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PIANO CASA 2, UN FLOP ANNUNCIATO

Per rilanciare l’economia, ecco un nuovo piano casa. Prevede la riduzione dei tempi del silenzio-assenso, l’estensione della segnalazione certificata di inizio attività e un premio di volumetria. Sarà probabilmente un fallimento come quello del 2009. Perché come allora si parte da un’errata valutazione delle difficoltà del mercato. Fermo non per le lungaggini burocratiche, ma perché il reddito delle famiglie è diminuito ed è più difficile ottenere crediti. Né basterà la capacità edificatoria gratuita a convincere un imprenditore a demolire e ricostruire un immobile.

UN TRENO PER L’AEROPORTO

La vicenda del “people mover” tra l’aeroporto e la stazione centrale di Bologna ha ormai assunto tratti paradossali. Si tratta infatti di un progetto destinato fin dall’inizio al fallimento. Non tiene conto del fatto che l’area di influenza di un aeroporto non è solo la città di riferimento. D’altra parte la società di gestione sembra più interessata ai parcheggi e ad eventuali centri commerciali. Per il piccolo aeroporto bolognese basterebbe una ferrovia, collegata alla linea Milano-Bologna, che entri all’interno dell’aerostazione.

LA RISPOSTA AI COMMENTI

Sul ruolo dei patronati e dei medici di famiglia: entrambi erogano servizi fondamentali per conto dell’amministrazione e vanno sottolineati l’importanza e il valore di questi soggetti in funzione di tutela dei diritti. Ciononostante, in ragione della loro prossimità all’utenza che si “affaccia” alla procedura dell’invalidità e del ruolo specifico che rivestono nella fase iniziale (i patronati in realtà nell’intera procedura) c’è da chiedersi se la regolamentazione dei loro ruoli presenti incentivi/disincentivi nel conformare i rispettivi comportamenti. L’ipotesi che presento è che la regolamentazione e il finanziamento attuale spinga verso un surplus di domande.

Per fare questo ho utilizzato i numeri offerti da INPS, che attualmente consentono di analizzare esclusivamente il rapporto tra domande e benefici economici. Ha ragione Pancaldi a sottolineare che esistono anche benefici in kind connessi al riconoscimento dell’invalidità, ma in relazione a questi non è possibile disporre di dati che consentano una integrazione dell’analisi (mentre sarebbe molto utile disporne, non ne dubito).

Devo invece ribattere l’intervento firmato da luis che parla di affari torbidi. Si tratta di un giudizio e di una terminologia che non può essere utilizzata. L’attività dei patronati è regolarmente monitorata dal Ministero del lavoro e delle politiche sociali in base allo stesso regolamento citato in nota nell’articolo e il loro finanziamento (complessivo) non ammonta certamente a miliardi. Nel 2011 l’aliquota del finanziamento è stata ridotta per un taglio totale di circa 87 milioni, mentre nell’anno precedente il finanziamento complessivo ammonta a circa 400 milioni.

Tornando ai dati, certamente sarebbe interessante poter disporre di informazioni più dettagliate sull’attività dei patronati e, a maggior ragione, di informazioni qualitativamente più complete sulle domande di prestazioni presentate all’INPS, sugli esiti degli accertamenti (tutti, non solo quelli che danno diritto ad un assegno) e sull’erogazione della stessa. Occorrerebbe, in altri termini, un passo nella direzione dell’open data. Il dibattito sul punto si allarga anche in Italia ma rimane troppa strada da compiere, come dimostra anche questo caso in discussione.

L’ANDAMENTO DELLO SPREAD ITALIA-SPAGNA

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Il salario minimo nella Grecia in crisi

La Grecia ha certamente un problema di competitività. Sindacati e partiti di centrosinistra dovrebbero perciò accettare una riduzione del salario minimo, ma inferiore al 22 per cento richiesto dalla troika. In cambio dovrebbero pretendere da governo e imprenditori l’impegno a introdurre ammortizzatori sociali per le famiglie di disoccupati e lavoratori poveri. Il ripristino della legalità ovunque, senza lavoratori in nero. La riduzione immediata dei prezzi da parte delle imprese. E un aumento graduale del salario minimo nel futuro prossimo, man mano che l’economia cresce.

