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PER I LAVORATORI IL PERICOLO ARRIVA DALLA STRADA

Il triste episodio dell’incendio alla ThyssenKrupp di Torino ha riaperto il dibattito sull’incidenza delle morti bianche in Italia. I dati indicano che la differenza fra i tassi di mortalità sul lavoro italiani ed europei è dovuta in gran parte alla maggiore pericolosità delle nostre strade, e non dell’ambiente di lavoro. Unita a processi produttivi che implicano più spostamenti su strada dei lavoratori, forse per il minore uso di tecnologie. La prevenzione dovrebbe quindi includere una riflessione sul miglioramento della viabilità e del sistema dei trasporti commerciali.

BCE: CREDIT CRUNCH CHI?

Cresce il differenziale fra tassi ufficiali Bce e tassi Euribor, con un notevole impatto sulle famiglie con mutui a tasso variabile. Ma il fenomeno non è dovuto a una crisi di liquidità, è imputabile a un aumento significativo dei premi per il rischio dopo le turbolenze finanziarie dell’estate. Finora la Bce non ha identificato la natura del problema che richiede una politica monetaria più espansiva. Il pericolo è la completa illiquidità di interi settori di mercato, fino al manifestarsi di problemi di rifinanziamento del debito per alcuni paesi dell’area euro.

IL PENDOLO DELLE PROPOSTE ELETTORALI

Voto proporzionale, premio di maggioranza, soglia minima, indicazione a priori del leader, candidature in un solo collegio, una preferenza assegnata all’elettore: enunciavo tale tesi su queste colonne quando dominava incontrastata l’idea del maggioritario. Ora il pendolo degli umori collettivi si è spostato dalla mia parte, ma mi sento ancora isolato sul piano del metodo. All’opposto degli attuali esercizi di alchimia elettorale – ciascun partito è alla ricerca del mix di modelli stranieri che prometta il miglior risultato alle prossime elezioni – proponevo infatti di decidere come se si trattasse di una duratura regola costituzionale. Una regola, quindi, da scegliere come strumento per realizzare finalità alte e stabili, che vanno chiaramente esplicitate e concernono l’architettura istituzionale del paese, ossia i rapporti tra elettori, eletti ed esecutivo, nonché la governabilità del sistema

Un proporzionale “limitato”

La finalità più importante è di realizzare al meglio il principio della sovranità popolare nel nuovo contesto federalista in cui il Parlamento delibera solo su questioni fondamentali – giustizia, difesa, bioetica, e così via – che toccano il cittadino in quanto tale, dovunque abiti e comunque la pensino i vicini. È giusto allora il proporzionale in cui tutti i voti contano, mentre l’uninominale accoglie un voto solo se si trova dalla parte del 51 per cento dei voti del collegio e lo annulla se si trova dalla parte del 49 per cento.
La finalità di rendere il paese governabile obbliga tuttavia a porre due limitazioni al proporzionale. La prima consiste nella soglia minima dei voti per accedere al Parlamento, il famoso 5 per cento tedesco, per evitare la frammentazione. La seconda è il premio di maggioranza. Ma sono limitazioni trasparenti e razionali, ben diverse dalle ferite al proporzionale inferte in modo nascosto da altre regole. Un conto è infatti essere eliminati perché troppo pochi a livello nazionale, salvo deroghe da approfondire per le minoranze locali. Altro conto è essere eliminati solo perché si è in minoranza in un collegio, come avviene con il maggioritario, che proprio per questo può generare il paradosso, più volte verificatosi nella storia, di dare l’egemonia a livello nazionale alla minoranza degli elettori solo perché distribuita in modo tale da vincere nella maggioranza dei collegi. E un conto è prevedere il premio di maggioranza se e nella misura in cui si renda necessario, altro conto è favorire i partiti maggiori attraverso circoscrizioni elettorali di piccola dimensione, come nel caso spagnolo, e il diffuso metodo d’Hont: si esacerbano così i partiti minori sacrificati, che considerano subdoli questi criteri occulti, che comunque non garantiscono sempre la formazione di una maggioranza netta in Parlamento.

