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PER FAVORE NON FERMATEVI

Il Governo ha solo otto mesi di tempo per attuare riforme vitali per il destino del paese. Ma al momento l’esecutivo sembra paralizzato dai dissidi nella sua maggioranza. Le principali priorità devono essere la riforma della macchina dello stato e dello spoils system e la creazione di una constituency a favore dei tagli alla spesa, primo passo per riddurre una pressione fiscale insostenibile. Qualunque mezzo per aggirare questo immobilismo è buono, compreso agire per decreto anziché con disegni legge.

QUANDO L’IMMIGRATO È UNA SUPERSTAR

I lavoratori immigrati sono pagati di più o di meno degli autoctoni che svolgono lo stesso lavoro o uno simile? Non è facile rispondere a questa domanda perché mancano dati specifici, che diano conto, per esempio, della produttività individuale. Un problema risolto in una recente ricerca con l’analisi della situazione dei calciatori stranieri presenti nelle squadre italiane nel periodo 2000-2008. Sono pagati decisamente meglio dei loro colleghi italiani. Ma sono comunque un buon affare per le società, in termini di tifosi allo stadio e di punti guadagnati.

FOTOVOLTAICO: FINITA LA FESTA RIMANE IL CONTO DA PAGARE

Nonostante la recessione, un settore industriale ha continuato a crescere in Italia: il fotovoltaico. Grazie agli incentivi, pagati dagli italiani con aumenti delle bollette elettriche. Tra l’altro, la crescita della produzione da fonti rinnovabili avviene mentre scende la domanda complessiva di energia elettrica. Senza contare lo sbilanciamento della rete dovuto alla forte variabilità della produzione fotovoltaica ed eolica, che finirà per aumentare il costo richiesto dai gestori di centrali termoelettriche per tenere a disposizione un’alta capacità di riserva.

PER UN “FREEDOM OF INFORMATION ACT” ITALIANO

Parte in questi giorni una campagna per l’introduzione anche in Italia del “Freedom of Information Act”. Si tratta di una legge che garantisce a tutti i cittadini l’accesso agli atti e ai documenti prodotti dalla pubblica amministrazione. La sua approvazione segnerebbe una svolta fondamentale in un paese come il nostro, che soffre di una acuta mancanza di trasparenza. Certo, il solo varo della norma non  cambierebbe magicamente la pubblica amministrazione e dovremmo  aspettarci resistenze di tutti i tipi.

UN CAMBIAMENTO DI PROSPETTIVA

Oggi in Italia un comune cittadino può richiedere alla pubblica amministrazione solo informazioni che lo riguardano personalmente; al contrario, con il Foia lo stesso cittadino potrebbe richiedere qualsiasi informazione che non sia esplicitamente esclusa dalla legislazione, senza dover fornire giustificazioni sulla richiesta. In sostanza, passerebbe il principio che le informazioni detenute dalla pubblica amministrazione appartengono ai cittadini: dunque, come se si invertisse l’onere della prova, non sarebbe più il cittadino a dover giustificare la richiesta di informazioni, quanto piuttosto la pubblica amministrazione a dover giustificare la segretezza, ed elencare in quali casi specifici i documenti non sono pubblici.
Da questo cambio di prospettiva e da una pubblica amministrazione più trasparente possono derivare numerosi benefici: (1) i cittadini sono più informati sull’operato dei loro rappresentanti e quindi probabilmente capaci di sceglierli in maniera più oculata; (2) si instaura un rapporto di maggiore fiducia fra cittadini e pubblica amministrazione; (3) si creano buoni incentivi per chi gestisce la cosa pubblica, affinché operi nell’interesse collettivo, aumentando dunque l’efficienza del sistema e riducendo il grado di corruzione.

