Il nostro paese ha bisogno di capitale umano per uscire non solo dalla recessione, ma anche dalla stagnazione che l’ha preceduta. C’è un capitale umano che possiamo acquisire subito. E’ quello dei piccoli numeri, dei talenti che girano per il mondo e che si interrogano oggi su com’è cambiata la geografia del mondo dopo la crisi per decidere dove andare. Pochi innesti di qualità possono significare grandi cambiamenti nella nostra economia. Oggi i 2000 studenti di dottorato stranieri in Italia, in 9 su 10, pensano solo a scappare appena finiti gli studi perché sfiniti dai rinnovi dei permessi di soggiorno, dalle forche caudine cui vengono sottoposti dalle nostre leggi sull’immigrazione. Introduciamo subito un visto per gli studenti (come il J1 negli Stati Uniti) che permetta di risiedere, entrare ed uscire legalmente dal nostro paese per tutta la durata del corso di studi. Deve essere concesso sulla base di una lettera di accettazione dell’università che accoglie il dottorando e che ha tutti gli incentivi ad ammettere solo gli studenti con maggiori potenzialità. A quel punto potranno pensare solo a studiare senza dover frequentare a lungo le nostre questure in attesa di un rinnovo del permesso, che poi arriva immancabilmente quando è già scaduto. Le nostre politiche dell’immigrazione dovranno poi garantire una corsia preferenziale a chi ha studiato da noi e ha una laurea o un dottorato. Chi viene da noi deve già sapere che al termine del corso di studi verrà messo nella stessa condizione degli studenti italiani nel cercare un impiego.
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Pubblichiamo per i nostri lettori un estratto del libro di Salvatore Rossi “Controtempo. L’Italia nella crisi mondiale” (Laterza, 208 pagine, 15 euro). Anche la crisi ha colto l’Italia e la sua economia in quel controtempo che da anni ci caratterizza rispetto agli altri paesi avanzati. Ma stavolta ai rischi si associano le opportunità. Purché il nostro paese sappia realizzare le necessarie riforme di ordine culturale prima ancora che normativo. E nello stesso tempo rinsaldare e valorizzare i fattori di equilibrio, come l’alto risparmio delle famiglie e la solidità delle banche.
Un libro sulla crisi finanziaria che è anche una scorrevole lettura per l’estate, tanto che un recensore ha chiosato: “Il racconto è avvincente come un giallo di Camilleri”. Il libro, “I nodi al pettine” (Laterza, 202 pagine, 15 euro), è stato scritto da Marco Onado per ripercorrere eventi e spiegare meccanismi complessi anche al lettore non esperto di finanza. Offriamo un assaggio di queste pagine, preceduto dalla presentazione pubblicata sulla quarta di copertina.

Uno sguardo agli ultimi dieci anni mostra che l’esperienza dell’Italia nell’Unione monetaria non è stata univoca. L’euro è spesso utilizzato come capro espiatorio per spiegare l’andamento non soddisfacente dell’economia italiana, ma una valutazione complessiva di come sarebbero andate le cose con l’Italia fuori dell’euro, molto probabilmente porterebbe a concludere che i benefici correlati all’Unione monetaria, in termini di un ambiente macroeconomico e finanziario stabile, superano di gran lunga i costi della perdita dell’autonomia di politica monetaria. Gli scarsi risultati economici dell’Italia derivano da politiche economiche non appropriate a livello nazionale, che non hanno saputo cogliere appieno le opportunità offerte dalla partecipazione all’Unione monetaria.
IL PROBLEMA DELLA PRODUTTIVITÀ
È opinione condivisa che il problema principale dell’economia italiana nello scorso decennio sia stato il notevole e protratto differenziale di crescita potenziale rispetto agli altri paesi dell’area euro, nell’ordine di 0,75 punti percentuali all’anno, ovvero appena sopra l’1,25 per cento dell’Italia contro il 2 per cento dell’area euro. La diagnosi per questa malattia è ancora in gran parte simile a quella raggiunta in un’analisi dell’economia italiana pubblicata dalla Commissione europea nel 1999. Solo rispetto a una delle specifiche debolezze emerse all’epoca si sono registrati notevoli progressi: l’incapacità dell’Italia di sfruttare appieno il suo potenziale di lavoro. Anche se la crescita del paese può essere stata insoddisfacente, risultati decisamente migliori si sono ottenuti in termini di creazione di posti di lavoro, grazie tra l’altro alle riforme che hanno reso più flessibile il mercato del lavoro, in particolare per ciò che riguarda le nuove assunzioni.