Il peso degli elettori

LÂ’ultimo fine proposto consiste nel calibrare il peso degli elettori rispetto a quello degli apparati di partito e degli stessi eletti. Si tratta di scegliere tra infinite soluzioni legittime. A un estremo sta la lista bloccata dai partiti, accompagnata dalla possibilità di candidarsi in più collegi, il che significa dare peso zero alle preferenze degli elettori nei confronti dei singoli candidati e aggiungere la beffa delle molte candidature civetta dei leader di partito. AllÂ’altro estremo sta il regime presidenziale, in cui i cittadini eleggono direttamente il capo dello Stato che è anche, o sceglie, il capo del governo. La soluzione qui presentata – premio di maggioranza alla coalizione vincente, il cui leader diventa il capo del governo, e possibilità di esprimere una preferenza – esalta il potere dellÂ’elettore rispetto alla situazione attuale, mentre si configura come intermedia tra le proposte avanzate nel dibattito di questi anni. Una soluzione più spinta, ad esempio, è quella che contempla la norma antiribaltone cara a Berlusconi prima che approdasse allÂ’attuale “porcellum”: in aggiunta allÂ’investitura popolare di fatto del capo di governo a inizio legislatura, obbliga a tornare alle urne quando muti la maggioranza al Parlamento rispetto a quella consacrata dalle elezioni, mentre qui il mutamento è ammesso, anche se dovrebbe restare un fatto eccezionale. Una soluzione meno drastica, invece, è quella che non contempla il voto di maggioranza né impone di dichiarare agli elettori la coalizione di appartenenza, lasciando spazio a tutte le possibili intese post-elettorali (caso tedesco).
Su questo terreno ogni proposta è da considerarsi legittima, purché sia chiara, sia cioè correttamente presentata come la conseguenza della scelta di un definito mix di poteri degli elettori, dei partiti e degli eletti. Ma di tale chiarezza non si vede traccia nel concitato confronto delle ultime settimane. O meglio, è chiaro che i partiti sono oggi alla ricerca non già della giusta regola permanente ma del migliore risultato alle prossima tornata elettorale: un’impostazione che risente delle alleanze esistenti e di quelle potenziali. E poiché tutte appaiono labili, ne risulta come conseguenza logica lo spettacolo sconcertante di repentini e profondi mutamenti degli umori e delle proposte.

A BALI PER UN CLIMA MIGLIORE

La Conferenza di Bali sul cambiamento climatico è un passaggio che darà i suoi frutti più concreti nei mesi a venire. I paesi che hanno firmato e ratificato il protocollo di Kyoto sono all’alba di una scadenza istituzionale rilevante: il primo gennaio 2008 inizia ufficialmente il primo periodo di impegno. L’Europa a 15 sembra sulla buona strada per rispettare gli impegni. Convincere Stati Uniti, Cina e India a intraprendere una strada negoziale è comunque indispensabile, anche se non semplice, perché richiede di saper guardare al di là del proprio interesse immediato.

RAI-MEDIASET: UN RUOLO PER L’ANTITRUST

Le notizie di questi giorni confermano che certamente serve una riforma radicale del sistema televisivo e dei media. Ma esiste già una norma che può efficacemente intervenire su molti dei comportamenti tenuti dai più alti dirigenti di Rai e Mediaset, la legge antitrust del 1990. Ed esiste un’autorità che può far rispettare i divieti di comportamenti anticoncorrenziali, l’Autorità garante della concorrenza e del mercato. La presidenza Catricalà è molto attenta alle preoccupazioni dei consumatori, ora saprà cogliere l’inquietudine dei contribuenti al canone.

PRECARIATO: UNA PERCEZIONE?*

L’uso del termine precariato, forma deteriore della parola flessibilità, si è venuto a sviluppare negli ultimi dieci anni.
La percezione di un mondo del lavoro precarizzato non è supportata dai dati quantitativi che la statistica ci propone, ma l’economia è fatta di analisi anche qualitativa, ed è bene fare delle osservazioni sul perché nella società italiana si avverta quello del “lavoro” come un problema, che causa insicurezza nei giovani (e non solo).
Chi scrive pensa spesso alla storia dello statistico che annega nel lago alto mezzo metro, in media, ed il povero statistico oggi rischia spesso di trovarsi dal lato del fondale alto due metri, e rischia quindi di non vedere i fenomeni nella loro interezza, in una società sempre più variegata, nella quale le forme del lavoro sono tante.
Gli indicatori statistici sono indizi per comprendere i fenomeni, informazioni, e per comprendere le problematiche nella loro interezza occorre considerarli nel tempo e non isolatamente, per costruire così la “conoscenza” dei fenomeni.

