MERCOLEDì 13 MAGGIO 2026

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E la chiamano crisi

Contrariamente a quanto si crede, i numeri dicono che il calcio è uno dei settori più fiorenti e a più rapida crescita negli ultimi anni. Mai caratterizzato da sane gestioni, è anche un settore che affronta una profonda trasformazione. Ma proprio l’avvento della pay-per-view evidenzia il vero problema: lo squilibrio competitivo fra squadre di grosso richiamo e piccoli club, come dimostrano le vicende dell’estate scorsa sui diritti televisivi. Tutto il resto è normale legge del mercato: alcune aziende sopravvivono e si rafforzano, mentre altre falliscono e scompaiono.

Questione di stile

In molti paesi europei il confronto televisivo tra i leader delle principali coalizioni in campagna elettorale, senza essere un obbligo, è una prassi consolidata perché si tratta di un luogo di dibattito democratico imprescindibile. Nei sistemi non presidenziali, crea qualche problema la scelta dei protagonisti e la definizione delle regole. Che devono favorire confronto equo, ma finiscono spesso per essere troppo rigide e rendere meno efficace la discussione. E la molteplicità dei temi trattati in tempi molto brevi impedisce di approfondire le questioni.

Par condicio con l’handicap

Per garantire effettiva parità di accesso ai mezzi di informazione a tutti i partiti e candidati si potrebbe ricorrere a logiche simili all’handicapping sportivo. Significherebbe assegnare più spazio ai gruppi meno rappresentati in Parlamento. E se il leader della maggioranza controlla gran parte delle televisioni, i prezzi degli spazi tv potrebbero essere determinati in funzione inversa rispetto alle capacità finanziarie dei singoli soggetti politici. Esattamente il contrario di quanto proposto da Berlusconi e Fini.

La lezione del 14 marzo

L’analisi del profilo del voto per regione in rapporto alle previsioni della vigilia suggerisce che a determinare il risultato elettorale in Spagna è stata la maggiore affluenza alle urne rispetto alle elezioni precedenti e che a influenzare la scelta verso il partito socialista è stato soprattutto il modo in cui il Governo ha gestito il post-11 marzo. Un Governo può cercare di influenzare i media e in particolare la televisione pubblica a vantaggio delle sue posizioni politiche, ma è molto alto il rischio di perdere credibilità.

Sommario 23 Marzo 2004

Due lezioni dalla Spagna. La prima: la rateizzazione dei debiti delle società di calcio serve solo a peggiorare la crisi del pallone. Speriamo nel veto di Bruxelles agli aiuti di Stato.
La seconda: le bugie hanno i voti corti. Ce lo rivela un’analisi del profilo regionale del voto spagnolo e la lettura datane da diversi osservatori indipendenti.
Bene allora che la nostra campagna elettorale permanente sia almeno ben informata ed effettivamente paritaria. Per avvicinarsi a questo obiettivo si potrebbe ricorrere, come nello sport, all’handicapping e imporre per legge l’obbligo di quel dibattito televisivo fra i leader delle principali coalizioni che avviene di norma in tutti i sistemi maggioritari, tranne che da noi.

Ricordiamo ai nostri lettori l’incontro del 31 marzo in Senato sul Ddl sul risparmio. Per partecipare bisogna riempire la scheda allegata.

Come avrete notato, da qualche giorno abbiamo aggiunto la funzione “news feed rss” al sito. L’acronimo sta per Rich Site Summary: permette a chi ci vuole seguire, assieme ad altri siti di informazione, di avere un elenco dei titoli e un abstract dei pezzi senza dover usare un browser o visitare, uno per uno, i vari siti.

Lodo o non lodo?

Come la stampa italiana ha trattato la vicenda della legge sulla sospensione dei processi per le più alte cariche dello Stato, dalla sua presentazione alla dichiarazione di incostituzionalità. Il termine “lodo”, che implica un accordo trasversale tra forze politiche, viene usato impropriamente da tutti. Ma mentre i giornali indipendenti ricalcano poi l’andamento dei fatti, quelli filogovernative si occupano molto della norma fino alla sua approvazione, disinteressandosene subito dopo. E oscillano molto nell’attribuzione della sua paternità

Spagna, gli attentati dell’11 marzo e le elezioni di tre giorni dopo: le reazioni e i commenti sugli effetti economici e politici. Rassegna di stampa e agenzie estere

