VENERDì 24 APRILE 2026

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RISPARMIO ENERGETICO: CHI HA AVUTO HA AVUTO..

Molta attenzione è stata posta sulla tassazione di Sky, ma il decreto anti-crisi ha un’altra perla: l’annullamento retroattivo dell’agevolazione fiscale sul risparmio energetico.
In base alla normativa pre-decreto, chi nel corso del 2008 avesse effettuato investimenti atti a realizzare risparmio energetico aveva diritto ad una detrazione fiscale del 55%. Lo spirito della normativa era chiaro: incentivare investimenti finalizzati al risparmio energetico. Ma una volta che gli investimenti sono stati realizzati, ovvero a fine novembre 2008, perchè non rimangiarsi la promessa di de-tassazione? E’ esattamente quello che il decreto legge anti-crisi fa, in osservanza al principio del “chi ha avuto ha avuto e chi ha dato ha dato” (efficace espressione per quello che gli economisti pomposamente definiscono “time-inconsistency problem”).
Il decreto annulla retroattivamente la certezza del diritto allÂ’agevolazione fiscale maturato con la realizzazione degli interventi effettuati nel 2008:
1) definisce un tetto complessivo alle agevolazioni (82,7 milioni di euro per il 2008). Interessante: il tetto si innalza per gli anni futuri; si vogliono “incentivare” gli investimenti futuri (quelli non ancora realizzati). Stante il volta-faccia corrente, se proprio si vorrà investire in futuro, la strategia dominante sarà quella usuale: non-fatturazione (in nero).
2)   Prevede la presentazione telematica delle istanze di agevolazione fiscale per gli interventi realizzati nel 2008 a decorrere dal 15 gennaio 2009 e fino al 27 febbraio 2009.
3)   L’esame delle istanze seguirà l’ordine cronologico – prevedibilmente, il 15 gennaio 2009 il sito dedicato andrà in tilt a un minuto dalla sua attivazione.
In buona sostanza, il decreto sostituisce (ex-post) la certezza del diritto con la "lotteria agevolazione fiscale" che ricorda quella che fu la “lotteria badanti” della Bossi-Fini.
I tempi sono difficili, la crisi incombe e il morale è depresso, è davvero necessario infierire con una immagine così miserevole dello Stato di diritto?

INDENNITÀ AI CO.CO.PRO: UN BEL GESTO CHE NON IMPEGNA

A conti fatti, i beneficiari dell’indennità destinata ai collaboratori a progetto potrebbero essere circa 10mila e la spesa per le casse dello Stato intorno agli 8 milioni di euro. Non è infatti destinata a tutti, ma solo agli iscritti in via esclusiva alla gestione separata dell’Inps, in regime di monocommittenza, con un reddito lordo compreso tra 5mila e 11.516 euro nel 2008 e superiore a 3.500 euro nel 2009. Soprattutto, i co.co.pro devono operare in aree o settori in crisi. E quali siano, lo deciderà un successivo decreto. Incerto anche il momento dell’erogazione.

QUEL CAPITALE CHE MANCA AL SUD ITALIA

Perché la Spagna ha ridotto nel tempo le ampie differenze regionali che la caratterizzavano, mentre in Italia non ci siamo riusciti? Se invece che al Pil procapite, guardiamo alla nozione di capitale sociale, scopriamo che il Sud e il Nord della Spagna sono sempre stati più omogenei. Ed è proprio la maggiore omogeneità che ha probabilmente consentito il recupero. Ha creato le condizioni perché potessero dispiegare i loro effetti gli altri fattori di convergenza: istruzione, investimenti in infrastrutture e tasso di criminalità.

EQUIVOCI DA COSTI STANDARD

Il Ddl sul federalismo fiscale si presta a molti equivoci nella definizione dei costi standard. Non è sempre vero che chi spende meno in sanità è più efficiente. Bisogna calcolare i fabbisogni di salute, diversi da Regione a Regione. Una soluzione sta in una formula composta da due parti: la prima che riflette i bisogni oggettivi di salute. E la seconda che assegna le risorse secondo un costo standard per malattia. Quindici patologie sono responsabili dell’80 per cento della spesa.

