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La macroeconomia dei comunicati stampa

Le recenti esternazioni di Banca d’Italia e Tesoro sul debito pubblico non sono solo un’altra battaglia nella guerra tra queste due istituzioni, ma tentativi genuini (benché a volte un po’ maliziosi) di fare chiarezza su di un problema oscuro ma non secondario – dopotutto, si sta parlando di quasi 22 miliardi di euro per il 2003, circa l’1,7 per cento del Pil. Questa chiarezza è doppiamente benvenuta e necessaria in un momento in cui il debito pubblico italiano è sotto stretta osservazione delle agenzie di rating.

L’8 per mille dimezzato

Soldi ben spesi quelli dell’8 per mille Irpef destinati a scopi umanitari. Lo ha detto anche il presidente del Consiglio. E per il 2004 la quota appannaggio dello Stato dovrebbe essere intorno ai 140 milioni di euro. Però, la Legge finanziaria, senza dar troppa pubblicità al fatto, l’ha decurtata di 80 milioni. D’altra parte, lo stanziamento previsto per l’introduzione della de-tax ammonta per il prossimo anno a un milione. A conti fatti, sono 79 milioni di euro in meno per gli interventi di interesse sociale.

Sono davvero aumentate le entrate?

L’indebitamento netto 2003 resta ben al di sotto della soglia massima del 3 per cento. Cambia però la sua composizione e le entrate ordinarie sembrano sempre meno in grado di far fronte strutturalmente alle spese ordinarie. Il Governo conferma tuttavia la volontà di ridurre le imposte. Senza peraltro chiarire come intende raggiungere questo obiettivo. E l’opposizione preferisce criticare l’esecutivo per aver aumentato le tasse, invece di interrogarsi sui perché e sugli effetti del calo tendenziale della pressione fiscale ordinaria.

Col fiato corto

L’economia italiana continua a perdere colpi. Il nuovo miracolo economico ipotizzato a inizio legislatura è tramontato presto, di fronte alla virtuale stagnazione del Pil dal secondo trimestre del 2001 a oggi. Ma il rischio attuale è di perdere anche la possibilità che sia la ripresa dell’economia internazionale a risollevare le sorti della nostra. Infatti, mentre per Stati Uniti ed Europa i dati sono rassicuranti, quelli italiani del primo trimestre del 2004 non promettono nulla di buono. E le previsioni di crescita del Governo potrebbero rivelarsi del tutto irrealistiche.

Scip2 strikes back

L’operazione Scip ha vantaggi presunti, ma finora non provati. Infatti, i risultati del 2003 sono largamente al di sotto delle aspettative. Né sembra vero che la cartolarizzazione acceleri il processo di vendita degli immobili. Di sicuro, consente di far cassa subito e di migliorare l’aspetto dei conti pubblici. Ma altrettanto sicuri sono i costi di cui occorre rendere nota la dimensione. Senza dimenticare i futuri costi della politica delle entrate straordinarie perseguita in questi anni.

Il calcio è di rigore

Negli ultimi sei anni i costi delle società di calcio sono stati superiori ai ricavi. Le perdite, che superano i tre miliardi e mezzo, sono state ripianate con le plusvalenze generate dalla compravendita di giocatori. Le regole Uefa impongono ora vincoli di bilancio stringenti, compreso un tetto per gli stipendi dei calciatori. Ma per il calcio italiano, il necessario risanamento deve partire dalla ricostruzione di una cornice di regole e istituzioni adatta alla nuova interazione tra dinamiche sportive e concorrenza economica.

La crisi del calcio

La crisi del calcio nuovamente sotto i riflettori. Riproponiamo ai lettori alcuni contributi che affrontano la genesi del problema e ne discutono possibili soluzioni. Gli interventi di Marco Gambaro (Il calcio è di rigore), Luca Enriques (Ma il problema è il Codice civile), Carlo Scarpa (Stadi vuoti, conti in rosso) e Giuseppe Pisauro (Finale di partita senza pareggio, Un calcio al fisco)

Romania, provincia veneta

La delocalizzazione produttiva nell’Europa orientale è ormai una realtà nell’abbigliamento e nelle calzature. Perché il costo del lavoro in quei paesi è nettamente inferiore, le maestranze sono qualificate e la vicinanza geografica assicura il controllo sulla qualità dei capi. Il Veneto ha scelto da tempo questo modello, che per il momento consente di mantenere in Italia le attività più innovative e a più alta intensità di capitale. Perché possa farlo anche in futuro, sono necessari investimenti in capitale umano e tecnologia.

Vola solo il deficit

Le cause più evidenti della crisi Alitalia sono una bassa produttività del personale e dei mezzi, una politica tariffaria divenuta dinamica solo da poco e una flotta “arlecchino”. La privatizzazione della società è senz’altro indispensabile, ma può non essere sufficiente. Bisogna premere sulla Ue per una reale liberalizzazione del settore, che permetta di abbattere molti costi impropri. E in un settore in rapida evoluzione, forse converrebbe scommettere su una compagnia low cost.

Thyssen Krupp, il barbaro

Pochi e spesso accolti con ingiustificata diffidenza gli investimenti delle imprese straniere in Italia. Infrastrutture carenti, burocrazia eccessiva, rigidità del mercato del lavoro, ambiente scientifico non soddisfacente sono le ragioni principali che tengono lontano dal nostro paese le multinazionali. E certo non aiuta spostare le decisioni di investimento o disinvestimento dalla sfera economica a quella politica, come è avvenuto nel caso di Terni.

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