GIOVEDì 20 AGOSTO 2026

Lavoce.info

ELOGIO DEL BORGHESE

Scrive Ricossa parlando del Borghese
chÂ’ei di pensieri e rischi molti se ne prese
e le fatiche ed un più lungo orario,
mai li evitò, qual del dover gregario.

Or che il paese s’è ritrovato in stallo,
quale ricetta se non di riportarlo in ballo,
poiché coll’indomito suo spirito del fare
ci induca a correr e avanti di balzare.

Lui non capisce il parlar politichese,
vuole crear lavoro e suscitare imprese,
sÂ’impegna a morte, persegue il risultato,
conta sulle sue forze, senza impetrar lo Stato.

ComÂ’obiettivo non ha la quiescenza,
dell’innovare non può restarne senza,
gli piace parlar chiaro, semplice e diretto,
per questo la Sinistra gli nega lÂ’intelletto.

Borghesi veri sono perciò tutti coloro
chÂ’hanno scelto la missione del lavoro,
perché così si da al sociale un senso
e sÂ’appartiene al vero, meritorio censo.

Borghese è il prof  che insegna con amore
lo è pure lo statal che non ti fa un favore,
se in coda allo sportello gli chiedi il suo servizio
e in fretta ti risponde, scorciando il tuo supplizio.

Chi è borghese non sosta in doppie file,
sente la responsabilità del vivere civile,
paga le tasse, però vorrebbe un fisco giusto
e ammodernar lo Stato, ormai così vetusto.

Non s’è capito che se il Borghese manca,
addio riforme e il PIL va lento e arranca,
perciò gridiamo ai fannulloni “basta”
e pure ai troppi che si son fatti casta.

Largo ai borghesi a Roma e alle regioni,
negli spedali, nella ricerca, nelle professioni:
non devesi mai più sprecar manco gli spilli,
sennò ci ritroviamo l’urna pien di grilli.

Maurizio Maggini

PERCHÉ IL GOVERNO DEVE RISPONDERE AL MERCATO

C’è molto nervosismo nei mercati che si interrogano sul futuro delle finanze pubbliche dopo la crisi finanziaria e mentre si sviluppa la crisi greca. Gli investitori cercano risposte a due domande: come evolveranno i disavanzi nei paesi con le finanze pubbliche più compromesse nel breve e nel medio periodo? C’è in questi paesi la capacità di mantenere i conti sotto controllo e di sfuggire alle pressioni che la lentezza della ripresa può porre sulle finanze pubbliche? Si cercano rassicurazioni al riguardo. L’Italia esce dalla crisi con un elevato fardello di debito ma un disavanzo controllato, frutto della scelta di non reagire alla crisi accettandone un maggior impatto.  Questo oggi dà un po’ di respiro, ma rimangono i dubbi derivanti dalla mole del debito. Il modo migliore di fugarli è di prendere impegni per rassicurare che le azioni del governo avranno come imperativo stabilizzare i disavanzi e il debito. Oggi la maggior incognita che grava sui conti pubblici dell’Italia riguarda l’impatto del  federalismo fiscale sulle finanze pubbliche. Questo sta disseminando incertezza tra gli investitori e rischia di indebolire l’appetibilità dei titoli del del debito pubblico italiano tra gli investitori. Per evitare questa possibilità il governo ha due alternative: dimostrare (e non semplicemente sostenere) molto rapidamente che l’impatto sui conti pubblici del federalismo è nullo o minimo se non addirittura positivo (come sostenuto a suo tempo dal Ministro Tremonti), sia nel breve che nel medio periodo; oppure, se non è in grado di farlo,  annunciare che quella riforma è rimandata al futuro, a dopo che l’Italia avrà riportato il suo debito sotto il 100 per cento, e adottare rapidamente un piano di rientro vero. Non quello del tutto irrisorio previsto dalla Nota di Aggiornamento del Programma di Stabilità dell’Italia 2010-12.

CONTRORDINE: MEGLIO IL TUNNEL DEI MEZZI PUBBLICI

Il trasporto collettivo risulta competitivo rispetto a quello individuale solo per gli spostamenti diretti verso le zone centrali delle maggiori aree urbane. Ha senso allora investire ingenti risorse pubbliche per convincere un ristretto numero di automobilisti a salire sui mezzi pubblici? Forse sarebbe preferibile realizzare infrastrutture stradali sotterranee a pedaggio. Una soluzione più sostenibile in termini di finanza pubblica, vantaggiosa anche per l’ambiente.

LA SOLUZIONE È NEL FONDO

L’articolo 125 del Trattato svolge un ruolo fondamentale: vieta qualsiasi aiuto a un governo che non possa far fronte ai suoi obblighi e indica chiaramente che le difficoltà finanziarie di un paese devono restare un problema locale. Con la crisi greca il Patto di Stabilità ha invece dimostrato ancora una volta la sua inefficacia. Per uscire da questa grave situazione, l’Unione deve rispettare la clausola di non-salvataggio e imporre finalmente la disciplina di bilancio. E la Grecia può ricorrere al Fondo monetario internazionale per ristrutturare il suo debito.

