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Il welfare che non c’è

Se guardiamo alla concreta realtà del nostro paese, è difficile avere dubbi sulla necessità di riforme in tema di povertà e non autosufficienza, ambiti in cui l’intervento pubblico è in Italia tradizionalmente debole. Nonostante si discuta da anni di reddito minimo e di fondo per i non autosufficienti, sono solo alcune Regioni a intervenire su questi temi, seguendo spesso strade diverse l’una dall’altra. Ma il vero rischio è che il ripensamento delle politiche sociali scivoli in un angolo sempre più remoto dell’agenda politica.

Il nome non fa il reddito

Abbandonato l’esperimento del reddito minimo di inserimento, la Finanziaria 2004 ha istituito il reddito di ultima istanza. Ma poco si sa delle caratteristiche che dovrebbe assumere e di come sarà finanziato. Sembra una pura e semplice delega di iniziativa agli enti locali e non è nemmeno chiaro se le Regioni saranno tenute a istituire la nuova misura. Il rischio è un passo indietro delle politiche di lotta della povertà, con il ritorno a misure, se non occasionali certamente discrezionali, per la disomogeneità di interventi che caratterizza storicamente il welfare locale in Italia e gli squilibri regionali tra aree ricche e aree povere.

In cerca di identità

Le politiche europee sull’immigrazione scontano la mancanza di una comune identità che possa essere proposta come modello ai cittadini stranieri, in particolare ai più qualificati. Mentre gli Stati-Nazione perdono significato, è necessario cercare di superare le diversità senza cancellarle, in un processo di integrazione che coinvolga europei ed immigrati. Solo così potremo avere una gestione costruttiva del fenomeno, indispensabile per una crescita di lungo periodo.

Diritto di cittadinanza

L’Italia è terra d’immigrazione e di fronte a flussi già elevati e destinati a crescere, è inevitabile porsi la questione di quali diritti vadano concessi a chi arriva nel nostro paese. Molto pochi oggi quelli di appartenenza, grazie alla legge del 1992 che si fonda sul principio dello ius sanguinis. È una politica miope che mette a rischio la nostra capacità di sfruttare al meglio il contributo non solo economico, ma anche sociale e culturale che gli immigrati possono dare allo sviluppo del nostro paese.

Le domande dell’Africa

Il mancato sviluppo dei paesi africani e’ forse il principale fallimento dell’intera comunità internazionale. Lo ha ricordato anche la recente manifestazione di Roma, che ha chiesto soluzioni non utopiche, ma razionali, in grado almeno di migliorare la situazione attuale del continente. Anche sotto il profilo economico appare possibile aderire a tre richieste principali, da tempo in discussione: cancellazione del debito, sospensione dei brevetti sui medicinali, divieto di vendita delle armi.

Accade in Sierra Leone

L’Ocse rimprovera alla comunita’ internazionale ritardi e limiti nelle politiche di cooperazione allo sviluppo. Ma l’esperienza del paese africano, uno dei piu’ poveri al mondo e per dieci anni devastato da una guerra civile, dimostra le potenzialita’ e i limiti della “generosita’” dei paesi ricchi verso le nazioni piu’ povere. Spesso il problema non e’ la disponibilita’ di risorse finanziarie quanto la capacita’ di assorbirle e la volonta’ politica di farne un uso efficiente ed equo.

Va’ dove ti porta il Tfr

La riforma delle pensioni permetterà di investire il trattamento di fine rapporto nei fondi pensione. Ma questo avrà importanti effetti anche sul mercato del lavoro. Il Tfr non potrà più essere utilizzato come finanziamento a costi inferiori a quelli di mercato e le piccole imprese in particolare perderanno l’incentivo ad allungare la durata del rapporto di lavoro. Così aziende e lavoratori (che dovrebbero considerare tutti i rischi impliciti nelle diverse scelte) potrebbero avere un interesse comune nel non aderire alle possibilità aperte dalla riforma.

Benvenuto allargamento, addio grande Europa?

L’ingresso dei nuovi dieci paesi nell’Unione europea si sta trasformando da evento storico di portata straordinaria in un processo caotico che accresce le spinte per un indebolimento del disegno di costruzione di una grande Europa. Le responsabilità dei governi e delle istituzioni europee sono grandi. Per come hanno affrontato la questione dell’apertura delle frontiere ai cittadini dei nuovi membri e per i segnali mandati sull’applicazione delle regole e dei trattati. Soprattutto in campo monetario e fiscale.

La lezione di Melfi

Il caso Melfi segnala il fallimento dell’esperienza dei contratti di programma, un tentativo di decentrare la contrattazione salariale con accordi territoriali incentivati da iniezioni di denaro pubblico. Per legare il salario alle condizioni del mercato del lavoro meglio affidarsi a fattori automatici, come l’aggancio delle retribuzioni a indici del costo della vita regionali e ridurre il prelievo fiscale e contributivo sui salari più bassi, in ingresso. Tanto più che presto le Regioni del Sud non avranno più accesso ai fondi strutturali Ue.

Due proposte, un obiettivo

Sciopero virtuale e premi per i lavoratori che si impegnano a non interrompere il servizio pubblico in caso di vertenze con l’azienda sono due proposte integrabili. Entrambe fanno salvi tutti i diritti delle controparti negoziali e migliorano in misura rilevante le condizioni del pubblico. Né sembra esserci il rischio di un eccessivo rafforzamento della posizione contrattuale dei lavoratori, tale da portare a retribuzioni esorbitanti che implichino oneri finanziari per la collettività superiori ai benefici della regolarità del servizio.

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