GIOVEDì 2 LUGLIO 2026

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La bilancia commerciale

Di recente là a Livorno,
nel guardarmi un poÂ’ dÂ’intorno,
vidi al porto un grande slargo,
dove sbarcano dai cargo

mille e mille cilindrate
tutte allÂ’estero sfornate.
Qui sÂ’ammassano i conteineri
pien di robe e vari generi,

in gran flusso dalla Cina,
poi dal Cile ed Argentina;
con i kiwi di Zelanda,
mille Nokia da Finlanda

C’è nei pressi la centrale
che va ad olio minerale,
importato dallÂ’Oriente,
lo si paga cassa o niente.

Pur si compra un gran metano,
col caffè del brasiliano,
il salmon dello scozzese
e la scarpa vietnamese.

Ora un dubbio qui mÂ’assale,
e qualcosa forse vale,
io ci penso da stamani
e lo pongo al Pier Bersani.

E cioè se vò a importare
lo dovrò pure pagare,
vale a dire che lÂ’exporto
pari uscir dovrà dal porto.

Rosso fuoco è la bilancia!
Ma non duole al Pier la pancia?
Forse è il caso di pensare
al di più ch’è da esportare,

e non parmi che il tassista
sia il problem per primo in lista:
ben più urgente è per l’Ulivo

che del gas non può star privo.
La bilancia non perdona,
di poltrone è piena Roma,
la Bonin ce lÂ’ha piccina,
basterà mandarla in Cina?

La democrazia viene dopo

La democrazia si sta lentamente diffondendo nel mondo. Ma quanto conta per lo sviluppo economico di un paese? L’evidenza empirica suggerisce che riforme politiche possono aver maggior successo se sono precedute da riforme economiche che accrescono le possibilità di mercato e facilitano l’integrazione internazionale. Al contrario, quando si è tentata una transizione democratica in un contesto economico chiuso e fragile, il risultato è stato molto peggiore. Un modello ben rispecchiato dai casi di Cina e Russia.

Ma gli elettori volevano le riforme

La Finanziaria redistributiva e timida nelle riforme, apprezzata da sinistra e sindacati, accontenta forse pensionati e colletti blu, tra i più restii, con i lavoratori in proprio, ad approvare politiche di austerità. Ma rappresenta un’occasione mancata, perché non coglie la disponibilità di impiegati, dirigenti e in certa misura anche degli operai ad accollarsi, con equità, il peso di politiche di sviluppo che consentano all’economia di tornare a crescere.

Come perdere le elezioni con un’economia in crescita

I socialdemocratici non hanno saputo offrire ricette nuove a una Svezia che si percepisce in crisi anche se le statistiche affermano il contrario. La coalizione di centrodestra ha vinto le elezioni promettendo di far crescere l’occupazione attraverso incentivi per le aziende e riduzioni delle tasse per i redditi medio-bassi. Si è poi impegnata a intervenire sulla scuola primaria e secondaria e a liberalizzare alcune grandi imprese pubbliche. Dovrà ora dimostrare di saper governare, mentre i socialdemocratici saranno occupati a scegliere un nuovo leader.

La politica economica ha bisogno di buona teoria

Edmund Phelps ha vinto il premio Nobel per l’Economia per aver definito in modo formale il concetto di disoccupazione di equilibrio. Secondo il quale esiste uno e un solo livello di disoccupazione che rende il mercato del lavoro in equilibrio, ovvero rende le aspettative e le richieste salariali coerenti con la capacità delle imprese a remunerare i lavoratori. Se la politica monetaria è oggi più efficace, e l’inflazione a due cifre un ricordo del passato, lo si deve al modello di Phelps, utilizzato da tutte le banche centrali.

Lula e le riforme

Un buon tasso di crescita, un’inflazione stabile, una riduzione netta del tasso di povertà. E una ritrovata fiducia dei mercati finanziari internazionali. Sono questi i risultati positivi raggiunti dal Brasile sotto la presidenza di Lula. Ma le riforme strutturali, come quella fiscale o delle leggi sul lavoro, sono state solo timidamente avviate. Deludenti anche le politiche per istruzione e sanità. L’assetto istituzionale del Brasile non ha certo aiutato. E il ballottaggio dirà se il nuovo presidente avrà maggiori margini di manovra.

Sommario 12 ottobre 2006

I modelli economici formali servono per guidare le politica economica. Non bastano le regolarità statistiche o le intuizioni. Questa è forse la principale lezione che si può trarre dal lavoro del nuovo Premio Nobel per l’Economia, Edmund Phelps.
Democrazia significa sviluppo economico più rapido? Oppure è il contrario: è lo sviluppo economico a generare democrazia? L’esperienza storica ci insegna che le riforme politiche hanno maggiore successo se precedute dalle riforme economiche. Utile tenerlo presente guardando alla Cina e alla Russia e ragionando al modo con cui la politica estera americana cerca di esportare democrazia senza preoccuparsi delle riforme economiche. Il presidente brasiliano Lula va al ballottaggio fra poco più di due settimane. Ecco cosa ha fatto bene e dove ha fallito nel suo primo mandato. Il centrodestra, che ha vinto le elezioni in Svezia, promette più occupazione e liberalizzazioni. In un paese che si sente in crisi nonostante le statistiche dicano il contrario. 

Era davvero l’unica Finanziaria possibile? Un sondaggio dimostra che gli elettori di centro-sinistra erano disposti a sacrifici per rilanciare l’economia. Ma non i pensionati.

Per chi e perché si taglia il cuneo: le imprese

E’ condivisibile la scelta di ridurre il cuneo fiscale per la parte che compete alle imprese attraverso un intervento sull’Irap. Che può essere letto non come una semplice agevolazione, ma come una norma di sistema. E la sua articolazione è funzionale agli obiettivi perseguiti. Gli elementi critici sono dettati dall’impellenza dei vincoli di gettito e riguardano l’esclusione di importanti settori dellÂ’economia, oltre alla complessità dei meccanismi opzionali previsti, che rendono il disegno e i suoi effetti meno trasparenti.

Il Patto in Comune

La Finanziaria chiede molto agli enti locali in termini di miglioramento dei saldi. Ma non è vero che le risorse addizionali offerte non sono sufficienti a garantire i servizi, almeno per l’aggregato. E’ vero però che per i comuni in disavanzo la correzione richiesta è robusta, superiore in media al doppio di quella complessiva per il settore pubblico. Questi problemi sono esacerbati dalla scelta della spesa corrente come criterio per la distribuzione dei sacrifici. E le sanzioni vanno modificate; così rischiano di essere controproducenti. In seconda pagina, una scheda di approfondimento.

E la Cina non ci fa più le scarpe

La decisione della Commissione europea di estendere dazi anti-dumping per due anni sulle importazioni di scarpe dalla Cina e dal Vietnam è stata salutata da più parti come una vittoria contro il commercio sleale dai produttori di scarpe. In realtà è una misura che solleva diverse perplessità sia nel merito che per la sua efficacia nel dare alle nostre imprese margini di manovra per riorganizzarsi e fronteggiare la concorrenza internazionale. In ogni caso, l’esistenza di un sistema di regole globali garantisce soluzioni relativamente ordinate e contenute.

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