PERCHÉ I PIGS NON ESISTONO

Centodieci miliardi di finanziamenti per non fallire e 48 ore di sciopero proclamato dai dipendenti pubblici: la Grecia di oggi sembra non avere imparato la lezione. Tra gli altri paesi considerati a rischio di contagio soltanto il Portogallo è in una situazione di difficoltà paragonabile a quella dei greci. A guardarli con attenzione ad uno ad uno, ci si potrebbe accorgere che i Pigs non esistono davvero.

ALLA RICERCA DELLA CREDIBILITÀ PERDUTA

Le agenzie di rating sono da tempo sotto accusa. Perché hanno sopravvalutato di proposito titoli di dubbia e spesso scadente qualità. In questi giorni, poi, hanno bocciato il programma di riforme della Grecia ancor prima che fosse reso noto, aggravando la crisi del paese. Tutta colpa del conflitto di interessi che le attanaglia, si sostiene da più parti. In realtà, non svolgono neanche la funzione di stabilizzare il mercato, offrendo informazioni tempestive agli investitori. E di questo dovrebbe tener conto la nuova regolamentazione.

HA VINTO IL BUON SENSO

L’accordo di domenica 2 maggio evita un arretramento storico del processo di integrazione europea. Non sarà perfetto, ma dà alla Grecia una possibilità di risanare la finanza pubblica, evitandole di continuare a pagare un altissimo prezzo per finanziarsi sui mercati. Sembra scongiurata anche l’eventualità di una disgregazione dell’area euro. E la Bce può ora accettare i titoli di stato greci come garanzia nelle operazioni di finanziamento, indipendentemente dal rating, evitando una grave crisi di liquidità delle banche greche.

IL PECCATO

Un genio dell’assurdo si è dimesso
Sommerso dagli assegni circolari
Sbarrato lÂ’occhio e lÂ’aria un poÂ’ da fesso
Come una lepre bloccata sotto i fari

Ambiva ad una casa prestigiosa
Dopo il ritorno al ruolo di governo
Ma non avendo tempo per la cosa
Ad un amico si rivolse, assai fraterno.

LÂ’amico, il consulente, il consigliori
Nella catena entrarono in parecchi
Offrendo attici che solo lor signori,
Ampie vetrate, con stucchi e grandi specchi.

Ma un vero amico per non imbarazzarti
Non vuol costringerti a rispondere che è caro
Che con i mezzi con cui puoi destreggiarti
Non ti è possibile proceder fino al varo.

E allor che fa, essendo un vero amico?
Vede di aggiungere qualcosa di sua tasca
Ma per non fare che tu scopra  l’intrico
Cela le cose, che il sospetto non ti nasca.

Così il salone con vista al Colosseo
lo compri al prezzo di una casa popolare
e con orgoglio lo consideri un cammeo
botta di culo e emblema nobiliare

La ricompensa per quellÂ’altra volta
Quando dovesti dar le dimissioni
Per aver sinceramente confessato
Che quel Biagi era un gran rompicoglioni

E pensare che Berlusca a te pensava
Quando usciron le storie di tangenti
Con il nome di Verdini che ballava
E una fila di altri maggiorenti

Ti pensava sulla tolda del partito
Democristiano di solida esperienza
Maestro nellÂ’officiare il vecchio rito
Del negar tutto promettendo trasparenza

E invece in pochi giorni un gran pantano
Questo pastrocchio che ha del goffo e del sinistro
Doppio peccato per un democristiano
Dimettersi due volte da ministro!

