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LA RISPOSTA AI COMMENTI

Il dibattito sulla riforma del mercato del lavoro è sempre più al centro della discussione politica italiana. Penso però ci sia il rischio di assolutizzarlo pensando che una formula magica contrattuale possa tirarci fuori da sola dalla crisi, o, dall’altra parte, che essa possa rappresentare la garanzia assoluta della nostra stabilità lavorativa. Quando invece la tutela del lavoro e la creazione di nuovi posti dipendono da moltissime altre cose che fanno funzionare l’economia (produttività e competitività delle imprese, dinamica della domanda interna, capacità di penetrazione dei mercati esteri, innovazione, ecc.) Uno dei commenti più interessanti dei lettori è che non necessariamente il contratto unico d’inserimento si rivolge a giovani ma più generalmente a persone che iniziano un rapporto di lavoro in un’impresa e quindi non automaticamente questo tipo di contratto “calza a pennello” con i risultati stessi. I risultati che troviamo nel nostro articolo possono essere letti nel senso che i giovani hanno probabilmente più energie, risorse e speranze per poter fronteggiare un periodo di disoccupazione nel mondo del lavoro. Se crediamo a questa interpretazione che pare suffragata dai dati può essere ragionevole riflettere su come tenerne conto o attraverso la modifica della stessa idea del contratto unico d’inserimento o attraverso la costruzione di ammortizzatori che ne tengano conto quando il contratto non è offerto a giovani ma a lavoratori già avanti negli anni. Nella vecchia letteratura anglosassone di economia del lavoro ci si focalizzava molto sul concetto di lavoratore scoraggiato sottolineando come la disoccupazione di lungo periodo genera deterioramento delle proprie capacità e rende molto difficile il reinserimento nel mondo del lavoro. E per questo si ragionava su interventi speciali di welfare per combattere la disoccupazione di lungo periodo. Allo stesso modo dobbiamo ragionare su come fronteggiare efficacemente (o via contratto o via ammortizzatori) lo scoraggiamento di chi esce o è fuori dal mercato del lavoro ad età non più giovani. Da questo punto di vista è interessante la proposta di chiedere alle imprese di pagare parte del costo del licenziamento perché tale richiesta (i) le spinge a licenziare solo quando effettivamente e’ indispensabile e (ii) prima il lavoratore trova un nuovo impiego e prima smette di pagargli i contributi.

QUEL MATRIMONIO DI INTERESSE TRA UNIVERSITÀ E IMPRESE *

Tra le cause della bassa crescita dell’Italia figura anche la scarsa spesa in ricerca delle imprese. Ma se il privato non fa abbastanza ricerca, perché non supplirvi con le università? Uno dei fattori che favorisce il trasferimento tecnologico tra atenei e imprese è la prossimità. Non solo quella fisica, però: occorre anche un certo grado di prossimità cognitivo-sociale. In altre parole, l’azienda deve essere capace di creare innovazione in proprio e l’università di produrre ricerca di qualità in campi rilevanti dal punto di vista dell’azienda. Anche un po’ di marketing aiuta.

ANCHE GLI ECONOMISTI VANNO AL MERCATO

Si apre in questi giorni a Chicago il job market in economia e finanza, l’appuntamento annuale che permette alle università di tutto il mondo di incontrare e selezionare i migliori giovani ricercatori. È un vero e proprio mercato del lavoro, in cui la concorrenza è molto intensa. La grande maggioranza delle università italiane non dispone né delle risorse finanziarie né di una reputazione scientifica adeguata per parteciparvi. Si tratta di una condizione di autarchia che favorisce abusi e nepotismi e per questo bisogna uscirne. Anche con l’aiuto della politica.

IMU, QUALCUNO MANCA ALL’APPELLO

Va rivisto il trattamento fiscale degli immobili non locati previsto nella manovra Monti. All’introduzione dell’Imu fa da contraltare l’esclusione dall’Irpef delle rendite catastali per le sole abitazioni non affittate. Uno sgravio che non ha alcuna giustificazione né dal punto di vista equitativo, né tributario, né economico. È un premio per chi affitta in nero e dunque contrasta con le politiche di incentivo all’emersione. L’esclusione delle rendite catastali dall’imposta progressiva, poi, garantisce un vantaggio maggiore ai proprietari con reddito complessivo più alto.

I CONTI SUGLI INCENTIVI ALLE IMPRESE *

Con il perdurare della crisi si moltiplicano le richieste di garantire un sostegno alle imprese per il rilancio dell’attività produttiva. Per evitare il rischio di sprechi è necessario procedere a una corretta quantificazione delle risorse pubbliche erogate. Un compito complesso, a cui si è dedicato il Servizio studi della Ragioneria dello Stato. I risultati mostrano che l’ammontare destinato alle aziende ha sfiorato i 12 miliardi di euro nel 2010. Evidente anche uno spostamento di risorse dagli strumenti di incentivazione diretta agli incentivi fiscali.