Sfortunatamente, il rovescio della medaglia è stato un significativo rallentamento della produttività, con una crescita della produzione oraria scesa dall’1,5 per cento annuo in media nel periodo 1992-98 ad appena lo 0,5 per cento nel periodo 1999-2008. Il positivo andamento dell’occupazione potrebbe essere all’origine del rallentamento della produttività del lavoro, almeno nel breve periodo. Tuttavia, l’evidenza empirica dimostra che il principale colpevole è stato l’acuto e prolungato rallentamento della crescita della produttività totale dei fattori (Tfp).
Si tratta di una componente della crescita economica generalmente associata a un utilizzo più produttivo dei fattori di produzione, ottenuto riallocando risorse verso settori e attività ad alta crescita e assorbendone ogni debolezza, sfruttando meglio le economie di scala e innovando di più. Difficilmente il rallentamento della produttività dei fattori in Italia può essere attribuito alla moneta unica: al contrario, avrebbe dovuto contribuire a rilanciarla, imponendo mercati meglio funzionanti e una più forte competizione. Al massimo, si può sostenere che il nuovo ambiente indotto dall’euro ha portato alla luce le debolezze strutturali che stanno alla base del fenomeno. (…)
Il brusco calo dei premi per il rischio innescati dalla partecipazione all’area euro, del quale l’Italia ha beneficiato in misura maggiore della media dei paesi dell’area, ha agito come un temporaneo shock positivo sul lato della domanda. Sul lato dell’offerta, la decelerazione della Tfp è stata compensata dalla più elevata accumulazione di lavoro, lasciando la crescita potenziale sostanzialmente immutata. L’Italia ha registrato anche una sostenuta perdita di competitività sul piano delle esportazioni, dovuta alla repentina decelerazione della produttività e al rapido aumento della concorrenza dei paesi esportatori a bassi salari. Sebbene quest’ultimo sia in linea di principio uno shock che ha interessato tutta l’area euro, ha avuto un effetto decisamente asimmetrico sull’economia italiana, a causa della particolare specializzazione commerciale del nostro paese. La perdita di competitività esterna si è trasformata in un contributo negativo delle esportazioni nette alla crescita, accentuando così il divario di crescita con gli altri paesi dell’area euro. (…)
LE OCCASIONI MANCATE DELLA FINANZA PUBBLICA
Quanto alle finanze pubbliche, la storia dei primi dieci anni dell’Italia con l’euro è sostanzialmente una storia di occasioni mancate. Nel periodo di rincorsa all’euro, è stato realizzato un imponente consolidamento fiscale e sono state varate importanti riforme che miravano a contenere il debito pensionistico, in modo da garantire la sostenibilità delle finanze pubbliche nel lungo periodo. Ma una volta esaurita la carota della partecipazione all’area euro, si è fatto fatica a proseguire nel consolidamento. Così il dividendo dell’euro in termini di minore spesa per interessi non è stato utilizzato per creare e mantenere una situazione di bilancio propedeutica a finanze pubbliche solide. Né il periodo di crescita sostenuta degli anni intorno al volgere del secolo è stato utilizzato per realizzare un aggiustamento strutturale anticiclico del bilancio. E poiché la crescita potenziale non è aumentata come previsto dal governo, il deficit è tornato a crescere e ha superato il tetto del 3 per cento imposto dal Trattato già nel 2001. È stato poi riportato entro i limiti nel 2006-2007 solo grazie a un aggiustamento essenzialmente basato sulle entrate, attuato sotto il bastone della procedura per disavanzo eccessivo.