QUEL DOPPIO TURNO CHE MIGLIORA LA VITA *

In tempo di governo dei tecnici, i partiti tornano a discutere di riforma del sistema elettorale, spesso mescolando considerazioni sulla bontà di ciascuna particolare formula con calcoli di convenienza. Un’analisi svolta di recente sui comuni italiani mostra però che il sistema a doppio turno comporta una serie di vantaggi rispetto al turno unico. Ad esempio, favorisce la partecipazione elettorale, la rappresentatività negli organismi elettivi, la qualità della compagine di governo, la qualità delle politiche poste in atto.

FIAT: ALLEATO CERCASI

Il mercato dell’auto in Europa continua a registrare risultati negativi e le prospettive per il 2012 non sono rosee. Per Fiat è prioritario riacquistare competitività nel Vecchio Continente che rappresenta ancora più del 27 per cento delle sue vendite, addirittura il 52 per cento se si esclude l’apporto di Chrysler. Alla casa torinese serve un partner le permetta di superare la soglia dei 6 milioni di veicoli prodotti. Psa e Suzuki sembrano corrispondere all’identikit dell’alleato ottimale. Con gli asiatici in vantaggio perché sui francesi pesano difficoltà di ordine politico.

IL GHIACCIO, L’AUTOCRATE E ALTRI DESTINI

Il freddo affligge tutta Europa. Ma in Italia le preoccupazioni sono maggiori a causa della scarsa disponibilità di gas naturale. Per ragioni di politica interna, la Russia ha infatti ridotto le esportazioni. Un guaio per il nostro paese, cronicamente dipendente dall’estero per gli idrocarburi e che utilizza il gas per produrre i due terzi della propria energia elettrica. Torniamo così a parlare dei rigassificatori, spesso con troppa superficialità. Invece servirebbe una Conferenza nazionale sull’energia, per affrontare i diversi temi senza la pressione dell’emergenza.

CASSE PIENE. DI RISCHI

Le casse di previdenza di diverse categorie professionali sono in sofferenza per l’esposizione eccessiva verso titoli strutturati. Ma come è potuto accedere? Spesso le casse previdenziali non hanno le competenze finanziarie adeguate e si rivolgono a consulenti in conflitto di interesse e interessati più al rendimento che al rischio connesso ai titoli nei quali investono. Anche in Italia dovrebbe crescere il ricorso a servizi indipendenti di risk advisory. Fondamentale che l’advisor per il rischio sia del tutto indipendente dall’advisor per la gestione di portafoglio.

LA RISPOSTA AI COMMENTI

I commenti critici alla mia proposta di abolizione del valore legale si concentrano su tre argomenti principali. Pesare le Università comporterebbe: 1) privilegiare la qualificazione universitaria rispetto alla qualità delle persone; b) creare (costose) università di élite; 3) pregiudicare gli studenti che per ragioni economiche possono permettersi solo università di ‘serie B’, ma ‘vicino a casa’.
Tutte queste critiche pongono problemi importanti a cui è necessario cercare di dare una risposta.

La qualificazione dell’Università viene privilegiata rispetto alla qualità delle persone

Diversi lettori hanno rilevato che tener conto, nei concorsi pubblici, del ranking delle università di provenienza comporta, in sostanza, valutare più le qualifiche dell’Università frequentata che la qualità reale dei candidati. Credo anch’io che questo sia un rischio che occorra scongiurare, ma non mi pare che, col metodo proposto, esso sia reale. Infatti, come affermato nell’articolo, il peso dell’Università di provenienza è solo uno dei parametri da prendere in considerazione e la prova concorsuale/attitudinale deve essere mantenuta e, se possibile, valorizzata. Ad esempio una valutazione concorsuale potrebbe essere articolata in questo modo: 10-20% del punteggio derivante dal ranking dell’università; 10% derivante dal voto di laurea; 10% da altri titoli/esperienze; 60-70% derivante dalla prova di ammissione. In tal modo, l’80-90% dell’esito deriverebbe da una valutazione diretta delle qualità del candidato e solo 10-20 % discenderebbe indirettamente dal ranking dell’Università da questi frequentata.
Per altro verso, sussistono controindicazioni importanti alla tesi che solo la prova concorsuale/attitudinale debba contare. In tal modo, come già rilevato nell’articolo, l’esito può essere condizionato da elementi fortuiti, colposi o addirittura dolosi. Nel caso in cui il concorso pubblico fosse vinto dal medico laureato con 90 all’Università di Vattelapesca piuttosto che da quello laureato con lode all’Università di Harvard, non avreste il dubbio che la prova concorsuale/attitudinale sia stata, diciamo così, ‘calibrata’ sul vincitore? Non sarebbe stato bene, in tale situazione, far pesare anche il ranking dell’Università di provenienza?