Ad esempio, l’osservazione dei dati forniti dagli ultimi dati dell’indagine ISTAT sulle Forze Lavoro (concernente il trimestre  che va dal 2 aprile all’1 luglio 2007) ci indica che il tasso di disoccupazione si è posizionato al 5,7 per cento (6,5 per cento nel secondo trimestre 2006) e si è ridotto in tutte le ripartizioni geografiche (Nord, Centro, Mezzogiorno). A tale dato si contrappone però la discesa su base annua dell’occupazione nel Mezzogiorno (-0,9 per cento), mentre a livello Italia essa cresce dello 0,5 per cento.
Occorre quindi chiedersi se la normativa sul mercato del lavoro esistente riesca a produrre effetti in una situazione complessa come quella del Sud, dove forse le problematiche prioritarie da risolvere (come la legalità e le infrastrutture) sono altre.
Senza entrare nel merito del diritto di ogni lavoratore a migliorare, perché un paese “felice” è probabilmente un paese con alta mobilità sociale, e l’Italia non vive questa situazione, il tempo determinato può essere talvolta un’esigenza aziendale legata anche alla produttività.
La quota di contratti a termine sul totale dell’occupazione, aumentata dal 12 al 14% nel corso degli anni ‘90, è rimasta stazionaria tra il 2001 ed il 2005.
Penso che la flessibilità sia vista in Italia come precariato per i seguenti motivi che cerco di sintetizzare:

-   l’economia è abbastanza ferma, infatti i consumi concernenti la spesa delle famiglie residenti, ai prezzi dell’anno precedente, crescono con percentuali vicine allo 0,5 per cento nel secolo in corso, con una ripresa  nel 2006 (+0.9%); i lavoratori precari ne possono risentire psicologicamente più degli altri, perché al problema dell’insicurezza del lavoro si aggiunge quindi quello della difficoltà a fare la spesa;
-        gli ammortizzatori sociali nel nostro paese sono ridicoli (ad oggi il 40% dell’ultimo stipendio per 6 mesi) come percentuale dell’ultimo stipendio e come durata, che andrebbe almeno triplicata. Per fare ciò bisogna ovviamente ridurre la spesa previdenziale, ed il sistema a capitalizzazione è ideale per ciò, perché ognuno ottiene al ritiro in proporzione a quanto ha versato. Poiché il sistema a capitalizzazione dipende dal rendimento del capitale, ci si potrebbe assicurare contro i rischi ricorrendo all’aiuto dello Stato. Un sistema a capitalizzazione sarebbe però da proporre a livello europeo, perché più ampio è il mercato dei capitali, maggiore è la diversificazione e minore il rischio;
-        i centri dell’impiego non fanno incrociare domanda e offerta di lavoro, che rimangono spesso sole nella ricerca di professionalità l’una e di impiego l’altra: i centri dell’impiego dovrebbero, tramite selezioni adeguate, creare il legame di fiducia e rimediare all’asimmetria informativa nella rispettiva del lavoratore e del lavoro, e potrebbero così permettere ai dipendenti a tempo determinato di migliorare, dal punto di vista dei salari e/o della stabilità del lavoro;
-        l’esistenza di onerosità ed impedimenti nella ricongiunzione contributiva tra esperienze lavorative appartenenti a gestioni diverse, per la stessa persona  (e   mi richiedo se non converrebbe passare ad un sistema pensionistico a capitalizzazione, usando il TFR a tale scopo per una fase di transizione);
-        le scelte economiche a favore degli svantaggiati, dei bassi redditi e delle imprese, da parte dei governi “precari”, perché incapaci di decidere, sono omeopatiche, a seguito dei vincoli di Maastricht, ed a causa della volontà di accontentare un po’ tutti, senza così compiere atti significativi per alcuno; le decontribuzioni per assunzioni a tempo indeterminato, ad esempio, dovrebbero essere più visibili e quindi consistenti. Con Maastricht cambia la politica economica dei governi che devono considerare i vincoli della politica monetaria (stabilita dalla BCE) e del deficit pubblico (in particolare) intervenendo su altre variabili a disposizione per fare politica economica (politica fiscale, industriale, del welfare). 
-        l’assenza di un chiaro ed automatico pacchetto di prestazioni gratuite automatiche per precari e  disoccupati (in sintonia con i Servizi per l’impiego), come la formazione superiore ed universitaria, l’aggiornamento, ed esenzioni selettive da tasse e imposte;
-        l’assenza di una politica del part time, che permetterebbe ad alcune categorie (donne, studenti) di essere più libere e vedere positivamente la flessibilità. L’Italia rimane ancora indietro nelle classifiche d’Europa quando si parla di part time, con circa il 13,5% della forza lavoro; i contratti part time sono ovviamente più diffusi al Nord che nel Mezzogiorno ed i risultati in termini di occupazione si vedono. Servono quindi aziende pronte a mutare le modalità organizzative, ma anche accordi collettivi che limitino meno la concessione del part time, con l’obiettivo di evitare la iperflessibilità (part time più tempo determinato). Un’idea potrebbe essere quella di inserire nella legislazione un limite ai rinnovi dei contratti a tempo determinato: dopo i primi tre contratti il rapporto si trasformerebbe a tempo indeterminato, con la possibilità per l’azienda ed il dipendente di optare, al bisogno, per il part time.