Potemkin

LA RISPOSTA AI COMMENTI

Grazie degli utili e interessanti commenti, positivi e negativi.
I due aneddoti che ho raccontato (su Brian e Giovanna) vanno presi per quelli che sono: aneddoti, appunto. Mancano della generalità e della scientificità delle analisi statistiche. E non sono un trattato sociologico sui vizi degli italiani e sulle virtù degli americani. Ma i due aneddoti hanno certamente un obiettivo: quello di provare a scalfire un’opinione diffusa, quasi presa per scontata nel dibattito pubblico sul post-crisi, la favola che parla della formica e della cicala che tanto piace agli economisti vicini al governo come Fortis e – curiosamente – a quelli no-global come Stiglitz. Dopo tutto, anche le favole sono come gli aneddoti.  Non sono generali e a volte colgono meglio di mille numeri gli aspetti profondi delle cose. A volte. Ad una favola si può opporre un aneddoto, non un’analisi statistica.
Ricordo però brevemente i fatti, cioè il punto di partenza della storia, per capire da dove vengono fuori gli aneddoti.  I dati del terzo e quarto trimestre 2009 ci dicono che gli Stati Uniti stanno davvero uscendo per primi dalla crisi rispetto alla vecchia Europa, compreso l’Italia. Non solo: anche le previsioni di crescita per il 2010 e il 2011 dicono sostanzialmente le stesse cose: l’America è avanti. E anche se guardiamo gli ultimi quindici anni viene fuori che il Pil degli americani, al netto della crisi, è cresciuto ben più di quello degli europei e degli italiani che tra i grandi paesi europei sono quelli che sono cresciuti di meno. Quindi, anche gli ottimisti e chi vede una specie di elisir di lunga vita nell’arte di arrangiarsi degli italiani potrebbe almeno considerare di porsi qualche domanda.
Qualcuno scrive che Brian è solo uno stupido Big Jim – uno che spende un sacco di soldi per trovarsi al punto di prima. Veramente no:ha razionalmente scelto di spostarsi nel Sud Europa fiducioso che la nuvola di cenere si sarebbe sciolta con qualche giorno di anticipo in Italia (che è lontana dall’Islanda). Inoltre, quando ha deciso, non si poteva escludere che il vulcano avrebbe mandato in aria altra cenere. A me è sembrato previdente, non stupido. Si può anche ricordare che in Italia ha continuato a lavorare e ad incontrare clienti. La sua azienda ha infatti approfittato della prolungata permanenza di Brian in Italia per risparmiare i soldi dell’aereo di un suo collega che avrebbe dovuto venire in Italia.
Qualcun altro scrive che di Brian ce ne sono anche in Italia. E’ vero e per fortuna.  Sono i Brian italiani che facevano crescere l’economia italiana del 5-6% negli anni cinquanta e sessanta. E ce ne sono parecchi anche oggi (e certo non producono solo fiammiferi).  Ma se i fatti di ieri, oggi e domani  sull’economia italiana, europea ed americana sono quelli ho indicato, evidentemente i Brian italiani oggi non riescono a invertire l’effetto negativo della sfiducia che da molti anni prevale nella società italiana. La sfiducia alimenta la corsa al sommerso di cui addirittura i nostri governanti si fanno vanto come se fosse una normale attività produttiva alternativa a quella legale che genera posti di lavoro ed entrate fiscali.  La sfiducia ostacola la voglia di investire, di scommettere sul domani, di mettere in pratica quelle che in un libro con Carlo De Benedetti e Federico Rampini abbiamo chiamato le “centomila punture di spillo”, cioè le tante iniziative poco convenienti individualmente nell’Italia di oggi  ma che messe insieme fanno muovere un’economia. L’aneddoto di Giovanna e i genitori italiani non è semplicemente sul pessimismo, ma su come la sfiducia produca un risultato negativo che va al di là degli esiti individuali.
Qualcun altro scrive: per fortuna che ci sono le formiche, confrontando Grecia e Stati Uniti con Germania e Cina. Faccio fatica a mettere nella stessa scatola Grecia e Stati Uniti. (Faccio anche fatica a vedere i PIIGS, ma sarà un mio problema). I greci hanno consumato quello che non producevano per molti anni senza avere una valuta di riserva come il dollaro a loro disposizione e senza avere una solida struttura industriale. Gli Stati Uniti si saranno ubriacati con la finanza creativa, ma rimangono la terra delle opportunità per tutti gli emigranti del mondo. Ci  sarà una ragione. O gli emigranti vogliono andare tutti a lavorare a Wall Street? I cinesi risparmiano in modo precauzionale perché non hanno l’assistenza sanitaria e non accumulano debito pubblico perché crescono rapidamente, il che li rende forti nell’economia mondiale super-indebitata. Ma anche loro hanno un problema: pur essendo il settore manifatturiero del mondo riescono a crescere solo esportando (e quindi devono trovare qualcuno che compri i loro prodotti). E crescono creando posti di lavoro a 300 euro al mese, il che mantiene i loro consumi al 35-40% del loro Pil. Il consumo di beni e servizi non fa la felicità, ma aiuta chi ha sempre avuto poco ad essere meno infelice di ieri.

E ORA LE RIFORME!

 

Riforma n. 1 : Il Processo

Ecco il processo breve
per chiudere ogni storia
con una pena lieve:
un Pater, Ave e Gloria.

 
Riforma n. 2 : I Giudici

Io so come combattere
quelle ribelli schiere:
se le si vuol confondere,
si scindan  le carriere.

 

Riforma n. 3 : La Scuola

Da poco è  stata  fatta,
se non ricordo male;
per il voto in condotta
già dicesi “epocale”.

 

Riforma n. 4 : Il Fisco

Addio alla patria unita
nel tassar troppo e male;
pazienza l’è finita,
ben venga il  Federale.

 

Riforma n. 5 : La Legge Elettorale

Si brucino gli scanni,
si abbatta ogni sezione,
si voti ogni ventÂ’anni,
ma per acclamazione.

 

Riforma n. 6 : La Costituzione

EÂ’ vecchia e rifinita,
lÂ’ho sempre ripetuto;
la marcia va invertita,
si torni allo Statuto.

 

Altre Riforme : da definire

Le Menti stan pensose
e lavorar le lascio;
se poi saranno rose
ve ne farò un bel fascio.

 

Andrea Ponziani

Pagina 1053 di 1429

Powered by WordPress & Theme by Anders Norén