COSÌ LA SVIZZERA MANTIENE IL SEGRETO

Per recuperare nuove risorse, il governo Monti è stato invitato da più parti a concludere un accordo anti-evasori con la Svizzera, simile a quelli recentemente firmati dalla Germania e dal Regno Unito. Ma il rifiuto dell’esecutivo italiano è giusto. Perché l’accordo tedesco, in fin dei conti, non è altro che uno scudo fiscale. E il testo è pieno di altri trappoloni più o meno visibili, che lo rendono molto conveniente per la Svizzera e le sue banche. Tanto che meriterebbe un esame di conformità all’acquis comunitario (cioè l’insieme dei diritti acquisiti) da parte della Commissione.

IL SIGNIFICATO DI UN’ASTA SCOPERTA

Le aste dei titoli pubblici europei sono sempre più sotto la lente di ingrandimento. Soprattutto quando non tutto il quantitativo offerto viene collocato, come è accaduto in novembre per i bund tedeschi. L’episodio segnala più che altro una difficoltà delle banche a ricoprire il ruolo di acquirenti preferenziali di titoli di Stato, per la minore liquidità del mercato, l’accresciuta volatilità dei corsi, la rarefazione della domanda proveniente da investitori finali e per i vincoli di bilancio. La soluzione è ammettere alle aste anche i risparmiatori privati, come negli Stati Uniti.

LA RISPOSTA AI COMMENTI

Ringrazio i lettori e in primo luogo offro una prima risposta collettiva: non esistono pasti gratis.
I commenti pervenuti rappresentano una efficace sintesi  di tutti i problemi (e non sono pochi) tra i quali bisogna districarsi per realizzare una auspicabilmente  efficiente sistema dei controlli societari.
Armando Guerra,  ad esempio, richiama il rischio che ogni tentativo di snellimento sia bloccato sul nascere da chi è troppo appassionato di burocrazia, oppure più prosaicamente da chi vuole proteggere propri interessi corporativi: ha ragione, ma lo invito a leggere meglio l’articolo, perché il mio sforzo non è affatto quello di annullare i benefici delle nuove norme, ma di evitare l’inutilità dei controlli, proponendo una suddivisone tra sindaco unico nelle realtà imprenditoriali minori e collegio in quelle maggiori,  come suggerisce anche Giacomo Giuritano.
Nessuno nega che finora i controlli interni delle società abbiano messo  in evidenza più di una criticità, se non proprio buchi neri, come quelli che richiama L. Scalzo, ma o li aboliamo, o cerchiamo di andare oltre gli anatemi individuando una strada per una equilibrata riforma. Il percorso da me indicato cerca di essere un contributo, per renderli  semplici, indipendenti autonomi ed efficaci.
Un contributo discutibile finchè si vuole, ed anzi questo dibattito meriterà molti approfondimenti , ma che si fonda su due banalissimi presupposti, spesso dimenticati.
Il primo è che i controlli interni sono e continuano comunque ad essere utili e il secondo è che, se si condivide questo orientamento, bisogna anche accettare il fatto che costano.
Non è un caso che tutti i più recenti studi  sulla  governance societaria mettono in rilievo il loro ruolo centrale nella prevenzione e nel monitoraggio dei nuovi rischi emersi dopo la crisi finanziaria, ed anche i paesi anglosassoni, a proposito di quello che dice Ottavia, stanno rivedendo le loro posizioni sul sistema monistico che oggettivamente li indebolisce.
Infine,  per quanto riguarda la domanda sugli stakeholder che controllano le relazioni  dei collegi sindacali delle piccole imprese,  sicuramente non sono molti, ma, a proposito di trasparenza,  ve lo immaginate cosa sarebbero gli stessi bilanci senza nemmeno quelle tanto bistrattate relazioni?

Parlare di benessere in tempo di crisi *

Non basta il Pil per misurare il benessere. Così un recente rapporto dell’Ocse parte proprio da una definizione di benessere strutturata in undici dimensioni, che vanno dal reddito alle condizioni abitative o di salute, alle relazioni sociali. Nessun paese eccelle in tutte. Ma Australia, Canada e Nord Europa fanno meglio degli altri. Perché lì le diseguaglianze di qualsiasi tipo sono minori. E perché da tempo la qualità della vita è l’obiettivo primario delle politiche dei governi. Anche per superare la crisi, sostenibilità ed equità della crescita sono indispensabili, da subito.

AFFORI, PROVINCIA DI REGGIO CALABRIA

8  ottobre 2011, gli spogliatoi del centro sportivo di via Iseo vengono dati alle fiamme da ignoti In pieno giorno. Nella notte del 29 dicembre 2011, ignoti entrano nel centro di via Iseo e distruggono i bagni della palestra, provocandone l’allagamento.  La struttura  era gestita fino a settembre da una società sportiva, dietro cui le indagini della DDA hanno individuato una delle più pericolose ‘ndrine della ‘ndrangheta attive sul territorio.  Il cui bastione, centro per il traffico di stupefacenti e la ricettazione, è in una delle case popolari della zona. Il Centro era stato recentemente preso in gestione dal Comune, che sta procedendo al recupero delle strutture.
Via Iseo è nella zona 9 di Milano, ad Affori. Dista 500 metri dall’Ospedale di Niguarda, uno dei più importanti centri ospedalieri della città, si affaccia su via Enrico Fermi, una delle più trafficate vie di accesso a Milano dalla Brianza. Via Iseo è una traversa di via Bellerio. Sede nazionale della Lega Nord.   

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