RIFORME STRUTTURALI
La rincorsa all’euro è stata caratterizzata da passi significativi verso la riforma del mercato del lavoro, la liberalizzazione di settori protetti, la privatizzazione delle aziende di Stato e la rimozione dell’eccesso di regolamentazione. Nel mercato del lavoro, il processo di riforma è iniziato con l’accordo del luglio 1993 sulla politica dei redditi, che ha contribuito efficacemente alla moderazione salariale e alla riduzione strutturale dell’inflazione in Italia. Dal 1997 sono state avviate altre riforme che mirano alla flessibilità dei contratti di lavoro dei nuovi assunti, riducendo così significativamente i costi al margine dell’assunzione e del licenziamento. Risultati molto importanti sono stati raggiunti nella riduzione del ruolo diretto dello Stato nell’economia e la riforma delle norme sulla governance societaria è stata un deciso passo avanti nella modernizzazione e nella liberalizzazione del sistema economico. Nel periodo successivo all’adozione dell’euro, tuttavia, la spinta verso le riforme strutturali è diminuita, probabilmente anche perché il bonus della convergenza monetaria rappresentato dal calo del premio per il rischio ha ridotto l’urgenza dell’aggiustamento. Con due importanti eccezioni: il mercato del lavoro, nel quale il processo di riforma è stato portato avanti con la cosiddetta legge Biagi, e il settore finanziario, dove la Banca d’Italia ha promosso serie riforme della regolamentazione che hanno prodotto una maggiore contendibilità nel sistema. In altri settori, molte riforme si sono fermate allo stadio iniziale, per esempio la riforma della pubblica amministrazione, oppure si è seguito un approccio frammentario e non complessivo, come nel processo di liberalizzazione dei mercati dei servizi e dei prodotti nel 2006-07. Quanto alla sostenibilità di lungo periodo delle finanze pubbliche, il risultato della riforma non è stato univoco: per esempio, nel processo di riforma del sistema pensionistico si è registrato qualche passo indietro.
* Il testo è un estratto del libro di Marco Buti Italy in Emu: The Challenges of Adjustment and Growth, 2009, Palgrave MacMillan, riprodotto per gentile concessione di Palgrave MacMillan – www.palgrave.com.
Carlo Azeglio Ciampi ha dedicato a Riccardo Faini l’introduzione scritta per il libro di Marco Buti “Italy in Emu: The Challenges of Adjustment and Growth”, appena pubblicato da Palgrave MacMillan. Il Presidente emerito della Repubblica ripercorre in queste righe la “collaborazione assai feconda, sul piano professionale quanto su quello umano” instaurata con Riccardo fin dal 1995. Ne proponiamo il testo ai nostri lettori, insieme a un estratto del volume di Buti.
Pubblichiamo un brano del capitolo conclusivo del libro di Dino Pesole e Francesco Piu “Il patto. Cittadini e Stato: dal conflitto a una nuova civiltà fiscale” (Il Sole 24Ore, 16,50 euro). Come scardinare il circolo vizioso di cattiva qualità dei servizi pubblici e carenza di senso civico nella collettività? Le riforme della pubblica amministrazione già realizzate devono avere conseguenze pratiche. E un aiuto può arrivare dal manuale di autodifesa del cittadino allegato al volume. Ma per combattere l’evasione iniziamo a premiare chi fa il proprio dovere: paga meno chi paga tutto.
Pubblichiamo un capito del libro di Roberto Perotti “L’università truccata” (Einaudi, 183 pagine, 16 euro), in libreria in questi giorni. L’università italiana non si riforma con nuove ondate di regole, prescrizioni e controlli. Serve invece introdurre invece un sistema di incentivi e disincentivi efficaci. Dove sia nell’interesse stesso degli individui cercare di fare buona ricerca e buona didattica ed evitare comportamenti clientelari. Su quest’ultimo aspetto si soffermano alcune parti del libro. Ecco un capitolo.
Anticipiamo alcuni brani del libro di Giorgio Ragazzi “I signori della Autostrade”, che esce oggi per il Mulino (206 pagine, 18 euro). Perché le concessionarie autostradali registrano da tempo profitti molto elevati? Per spiegarlo, il volume ripercorre la storia del settore. Il capitale investito della maggior parte delle concessionarie era già stato ammortizzato e remunerato alla fine degli anni Novanta e i pedaggi avrebbero potuto essere drasticamente ridotti. Il ruolo delle società pubbliche. E un sistema tariffario ben lontano dal modello regolatorio del price cap.
Quali effetti può avere l’impiego di tecnologie informatiche nel mondo della scuola? E quali le modalità di implementazione? Proviamo a fare un po’ di chiarezza con questo dossier.
