Le norme comunitarie hanno liberalizzato un notevole segmento del mercato postale, ma sinora in Italia la concorrenza di fatto è invisibile. Ne è una riprova l’abolizione del francobollo di posta ordinaria e la trasformazione di tutte le corrispondenze in “prioritarie”. Se il sonno del regolatore genera mostri tariffari, quello del liberalizzatore impedisce miglioramenti di benessere collettivo facilmente realizzabili. Si deve allora puntare a una completa apertura del mercato ancor prima del 2009 previsto dell’Unione Europea.
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La manifestazione di sabato ha riportato al centro del dibattito di politica economica il mercato del lavoro e la sua regolamentazione. E rischia di acuirsi lo scontro sociale proprio mentre una complessa Finanziaria inizia il suo iter parlamentare. Si può evitarlo cercando di garantire alle imprese la flessibilità in entrata e ai lavoratori un percorso ben definito verso la stabilità . Attraverso un disegno complessivo che preveda un ingresso al lavoro in tre fasi (prova, inserimento e stabilità ), salario minimo e contributo previdenziale uniforme.
Il “cybertariato” è la nuova forza lavoro globale che sta crescendo nei Call center di tutto il mondo: una “classe operaia digitale” accomunata da identiche mansioni svolte al telefono di fronte ad un monitor. Una professione nata con l’avvento della società dell’informazione che comporta però forti problematiche di tutela sociale. E’ indispensabile giungere quanto prima ad un accordo internazionale riguardo agli standard delle condizioni lavorative e della sicurezza di questi lavoratori.
L’inefficienza della giustizia civile in Italia rappresenta uno dei fattori di contesto che limitano competitività e capacità di crescita del paese. Ha effetti negativi sui mercati finanziari perché induce tassi di interesse più elevati e minore disponibilità di credito. Influisce sulla nascita e sulla dimensione delle aziende perché rappresenta una barriera all’ingresso e disincentiva gli investimenti. Come conferma un confronto tra le diverse province italiane. Si spiega anche così il nanismo delle nostre imprese nel panorama internazionale.
Tra ospiti più importanti di altri e posti pre-assegnati come a una cena di gala, la concertazione italiana è un teatrino dove ciascuno recita un copione già visto. Molto meglio prendere esempio dalla Spagna. Il suo Consejo Económico y Social ha il compito di dare al parlamento un parere su ogni proposta di legge o decreto governativo di tema economico-sociale. Un ruolo che da noi potrebbe svolgere il Cnel. A patto di riformarlo radicalmente in modo da trasformarlo in una sede in cui si possa andare a fondo dei problemi, carte e dati alla mano. Perché il metodo è sostanza.
Una Finanziaria non si limita a ridistribuire un reddito dato. Influenza la convenienza a produrne di nuovo, modificando gli incentivi a investire e a creare posti di lavoro: gli effetti davvero importanti per la crescita, il problema numero uno dell’Italia di oggi e di domani. La legge per il 2007 non incide sui nodi che un imprenditore affronta quotidianamente: costo dell’energia, risorse umane e difficoltà di sbocco sul mercato interno. Non c’è neanche la riduzione delle tasse sulle società . Eppure sono proprio le ragioni per cui nel nostro paese non si fa innovazione
E’ condivisibile la scelta di ridurre il cuneo fiscale per la parte che compete alle imprese attraverso un intervento sull’Irap. Che può essere letto non come una semplice agevolazione, ma come una norma di sistema. E la sua articolazione è funzionale agli obiettivi perseguiti. Gli elementi critici sono dettati dall’impellenza dei vincoli di gettito e riguardano l’esclusione di importanti settori dellÂ’economia, oltre alla complessità dei meccanismi opzionali previsti, che rendono il disegno e i suoi effetti meno trasparenti.
Il Ddl presentato dal ministro per lo Sviluppo economico riporta la capacità di competere dell’industria al centro dell’attenzione della politica economica italiana, riconosce la natura strutturale delle difficoltà dell’economia e predispone gli strumenti di supporto perché le imprese la affrontino. Ma, nella stesura attuale, coinvolge troppi soggetti ed elenca troppi obiettivi. Inoltre, privilegia gli incentivi, che hanno poca presa sulle piccole aziende, rispetto alla riduzione delle tasse sulle società .
La vicenda Telecom ha reso ancora più evidenti le debolezze del nostro sistema politico ed economico. Ma offre qualche insegnamento per le necessarie future privatizzazioni e liberalizzazioni: dall’importanza di un’efficace regolamentazione all’alta probabilità di fallimento del mercato italiano degli assetti proprietari. Se la Cassa depositi e prestiti dovesse diventare proprietaria delle maggiori infrastrutture a rete, occorrerebbe ripensarne i compiti. Per ora, il governo non sembra aver definito un adeguato disegno di policy making.
Se per ipotesi il riassetto di Telecom non fosse nell’interesse della società , ma solo del gruppo di controllo, quali speranze avrebbe un azionista di minoranza di bloccare il piano o almeno di ottenere il risarcimento del danno? E’ tutto nelle mani degli amministratori e, in particolare, di quelli indipendenti. Se questi approvano la proposta, agli azionisti di minoranza restano solo due strade. Possono coalizzarsi in una maggioranza alternativa nella successiva assemblea. Oppure cercare una tutela in giudizio. Entrambe appaiono decisamente impervie.