Aziendalizzazione, concorrenza con il privato e regionalizzazione del servizio sono i tre pilastri del sistema sanitario. Sono gli stessi criteri adottati da altri paesi europei, ma in Italia hanno creato problemi sui quali è necessario intervenire subito. In primis, sulla formazione economico-aziendale dei manager degli ospedali, oggi molto carente. Va poi ridotto il troppo ampio margine di manovra lasciato ai privati, anche per evitare il rischio che attuino meccanismi di scrematura dei malati. E prima di procedere a una ulteriore liberalizzazione dei sistemi regionali, occorre definire un modello ottimale.
In una economia di mercato l’eccessivo aumento dei prezzi è impedito dalla libera concorrenza, unita a una politica monetaria adeguata. E infatti tra le competenze del Comitato euro non c’era nessun riferimento al controllo dei prezzi, né avrebbe potuto essere diversamente. Più che continuare a discutere degli effetti dell’euro sull’inflazione, dovremmo preoccuparci di eliminare gli ostacoli alla concorrenza e aiutare così l’economia italiana a diventare più efficiente e competitiva.
È ormai acuto il conflitto sul finanziamento della sanità , il banco di prova del federalismo italiano. Le risorse stanziate si rivelano sempre insufficienti e Stato e Regioni si rimpallano la responsabilità dei disavanzi. Eppure l’andamento della spesa sanitaria è in linea con gli standard internazionali. Cosa non funziona nelle relazioni tra Stato e Regioni?
Non mancano i problemi strutturali: dalla formazione economico-aziendale dei manager degli ospedali al troppo ampio margine di manovra lasciato ai privati, all’eccessiva diversificazione dei sistemi regionali. Anche errori nelle rilevazioni della popolazione residente possono svolgere un ruolo importante nei problemi finanziari della sanità .
Torniamo sulla questione dellÂ’ effetto-euro sui prezzi. Contrariamente a quanto sostenuto da molti politici, il Comitato euro non aveva il mandato di controllare i prezzi. E non ha controllato i prezzi. In unÂ’economia di mercato, del resto, il controllo dellÂ’inflazione spetta alla politica monetaria e alle politiche che accentuino la concorrenza.
Possiamo infine darvi una buona notizia? EÂ’ nata la quinta figlia di Marzio Galeotti, Annalisa. A lui vanno le felicitazioni della redazione e i ringraziamenti dei futuri pensionati. Ovviamente tutto merito del bonus figli.
Il Mezzogiorno si sviluppa più del resto del paese, in controtendenza con quanto accade in Europa, dove invece aumentano i divari infra-nazionali. In particolare, migliora la qualità e l’efficacia dei servizi offerti dalla pubblica amministrazione. Sembra quindi che abbiano successo le politiche economiche degli ultimi anni volte a ridurre il peso dei trasferimenti a favore della spesa per infrastrutture. Mentre le amministrazioni locali hanno imparato a valutare non solo la quantità delle risorse, ma anche l’efficacia dei progetti.
Un regime di regolamentazione del risparmio dovrebbe essere coerente con il sistema che si intende controllare. Nel caso italiano sono quindi tre le opzioni di intervento: la revisione del nuovo diritto societario, la divaricazione degl’interessi tra amministratori e proprietari e organi di controllo e l’inasprimento delle sanzioni. Solo lÂ’ultimo, però, è rapidamente attuabile. Non serve invece la definizione di nuovi reati, soprattutto se ricordano troppo le grida manzoniane.
Gli obiettivi qualitativi e quantitativi previsti nelle linee programmatiche per il Mezzogiorno non sono stati raggiunti. Siamo lontani dal destinare al Sud il 45 per cento delle spese complessive in conto capitale. L’addizionalità delle risorse e la qualità degli investimenti non sono stati garantiti. Invece di riconoscere gli errori di programmazione e le responsabilità delle amministrazioni locali, ci si compiace di aver evitato finora il disimpegno automatico, distogliendo così l’attenzione dal basso livello di spesa.
Le aree più deboli del paese si sviluppano, ma il loro è uno sviluppo “frenato”. Perché le politiche territoriali non sono ancora riuscite a innescare un circuito virtuoso di crescita endogena. I motivi sono politici più che tecnici. Non c’è consenso infatti nel considerare le politiche di sviluppo territoriale come un tassello essenziale del rilancio dell’intero paese. Sono forti invece le tentazioni per un ritorno ai trasferimenti a imprese e cittadini, elettoralmente più paganti. Mentre la riforma costituzionale del 2001 ha contribuito a ridurre le risorse.
LÂ’economia del Mezzogiorno non decolla. Negli ultimi cinque anni è cresciuta di più del centro-nord, ma di poco. Di questo passo ci vorranno altri 60 anni per colmare metà del divario esistente. Perché il Mezzogiorno cresce molto meno dei paesi e delle altre regioni beneficiarie dei fondi di coesione sociale dellÂ’Unione Europea? Perché va peggio degli altri paesi dellÂ’Europa meridionale? EÂ’ colpa di un volume insufficiente di investimenti, a sua volta riflesso dellÂ’incapacità di spesa delle amministrazione regionali? Vanno privilegiati gli interventi di “contesto” (rafforzamento delle istituzioni, infrastrutture, capitale umano) o politiche automatiche di incentivo? Apriamo il confronto sulle politiche per il Mezzogiorno. Molti gli spunti. Anche qualche omissione: le politiche del mercato del lavoro, il decentramento delle contrattazione salariale e la liberalizzazione del mercato dei prodotti non vengono toccate.
Per tutelare il risparmio non serve configurare nuovi e improbabili reati. E’ necessario intervenire sui meccanismi di governance delle imprese, facendo sì che i sindaci siano nominati anche dalle minoranze, eliminando il conflitto d’interesse dei revisori – consulenti e definendo sanzioni che effettivamente estromettano coloro che non rispettano le regole. Ne parleremo il 31 marzo in un incontro a Roma: per partecipare bisogna compilare l’allegata scheda di partecipazione.
Scheda di partecipazione 31 Marzo 2004
D’Amato lascia una associazione in crisi di identità . Dall’apertura a nuovi comparti sono nate forti contraddizioni e l’impossibilità di conciliare interessi troppo diversi, come quelli delle imprese di Stato e di quelle esposte alla concorrenza. Né maggior fortuna ha avuto il tentativo di rilanciare Confindustria come soggetto politico. Per continuare a vivere, l’organizzazione dovrà valorizzare interessi generali degli imprenditori e la loro immagine nel paese, offrendo rappresentanza alle aspirazioni delle piccole imprese a diventare più grandi. Banchi di prova le politiche dell’immigrazione, il decentramento della contrattazione e i conflitti di interesse nel governo delle imprese.