GRAN BRETAGNA MA NON SOLO

Leggi sulla trasparenza della pubblica amministrazione sono state adottate da circa 80 paesi. Il caso più famoso è il “Freedom of Information Act”americano del 1966 (cui i promotori del Foia si ispirano anche nel titolo), ma la prima norma di questo tipo fu introdotta più di duecento anni fa in Svezia. Un esempio emblematico della sua efficacia è la Gran Bretagna, dove il Foia è stato adottato nel 2000. C’è poco da dire: lo scandalo sui rimborsi spese dei parlamentari del 2009 è una conseguenza diretta di quella legge. I cittadini vennero a conoscenza di vari trucchetti usati per gonfiare le spese, alcuni giudicati di gravità tale da spedire i loro autori (sei parlamentari) in prigione. I cittadini ebbero anche modo di riflettere sull’abisso economico e sociale che li separava da alcuni di questi parlamentari, come l’onorevole Douglas Hogg, che si faceva rimborsare a spese del contribuente la pulizia del fossato del suo castelletto (mansion).

TORNANDO ALLE COSE ITALIANE

Pochi paesi fra quelli democratici soffrono l’assenza di trasparenza quanto il nostro, dove gli accordi politici e gli affari avvengono troppo spesso nel chiuso dei palazzi anziché alla luce del sole. Solo pochi giorni fa, Stefano Rodotà denunciava su La Repubblica come una fase di fatto costituente come quella attuale si svolga ancora una volta senza una piena partecipazione dei cittadini e addirittura senza che vi sia consapevolezza diffusa della sua importanza: le proposte di riforma costituzionale sono spesso solo segnali di fumo e merce di scambio fra addetti ai lavori, da parte peraltro di un parlamento che non gode della rappresentatività necessaria per mettere mano al lavoro dei padri fondatori della Repubblica.
Un esempio lampante dei mali della scarsa trasparenza sono le recentissime nomine all’ Agcom (Autorità per le garanzie nelle comunicazioni) e all’Autorità garante per la privacy, le quali nonostante l’appello pubblico ad inviare curricula- sono ancora una volta il frutto evidente di un cencelliano accordo preso dai partiti politici fuori dal parlamento.
Esistono comunque controindicazioni alla trasparenza, che vale la pena ricordare. Sicuramente non tutti gli atti della pubblica amministrazione possono essere resi pubblici. Ci sono ragioni di sicurezza nazionale, ad esempio, per le quali è nell’interesse stesso dei cittadini che alcune informazioni non vengano rese pubbliche. È una controindicazione ovvia e difatti tutti i paesi che hanno adottato il Foia hanno incluso la sicurezza nazionale tra i motivi per negare l’accesso a documenti.
Dal punto di vista dell’architettura complessiva dei diritti, naturalmente non ci sfugge il contrasto tra la vigente (e stringente) normativa sulla privacy e il principio di trasparenza e informazione che è implicito nel Foia. È pur vero che ogni norma deve mediare tra diritti e interessi in conflitto: pur non essendo giuristi, ci azzardiamo dunque a suggerire che nel caso dei rapporti tra cittadini e Stato prevalga la trasparenza del Foia, mentre nei rapporti orizzontali tra cittadini dovrebbe prevalere il principio della privacy.
Sarebbe utile peraltro se il Foia trovasse applicazione anche presso enti e associazioni senza fini di lucro, come i partiti politici, i sindacati e le chiese. Applicando un (notevole) sforzo di fantasia, la domanda che sorge spontanea è questa: in presenza di un diritto generale alle informazioni come quello implicito nel Foia, sarebbero mai potuti accadere scandali gravi come quello della gestione “impropria” dei finanziamenti pubblici da parte dei tesorieri Luigi Lusi e Francesco Belsito? E che dire della campagna di diffamazione contro l’ex direttore de L’Avvenire Dino Boffo, che – secondo il libro “Sua Santità” di Gianluigi Nuzzi – sarebbe stata avallata dal direttore dell’Osservatore Romano Giovanni Maria Vian? Se un cittadino ha un diritto generale alle informazioni, perché non anche un fedele?