Il rischio di creazione di università di élite e lievitazione delle rette universitarie  

In particolare Lorenzo Zamponi, in un articolo su ‘il Corsaro’, afferma che eliminare il valore legale del titolo di studio comporta necessariamente un processo di creazione di università di élite, le quali, per coprire l’inevitabile aumento dei costi, dovranno beneficiare di una liberalizzazione delle rette universitarie.
Sulla creazione di una élite di Università mi pare che valgano due osservazioni. In primo luogo, già esistono in Italia università di serie A e università di serie B e, mentre si vedono bene i difetti della loro artificiosa parificazione, non si comprende qual è l’utilità di far finta del contrario. In secondo luogo, l’alternativa realistica alla creazione di un gruppo ristretto di università di serie A non è il generale incremento del livello qualitativo di tutte le università italiane, bensì il generale affossamento di tutte quante verso la serie B. Questo livellamento verso il basso è anzi in gran parte già avvenuto. Il risultato è, e sarà sempre più, che l’Italia non possiederà alcuna università competitiva a livello internazionale e gli studenti italiani, per ottenere qualificazioni spendibili sui mercati mondiali, dovranno necessariamente iscriversi all’estero.
Quanto all’incremento delle rette, la proposta di pesare le Università non implica affatto un tale incremento, proprio per non pregiudicare gli studenti meno abbienti. Le Università di serie A potrebbero affrontare i maggiori costi sia beneficiando delle risorse derivanti dall’incremento delle iscrizioni, sia ottenendo la percentuale di FFO che la legge già riserva agli atenei migliori, sia infine della partecipazione ai programmi nazionali e internazionali di ricerca.

Pregiudizio economico degli studenti che, per frequentare una università di serie A, devono allontanarsi da casa

Da molti commenti emerge il timore che, per frequentare una Università di serie A, occorrerà l’allontanamento dalla propria città, con il conseguente lievitare dei costi dell’istruzione.
Il rilievo merita attenzione perché comporta una riflessione sul senso della formazione universitaria.
Il timore evidenziato segnala che l’istruzione universitaria è intesa sostanzialmente come un mezzo per conseguire un titolo mediante il quale ottenere un lavoro, a prescindere dalla formazione raggiunta. Non è importante che l’università sia formativa, l’importante è che sia ‘vicino a casa’, poco costosa e rilasci un ‘pezzo di carta’ di valore legale. Si tratta di una visione comprensibile, ma di stampo privatistico e elusiva dell’interesse pubblico. Diversamente, la formazione universitaria dovrebbe perseguire principalmente l’obiettivo di fornire una preparazione adeguata alle diverse professioni, in modo che la collettività intera benefici di questa formazione e la ripaghi della spesa pubblica sostenuta a tale fine. Quando ci si reca in un ospedale, l’interesse comune è che il medico che ci visita abbia ricevuto la migliore istruzione possibile, non che abbia frequentato una università ‘vicino a casa’, spendendo poco (questo è il suo interesse privato).
Certo, il problema del garantire l’accesso alla formazione universitaria agli studenti capaci e meritevoli ma privi dei mezzi economici necessari non va eluso. Tuttavia esso va risolto, non mediante l’attribuzione artificiosa di un valore alla laurea dell’università ‘vicino a casa’, bensì mediante il sostegno economico dello Stato a tali studenti. Proprio come recita la nostra Costituzione.

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