PERCHE’ LE GRANDI OPERE NON SERVONO CONTRO LA RECESSIONE

Il ponte di Donghai, vicino a Shanghai (oltre 32 chilometri, a 8 corsie, sul mare) è stato costruito in 3 anni e 6 mesi circa. In Italia, in quei tempi si costruiscono, in media, solo infrastrutture di trasporto di valore compreso tra 10 e 50 milioni di euro (45 milioni ci vogliono per un km di alta velocità ferroviaria, tanto per intendersi). Se si guarda non solo ai tempi di costruzione ma anche a quelli di progettazione e appalto, bisogna aggiungere altri 3 anni e 4 mesi, per un totale di circa 7 anni. Per opere di valore superiore ai 50 milioni di euro (cioè per i lotti di opere sul serio “grandi”) i tempi di realizzazione salgono a 10 anni e 8 mesi, di cui 4 anni e tre mesi per la progettazione e l’appalto.
Questi dati sono contenuti in uno studio (del novembre 2007) condotto dal Dipartimento per le politiche dello sviluppo del Ministero dello sviluppo economico. Studio, peraltro, ormai rimosso dal sito internet del Ministero. Sono dati su cui dovrebbe riflettere chi invoca più spese per nuove grandi opere come strumento anti-recessione. La riflessione potrebbe essere arricchita osservando che solo opere di valore inferiore al milione di euro vengono cantierate in poco più di un anno dall’approvazione e completate in 2 anni. Già per opere di valore compreso tra 1 e 2,5 milioni l’effettiva costruzione inizia solo dopo oltre 2 anni. In generale, quindi, la spesa per nuove grandi opere sarà domanda effettiva solo quando, con ogni probabilità saremo fuori dalla fase negativa del ciclo. Morale: se si vuole veramente fare una politica fiscale anticiclica è bene dimenticare le grandi opere, a parte garantire le risorse per completare in tempi decenti quelle già cantierate. Se proprio si vuole spendere denaro in nuovi lavori pubblici, meglio finanziare piccole e piccolissime opere: per esempio le manutenzioni straordinarie delle scuole e degli ospedali. Di questi tempi, oltre a dare ossigeno subito al Pil, si rischia anche di salvare qualche vita umana da eventi troppo frequenti per essere definiti “fatalità”.

FLEX-INSECURITY, DALLA FLESSIBILITA’ ALLA PRECARIETA’

A dicembre scadranno oltre 300mila contratti atipici. In tempi normali la stragrande maggioranza viene rinnovata dalla medesima azienda. Ora, con la recessione, c’è il rischio che i rinnovi calino e sia più lungo il periodo di disoccupazione per i lavoratori. Una larga percentuale non potrà beneficiare delle prestazioni di disoccupazione perché le regole di accesso penalizzano le carriere discontinue e i salari bassi. Occorrono sussidi di tipo assistenziale, soggetti alla prova dei mezzi. E in prospettiva, uno schema di mantenimento del reddito di stampo universalistico.

LA RISPOSTA AI COMMENTI

La maggior parte dei commenti ricevuti concordano con quanto sostenuto nel nostro articolo e cioè che le modifiche introdotte dalla riforma Gelmini, e in particolare i tagli alle ore e al personale scolastico, non aiutino la scuola e tanto meno le famiglie. Alcuni commenti hanno sottolineato come queste modifiche siano in contrasto con i diritti delle donne lavoratrici contenuti nella Costituzione.
Altri  commenti fanno invece riferimento ai confronti internazionali sui risultati ottenuti dagli studenti Italiani.