Senza formazione e sviluppo ed in assenza della possibilità di rivendere le professionalità acquisite non si può uscire dalla spirale del precariato, e quindi non bastano le leggi sul mercato del lavoro per ottenere ciò, ma serve essere protagonisti di una maggiore produttività, e la politica può fare tanto, come si è evidenziato nei punti precedenti, senza illudere  bamboccioni e non.

LA CERTEZZA DI UNA VIA DI USCITA

Il contratto unico che superi il dualismo attuale fra assunzioni permanenti e temporanee è una soluzione proposta per risolvere il problema della precarietà. Si concentra però sull’ingresso sul mercato del lavoro, senza affrontare le problematiche dal lato delle uscite. Ma se si vuole ridurre il ricorso ai contratti atipici e la polarizzazione fra insider e outsider non ci si può dimenticare di razionalizzare le procedure di licenziamento. Con l’introduzione di costi magari altissimi, ma predefiniti e certi. O il ricorso all’arbitrato obbligatorio.

MEGLIO L’ASSICURAZIONE*

Se ne discute da decenni, ma la vicenda della Northern Rock sembra aver chiuso il dibattito una volta per tutte: l’assicurazione sui depositi è essenziale per la stabilità finanziaria. Il prestito di ultima istanza infatti richiede valutazioni discrezionali basate su informazioni che nel corso di una crisi sono incomplete, mentre l’assicurazione è un insieme di regole predefinite. Ma come costruire un sistema efficace? Garantendo alle autorità di vigilanza il potere di chiudere un istituto prima di arrivare all’insolvenza e ai correntisti soluzioni rapide e senza conseguenze.

LE CONSEGUENZE DEL VASSALLUM

Cosa accadrebbe se la riforma Vassallo fosse applicata? Stimare gli effetti di una formula elettorale che non esiste è complicato, perché le strategie di partiti ed elettori dipendono dal sistema che regola le elezioni. E qui molto dipende dal disegno delle circoscrizioni. Tuttavia, le stime dicono che a parità di voti la soglia di sbarramento si riduce al crescere della dimensione della circoscrizione. Non necessariamente a vantaggio dei partiti minori. Il sistema sembra poi avere una forte spinta interna verso la bipartitizzazione del quadro politico.

SE MANCA LA TRASPARENZA

La Bce decide di lasciare i tassi di interesse invariati. In una fase di grande incertezza come quella attuale, è una scelta che non fa chiarezza. Soprattutto perché è di difficile comprensione sulla base del mandato esplicito affidato alla Banca. Le sue previsioni descrivono un panorama di chiare pressioni inflazionistiche. Eppure decide di non muoversi. Una strategia che si può seguire solo a patto di agire con totale trasparenza. Ovvero pubblicando un sentiero futuro dei tassi, con margini di incertezza ragionevoli e ben specificati, che la giustifichi.

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