La scarsa fiducia fa crescere l’inflazione: replica ai commenti di Malgarini
Di Desk
il 19/12/2007
in Commenti e repliche
Secondo i consumatori italiani, i prezzi al consumo sono praticamente raddoppiati tra il 2003 ed oggi. Questa percezione è del tutto incoerente con i dati osservati: se i prezzi fossero davvero raddoppiati, avremmo assistito da un lato ad un crollo dei redditi reali e dei consumi, e dall’altro ad un incremento molto forte nell’utilizzo dei più comuni strumenti di pagamento finanziari, cose che non sono avvenute nella realtà. Perché si è verificato questo errore di percezione? E come porvi rimedio? Circa il primo punto, secondo l’ultima relazione della Banca d’Italia (1) tra il 2003 e il 2006 il reddito lordo disponibile delle famiglie italiane espresso a prezzi concatenati e corretto per l’inflazione attesa ha registrato tassi di crescita molto modesti, notevolmente inferiori a quelli dei decenni passati. Da qui è derivato, nell’interpretazione sostenuta nel mio articolo, un possibile fenomeno di “disillusione monetaria”, ossia le famiglie avrebbero attribuito ad un’abnorme crescita dei prezzi problemi derivanti dalla dinamica assai modesta del reddito disponibile. Ma perché proprio i prezzi? Ossia, perché il disagio legato alla stagnazione della produttività sperimentata nei primi anni 2000 (2) è stato essenzialmente percepito in termini di elevata inflazione? Posso avanzare tre generi di spiegazioni, suscettibili di essere ulteriormente verificate in futuro: in primo luogo, un ruolo potrebbe averlo giocato il sistema dei media, che sia in Italia sia in altri paesi ha rilanciato in occasione del passaggio all’euro “paure inflazionistiche” che non trovavano riscontro nei dati ufficiali. Potrebbe aver influito anche la storia passata del nostro paese, che ha vissuto negli anni ’70 e nei primi ’80 lunghe fasi di stagflazione, in cui ad una stagnazione del reddito si associavano aumenti molto elevati dei prezzi. Da ultimo, è possibile sostenere (3) che la “disattenzione” mostrata dai consumatori verso la statistica ufficiale non sia interpretabile in termini di “irrazionalità” ma piuttosto, appunto, di “disattenzione razionale”: le informazioni veramente rilevanti sarebbero quelle riferite alle situazioni individuali, di cui le stime riferite al “consumatore medio” sarebbero solo un’approssimazione, tanto meno precisa quanto più aumentano nelle moderne economie avanzate complessità ed eterogeneità (4). Da questo punto di vista, la statistica ufficiale può avere effettivamente un ruolo rilevante per cercare di riconciliare percezioni e dati osservati: ad esempio, diffondendo dati più disaggregati, come ha iniziato a fare l’ISTAT con gli indici di prezzo distinti per territorio (5) e tipologia familiare (6), e promuovendo l’uso delle moderne tecnologie dell’informazione e comunicazione per la diffusione dei dati (7). In conclusione, la divaricazione tra percezioni e realtà non è affatto – come alcuni commenti sembrano suggerire – una questione di scarso interesse per gli accademici, di cui al più “incolpare” cittadini poco avvertiti: è invece a mio giudizio un rilevante problema aperto, che richiede risposte anche innovative, per gli economisti sotto il profilo dell’elaborazione teorica e per gli statistici per quanto riguarda le modalità di raccolta e diffusione delle informazioni e la loro trasformazione in effettiva conoscenza.
(1) Banca d’Italia (2007), Relazione Annuale per l’anno 2006, http://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/relann/rel06/rel06it
(2) Draghi M. (2007), “Consumi e crescita in Italia”, 48esima Riunione Scientifica Annuale, Società Italiana degli Economisti, http://www.bancaditalia.it/interventi/integov/2007/26102007/Draghi_26_10_07.pdf
(3) CURTIN R. (2007), “What US Consumers Know About Economic Conditions”, paper presented at the second OECDWorkshop on “Measuring and Fostering the Progress of Societies, Istanbul, June 27, http://www.oecd.org/dataoecd/32/39/38758180.pdf?contentId=38758190)
(4) VAN TUINEN H. (2007), “Innovative Statistics to Improve our Notion of Reality”, background paper for the session “Statistical Offices: Information Brokers or Knowledge Builders”, second OECD Workshop on “Measuring and Fostering the Progress of Societies, Istanbul, June 27,http://www.oecd.org/dataoecd/5/59/38780056.pdf
(5) ISTAT, Indici Regionali NIC, http://www.istat.it/prezzi/precon/aproposito/indici_regionali_nic.xls
(6) ISTAT (2007), Indicatori della dinamica dei prezzi al consumo per alcune tipologie di famiglie, Approfondimenti, febbraio, http://www.istat.it/salastampa/comunicati/non_calendario/20070220_00/
(7) OECD (2007), Istanbul Declaration, http://www.oecd.org/dataoecd/23/54/39558011.pdf