Ci sono alcune precisazioni da fare in tal proposito:

1) I risultati delle indagini TIMM (capacità logico matematiche) e PIRLS (capacità di lettura e comprensione) condotti su bambini nel quarto anno di scolarità obbligatori (circa 10 anni) dicono che in quanto a capacità logico-matematiche siamo sopra la media dei Paesi considerati, mentre per quanto riguarda le capacità di lettura e comprensione siamo nei primi 10 Paesi (prima di Francia, US, Danimarca…). Sono invece i risultati PISA (indagine condotta tra studenti di 15 anni) ad essere alquanto deludenti per gli studenti italiani.
Da questo possiamo trarre una serie di conclusioni:

a. Sembra che il primo ciclo dell’istruzione in Italia (particolarmente colpito dalla riforma e dai tagli del Ministro Gelmini) non produca risultati così deludenti come invece accade, presumibilmente, per i cicli successivi;
b. Questi sono risultati che guardano solo agli outputs del sistema educativo e non confrontano gli inputs.

C’è da stupirsi invece di come le scuole primarie italiane, nonostante la scarsità di fondi per la didattica e la realizzazione dell’offerta formativa, riescano a produrre così buoni risultati.

Siamo tra i Paesi Europei che spendono meno in istruzione e per questo motivo riteniamo che se davvero si vuole migliorare la scuola in Italia sia necessario aumentare e non diminuire l’investimento in istruzione. Migliorare la retribuzione e ridurre i tempi del precariato, che oggi può durare anche 10-12 anni, può consentire di rendere più attraente la scelta di intraprendere l’attività di insegnamento con positivi effetti sulla qualità dei docenti.

2) Un lettore in particolare ci ha contestato che nell’articolo che prendiamo come riferimento circa la problematica maestro unico/più maestri i risultati siano riferiti a bambini di età maggiore rispetto a quelli delle elementari.

Come si può evincere dal link qui sotto riportato

http://www.retescuole.net/contenuto?id=20081019234431&query_start=21

l’importanza della specializzazione e della pluralità di approcci anche nei primi anni della formazione scolastica viene sostenuta da autorevoli esperti di pedagogia e ricerca educativa e formativa. Ciò che conta per il bambino (e questo lo spiegano già le educatrici dei nidi) è il sistema di riferimento con cui il bambino si rapporta e non il maestro di riferimento. La pluralità di insegnanti permette di coinvolgere i bambini, già nella prima fase dell’apprendimento, nello scambio e nelle interazioni tipiche del lavoro in team.

SALARI PIU’ ALTI PER LA LOCOMOTIVA GERMANIA

La Germania affronta meglio di altri paesi la crisi finanziaria: non deve fare i conti con una bolla immobiliare né con famiglie troppo indebitate. La cogestione ha permesso alle imprese tedesche di ristrutturarsi e il paese ha fondato la sua più recente crescita su moderazione salariale ed esportazioni. Il rovescio della medaglia sono i consumi privati bassissimi. Il governo tedesco deve perciò intervenire con misure incisive e rapide per sostenere la domanda interna. Servono aumenti dei salari, ma anche politiche di bilancio permanenti, indirizzate alle famiglie più povere.

AIUTI IN CRISI

La crisi finanziaria globale potrebbe avere influenze negative sulle promesse di aumento degli aiuti internazionali e minare gli sforzi globali di lotta della povertà. Il governo italiano, al contrario di altri paesi europei, ha già sostanzialmente ridotto gli stanziamenti per la cooperazione allo sviluppo. Ma se la tendenza si consolidasse a livello mondiale, diventa importante pensare a come sfruttare al meglio le risorse disponibili. Ecco tre possibili proposte, una delle quali particolarmente provocatoria e interessante.

RISTRUTTURARE LA SPESA CONTRO LA CRISI

E’ possibile intervenire per ridurre l’entità e la durata della recessione senza peggiorare i conti pubblici del dopo-crisi. Ma bisogna concentrare le poche risorse disponibili su due o tre misure destinate a durare nel tempo. Le briciole sparse per accontentare un po’ tutti che sono state elencate all’incontro del governo con le parti sociali sono inefficaci. Le coperture delle politiche espansive dovranno essere parimenti selettive. Si può sfruttare la recessione per avviare un processo di ristrutturazione della spesa pubblica che porti a consistenti risparmi nel corso del tempo, non necessariamente subito.

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