In un’editoriale intitolato “La Spagna ci impartisce una lezione di democrazia”, il Financial Times chiede una maggiore cooperazione, in tema di lotta al terrorismo, tra europei, americani e mondo arabo. E ribadisce che, nell’affrontare crisi come quella dell’11 marzo, i leader politici hanno bisogno non solo di convinzioni e determinazione, ma anche della fiducia dei propri elettori. Una fiducia che Aznar, con il probabile depistaggio delle indagini, ha perso senza appello. Perché “i risultati elettorali sono imputabili all’indignazione popolare per la cattiva gestione della crisi da parte del governo; in particolare, ad Aznar è stata rimproverata l’ostentata certezza nell’attribuire all’Eta la colpa del massacro.” Sulla stessa linea d’onda è anche l’altro pilastro della stampa economica britannica, il settimanale The Economist, per cui il motivo più importante dietro la sconfitta del Partito Popolare sono stati “i tre giorni in cui il governo e i mezzi di comunicazione di stato, pesantemente influenzati da Madrid, hanno insistito con la responsabilità dell’Eta negli attentati”.
Secondo il Wall Street Journal, il quotidiano finanziario americano per eccellenza, “uccidendo centinaia di innocenti i terroristi sono stati capaci di annientare uno dei pilastri della coalizione occidentale contro il terrore”. Restando nella Grande Mela, il New York Times ha accusato la Casa Bianca di trasformare le elezioni americane del prossimo novembre in una questione di sicurezza nazionale e in un referendum sul terrorismo; mentre i cittadini statunitensi dovranno invece decidere tra due uomini e due linee politiche.
Ritornando in Europa, il britannico Daily Telegraph ritiene che gli spagnoli abbiano disonorato i propri morti, permettendo ai terroristi di disarcionare il governo di una primaria democrazia dell’Occidente. Attraversando la Manica, per il francese Le Monde Gorge Bush ha perso molto di più dell’appoggio di Aznar: con le elezioni spagnole sono cambiate le intere relazioni tra Stati Uniti ed Europa. Più ironico è invece Liberation: con la partecipazione alla guerra in Iraq Aznar voleva che la Spagna contasse di più nel mondo; e la nazione, esprimendosi il 14 marzo, ha dimostrato che, in effetti, la propria opinione conta davvero negli equilibri planetari.

E’ di Morgan Stanley uno dei primi giudizi sull’impatto economico degli attentati di Madrid. La banca, in occasione della pubblicazione di alcuni dati trimestrali, ha dichiarato che la strage spagnola ha minato la fiducia tanto dei propri clienti istituzionali quanto di quelli privati. Come ha riportato il già citato Financial Times, Stephen Crawford, responsabile amministrativo di Morgan Stanley, ha evidenziato “l’effetto psicologico” degli attacchi. Secondo Crawford “rispetto alle settimane antecedenti agli attentati, oggi le persone mostrano meno fiducia nei confronti dei mercati finanziari”.
In Germania l’agenzia di stampa Dpa-AFX sostiene che sia stata la mancanza di un chiaro mandato elettorale (i socialisti non dispongono della maggioranza assoluta in parlamento) ad aver spiazzato la borsa spagnola subito dopo le elezioni. Ma il cambio di governo non dovrebbe portare a rilevanti novità nella politica economica di Madrid, perché Zapatero sta formando una squadra di economisti dal programma liberale e pare non essere intenzionato ad interferire in un’economia in pieno boom. E se il turismo non risentirà più di tanto dell’effetto-attentati, come spiegato da Jesus Martinez Millan dell’associazione nazionale di settore, a poter subire qualche cambiamento sono i vertici delle ex aziende di stato. Dopo la privatizzazione, infatti, il governo Aznar aveva nominato persone di fiducia alla guida di Telefonica, Repsol YPF ed Endesa. Ma i socialisti hanno già respinto, per ora, l’ipotesi di un gito di vite dei superdirigenti.
E in Spagna? Il quotidiano più importante, El Pais, ha ammonito il nuovo governo di Zapatero, ricordandogli che non potrà sperare nella classica luna di miele con la stampa nei primi cento giorni di lavoro. Entro il 30 giugno, infatti, dovrà esserci la disdetta della presenza militare in Iraq, a meno che l’Onu non prenda il comando delle operazioni. Anche in economia ci sono alcune questioni urgenti: dall’avvio di un dialogo con i sindacati sulla riforma del mercato del lavoro al ripristino delle normali condizioni di tranquillità e fiducia nei mercati finanziari.

Deficit e conflitti

I numeri sulla sanità dimostrano che nonostante i disavanzi perenni e gli scontri tra governi la spesa sanitaria non è fuori controllo. Al contrario, i dati parlano di una capacità del sistema di regolarsi, mantenendo spesa e servizi a livelli accettabili. I deficit sono almeno in parte il risultato di un gioco strategico tra Stato e Regioni, insito nel modello di organizzazione e finanziamento del sistema. C’è evidenza empirica di un ruolo delle aspettative nel determinare i livelli di spesa locale.

Il pomo della discordia

Il finanziamento della spesa sanitaria è la fonte principale dello scontro in atto tra Stato e Regioni. I governi locali giudicano le risorse per la sanità insufficienti. Il Governo risponde che sono le Regioni a non sapere gestire i fondi. Il conflitto preoccupa gli osservatori internazionali, anche in vista dell’estensione del modello alle altre materie previste dalla devolution. Ma il contrasto è endemico al sistema e i risultati non così preoccupanti. Il vero problema è la contraddizione sempre più stridente tra federalismo annunciato e realtà dei fatti.

Se le popolazioni “ballano”

Le diversità tra le stime anagrafiche e i dati di censimento sono rilevanti e non sempre distribuite in modo uniforme tra le Regioni. Accade in tutti i paesi, ma è una questione importante perché proprio sul numero dei residenti viene decisa la ripartizione di risorse da assegnare a ciascuna Regione, per esempio nella sanità. Sarebbe perciò opportuno che l’Istat indicasse una stima delle perdite del censimento. E per materie come il finanziamento della sanità, sarebbe forse più utile adottare come riferimento la media delle popolazioni anagrafiche degli ultimi tre anni disponibili.

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