UN PASSO NELLA DIREZIONE GIUSTA

Un’ultima considerazione riguarda l’attuazione del Foia. Occorre stabilire meccanismi precisi di responsabilità in caso di mancato adempimento. Una richiesta di informazioni in qualsiasi formato, compresa una semplice e-mail, deve essere evasa entro un termine dato (diciamo un massimo di venti-trenta giorni); inoltre occorre stabilire precise responsabilità e sanzioni in caso di ritardi, incompletezze, omissioni, eccetera.
Inutile farsi illusioni: il Foia non cambierà magicamente la pubblica amministrazione, mentre dovremo comunque aspettarci resistenze di tutti i tipi, oltretutto favorite dalla lentezza della macchina giudiziaria. Si tratta però di un passo nella giusta direzione che speriamo possa nel medio-lungo termine restringere gli spazi di quella cultura della segretezza che ancora prevale nella nostra società.

ENERGIA RINNOVABILE: OLTRE IL COSTO DEGLI INCENTIVI

I due decreti che ridefiniscono il sistema degli incentivi alle rinnovabili elettriche sono nati sotto una cattiva stella: bocciati dalla Commissione europea, poi approvati con modifiche dalla Conferenza Stato-Regioni. Vedremo ora cosa succederà in Parlamento. Ma parlare ancora dell’eccessivo costo degli incentivi e dell’onere per le bollette degli italiani significa mettersi in un’ottica molto ristretta. Mentre dovrebbe essere ferma la volontà di rendere il sistema progressivamente meno dipendente dalle fonti fossili e dagli approvvigionamenti dall’estero.

NOMINE, BASTEREBBE IL MINIMO SINDACALE

Sulle nomine, partiamo da qualche citazione. Sul sito bersanisegretario.it si legge “Dobbiamo riportare il merito dal cielo alla terra” (Pier Luigi Bersani).  Su angelinoalfano.it si dice della “volontà di dar vita a un ”partito degli onesti” e che valorizzi il ”merito” (discorso tenuto a Mirabello).  Lascio ai lettori valutare se esista qualche ragione per la quale dobbiamo prendere sul serio queste due persone.
Le nomine sono chiaramente un segnale importante di quanto si prende sul serio il momento attuale e la gestione di snodi importanti del nostro sistema economico quali il sistema delle telecomunicazioni (l’autorità per le comunicazioni) o dei trasporti (si attende già da un po’ la nomina del primo collegio della neo-costituita Autorità per questo settore). Sotto questo profilo è evidente, ma già lo sapevamo, che la nostra classe politica è inadeguata.
Detto questo, su due ruoli fondamentali quali il presidente dell’Agcom e l’Autorità dei trasporti il pallino è in mano al Governo. C’è solo da sperare che il Governo sappia prendere le distanze, ma non con le solite parole poco utili: con i fatti. Occorrono – semplicemente – persone con competenze e capacità che le rendano all’altezza dei problemi che dovranno affrontare.
Qualcuno parla di “coraggio”. No. La nomina di persone competenti non sarebbe un atto di coraggio, di elevato contenuto morale o simili. Vorrebbe semplicemente dire “fare le cose normali”.
Si tratta di nomine chiave in posti non ornamentali, di ruoli di gestione di nodi importanti del nostro sistema economico. Chiedere che incarichi delicati siano attribuiti a persone competenti è chiedere semplicemente che il Governo faccia il suo “banale” dovere. Il fatto che questo Governo abbia poco coraggio è purtroppo evidente da tempo. Quello che chiediamo ora è molto meno del coraggio: chiediamo solo il minimo sindacale.

SE I DEBITI SI RIPAGANO IN DRACME

Se la Grecia uscisse dall’euro e adottasse una nuova valuta nazionale, cosa accadrebbe ai contratti? Quelli soggetti alle legge greca, si ridenominerebbero semplicemente nella dracma, al tasso di cambio fissato dal governo greco. In tutti gli altri casi, la situazione si rivelerebbe assai complicata. Per esempio, se il debitore fosse greco e il creditore straniero è facile prevedere che ne nascerebbe un contenzioso, con ricorso a un giudice o a un arbitro per decidere in quale moneta debba essere ripagato il debito. In tutta Europa, sorriderebbero solo gli avvocati delle parti.

