atti svolti. Per passare alla parcella a forfait.

UNA NUOVA FRONTIERA TRA STATO E MERCATO

Obama ha annunciato che non lascerà fallire Gm e Chrysler. Ma il salvataggio non è senza condizioni, anche se negli Usa resta forte l’avversione verso la gestione pubblica delle imprese. Diversa la situazione in Europa, dove i cittadini sono più abituati a un intervento statale nella sfera economica. Per questo sarebbe opportuno indicare limiti temporali precisi alla partecipazione pubblica nelle aziende in difficoltà. Perché sarebbe una vera beffa se il lascito più duraturo della crisi fosse il ritorno al vecchio capitalismo di Stato.

SI FA PRESTO A DIRE AMERICA

L’accordo di Fiat con Chrysler non è privo di rischi, ma si inserisce in un piano coerente di sviluppo di lungo periodo, in una fase di profonda ristrutturazione del settore. Se funziona, permetterà alle due imprese di sfruttare le economie di scala di R&S e di condividere le reti distributive. Se non funziona, i costi per la casa italiana saranno limitati, a patto che la partnership non duri a lungo. Ma per Fiat rappresenta solo un passo, seppur importante, del processo di riposizionamento. Che richiederà altri capitali, finanziari e manageriali.

QUANDO IL PROTEZIONISMO E’ LEGITTIMO

A parole, i leader mondiali sono contro il protezionismo, memori dei danni che ha causato all’epoca della grande depressione. Tanto che dal secondo dopoguerra una serie di accordi internazionali pone precisi vincoli alla libertà dell’esercizio della politica commerciale degli Stati. Esistono però numerosi strumenti legittimi di protezione. Delle contraddizioni tra interessi nazionali e internazionalizzazione si parlerà a Trento nell’ambito del quarto Festival dell’Economia in programma dal 29 maggio al 1° giugno dedicato al tema “Identità e crisi globale”.

LA CONCORRENZA DEGLI ALTRI

L’efficacia di un’autorità antitrust dipende in larga misura dal capitale umano a disposizione e dalla sua specifica competenza. Stona perciò alquanto con il ruolo che l’Autorità intende ritagliarsi scoprire che larga parte dei suoi funzionari e dirigenti non sono assunti con rigide procedure concorsuali, ma attraverso vie molto meno trasparenti. Ancora più grave se si dovesse accertare che una parte dei dipendenti dell’Autorità non ha le competenze necessarie, perché ciò metterebbe in discussione l’equilibrio di poteri su cui si fonda tutto il sistema.

QUANDO LO STATO NON PAGA

Il ritardo con il quale la pubblica amministrazione regola i propri debiti commerciali è mostruoso. E ogni anno genera una domanda di credito da parte delle imprese di circa 67 miliardi di euro. Nel decreto anticrisi c’è un timido tentativo di intervenire aumentando la liquidità dei crediti verso la Pa, favorendone la monetizzazione o la cessione a intermediari finanziari. Tuttavia, manca ancora una totale consapevolezza dei costi che una simile situazione procura non solo al sistema produttivo, ma agli stessi conti dello Stato.

MA I PATTI NON SONO ANCORA CHIARI

Rating e Var non sono gli strumenti più adeguati per decidere se un titolo sia o meno sicuro. Per indicarne il valore, i prezzi di mercato sono un miglior giudice del giudizio degli analisti. Meglio dunque orientarsi verso i Cds. Soprattutto se si introducono sostanziali aggiustamenti in grado di garantire liquidità e trasparenza, riducendo la possibilità di manipolazione di prezzo. Attenzione alla commistione banche-associazioni dei consumatori: mette a rischio l’indipendenza nell’opera di tutela contro eventuali negligenze degli istituti di credito.

LA RISPOSTA AI COMMENTI

Grazie molte a tutti coloro che hanno commentato l’articolo ed espresso opinioni diverse dalla mie. Vorrei precisare molto brevemente:

1) Il tentativo di conciliazione non funziona da solo, come molti credono. Per farlo funzionareefficientemente occorre la presenza di due elementi (a) un conciliatore formato in tecniche di gestione del conflitto (diverso dal giudice titolare della causa) e (b) un organismo specializzato terzo neutrale. Purtroppo in Italia con lo stesso termine "conciliazione" si ci riferisce a procedure molto diverse. La conciliazione nel processo del lavoro si è ridotta ad un mero formalismo proprio perché gestita da
funzionari non specializzati. In poche parole, il tentativo obbligatorio di conciliazione non è una novità ed esiste da anni in Italia, ma non funziona perché lo fanno le persone sbagliate (o almeno non adeguatamente formate).
2) Non c’è nessuna statistica, in nessuna giurisdizione al mondo, che convalidi l’idea che il ricorso "volontario" alla conciliazione possa contribuire all’efficienza dell’amministrazione della giustizia. Tutte le
statistiche dimostrano esattamente il contrario. Il ricorso agli organismi di conciliazione deve essere introdotto per legge come condizione di procedibilità o su invito del giudice per poter ottenere un effetto positivo sullÂ’efficienza della giustizia civile. Tutte le esperienze al mondo di progetti simili, indicano in non meno del 60% la risoluzione positiva di queste “settlement conferences” introdotte per legge in un sistema graduale e progressivo di risoluzione delle controversie. Anche l’Italia conferma questo dato. Occorre farsene una ragione.
3) Partecipare ad un tentativo di conciliazione non implica rinunciare ad un proprio diritto. Se non si è soddisfatti del possibile accordo si può sempre adire al giudice, che in una visione generale di ricorso sistematico alla conciliazione, riuscirà a decidere più velocemente.    
4) Il ricorso agli organismi di conciliazione è solo una – ma credo importante – possibile soluzione alla lentezza della giustizia. Sicuramente ce ne sono altre di cui, però, l’autore non è un esperto e non ha
competenze.    
5) In Italia ci sono circa 130 organismi di conciliazione e circa 7.000 conciliatori – in media 60 conciliatori per organismo –  già adeguatamente formati in tecniche di gestione del conflitto che sono largamente
inutilizzati. L’utilizzo di queste risorse già formate potrebbe contribuire grandemente a rendere più efficiente la giustizia civile senza alcun costo per lo Stato, che tra lÂ’altro, ne certifica e vigila sulla loro serietà ed efficienza tramite un apposito Registro istituito presso il Ministero di Giustizia a cui progressivamente gli organismi di stanno iscrivendo. In questo campo, l’unica certezza è lo status quo. Iniziare anche una sperimentazione e valutare serenamente i risultati, di certo non può
peggiorare la situazione.    
Grazie molte,

MA L’ENI E’ DAVVERO UNA SOCIETA’ PRIVATA?

Il Tesoro ha varato una legge tributaria ritagliata su misura per l’Eni: un’addizionale del 4 per cento all’imposta sul reddito delle società posta a carico delle imprese petrolifere quotate, con capitalizzazione in Borsa superiore a 20 miliardi di euro. Per trovare i soldi necessari a pagare l’accordo Italia-Libia, un’azienda ormai privatizzata viene trattata come fosse pubblica. A rimetterci sono in primo luogo i piccoli azionisti. Soprattutto, non sembra questo il momento adatto per incrinare la fiducia dei risparmiatori verso i titoli pubblici.

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