QUANTA INCERTEZZA SULL’EURO

Al fischio di inizio la quattordicesima edizione degli Europei, di calcio con la Spagna campione in carica. Vincerà anche quest’anno? Secondo i bookmaker, sì. E alcuni statistici austriaci confermano, assegnandole le maggiori probabilità di vittoria, con il 25,8 per cento. Segue la Germania con il 22,2 per cento. Sarebbe la prima nazione ad aggiudicarsi tre edizioni consecutive di Mondiali ed Europei. Ma questa è una competizione tradizionalmente aperta alle sorprese. Lasciando così qualche residua speranza anche all’Italia.

LA RISPOSTA AI COMMENTI

Lo scopo dichiarato dell’articolo era di correggere alcune affermazioni dell’ex-capo del governo e di alcuni commentatori e cronisti sul tema dell’emissione di moneta da parte delle banche centrali.  Devo perciò una precisazione a proposito di quegli aspetti che l’articolo non è riuscito del tutto a chiarire.  Non rispondo invece ai commenti, più o meno ironici, sulle intenzioni della proposta dell’ex Presidente del Consiglio.

Chiarisco tre concetti:

1. Due lettori affermano che, a differenza della BCE, la Federal Reserve e la Banca d’Inghilterra possono “monetizzare” il debito pubblico acquistando titoli all’emissione, ma non è così.  ‘E bene ricordare che la Banca d’Inghilterra è vincolata dalle regole del Trattato sull’Unione Europea e quindi non fa eccezione. La Fed si attiene al principio di non acquistare titoli del Tesoro all’emissione dagli anni ‘50.  L’Italia si adeguò allo stesso principio con il cosiddetto “divorzio” tra Tesoro e Banca d’Italia, che una lettrice indica come la causa di tutti i mali. Il fatto è che, pur nelle differenze istituzionali, è caratteristica comune delle banche centrali quella di non partecipare alle aste dei titoli di stato fissando prezzi e rendimenti. I motivi sono operativi (anche quando mascherati da ragioni di “indipendenza”) e non compromettono la solvibilità dello stato sovrano. Gli stati dell’euro sovrani non sono, e per assicurarne la solvibilità la BCE potrebbe, come ho scritto qui, annunciare una fascia massima di variazione dei prezzi e dei rendimenti dei titoli di stato sul mercato secondario, senza venir meno alla proibizione sul mercato primario.

2. Quanto alla questione dell’emissione di contante da parte della Banca d’Italia: devo segnalare a un lettore che non è vero che “è solo da un anno e mezzo che le banche centrali nazionali possono emetterne quanto necessario” (non so a quale evento di un anno e mezzo fa si riferisca il lettore). Che le banche centrali immettano banconote in circolazione in una quantità non prefissata, e che dipende esclusivamente dalla domanda delle banche (per conto dei clienti) è un dato di fatto delle economie monetarie moderne, sempre che la moneta non sia garantita dall’oro o da una valuta estera (currency board).

3. Due commenti alludono infine all’irrilevanza delle banconote nella circolazione monetaria e sostengono che, se non può controllare la quantità di banconote, la BCE controlla un aggregato ben più rilevante, e cioè la massa monetaria; e che se le banche centrali nazionali non sono soggette a limiti per la stampa di banconote esse sono tuttavia soggette a limiti per quanto riguarda la base monetaria.  Entrambe le affermazioni sono inesatte.  In nessuna economia monetaria moderna la banca centrale è in grado di fissare la massa monetaria come variabile strumentale.   Quel che ogni banca centrale può fare, in quanto monopolista della moneta, è (come spiega la BCE qui) fissare unilateralmente il tasso d’interesse.

UNIONE BANCARIA: LONTANI DALLA META

La Commissione UE ha presentato il primo tassello dell’unione bancaria europea: nuove regole per gestire le crisi bancarie. Ogni paese dovrebbe perciò dotarsi di un fondo per la risoluzione delle crisi  pre-finanziato dalle stesse banche. In dieci anni, dovrebbe raggiungere una capacità di intervento pari all’1 per cento dei depositi garantiti. Prevista anche la collaborazione tra autorità di supervisione nazionale. È un buon inizio, ma il traguardo è ancora molto lontano. Con i tempi di decisione dell’Europa, rischiamo di arrivarci quando l’euro non ci sarà più.

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