Le cifre su possibili contagi e morti negli Stati Uniti a causa del coronavirus sono impressionanti. L’epidemia mette a nudo tutti i gravi limiti di quel sistema sanitario e di welfare. E rivaluta l’importanza dei servizi sanitari nazionali universali.
La storia lo insegna: le grandi epidemie si diffondono lungo le rotte commerciali. Accadeva ai tempi della peste nera e accade ai nostri giorni. E la soluzione migliore è sempre la quarantena. Anche a costo di gravi sacrifici per l’economia.
L’unico modo accettabile per ridurre la diffusione del coronavirus è limitare il numero di incontri tra gli individui. È possibile farlo attraverso misure drastiche. Ma perché abbiano successo serve un coordinamento mondiale. E la Cina può fare da guida.
La crisi sanitaria può trasformarsi in una recessione globale e minare la stabilità finanziaria. Serve una immediata risposta europea, con la costruzione di sistema di assicurazione comune e reciproca, che aiuti le imprese a superare il momento critico.
Con l’espandersi del coronavirus a molti lavoratori è stato chiesto di lavorare da casa. Una ricerca condotta prima dell’emergenza sanitaria mostra i vantaggi dello smart working. E suggerisce che sarebbe positivo per tutti mantenerlo anche in futuro.
Essere governati da una coalizione di centro-destra o da una di centro-sinistra non è la stessa cosa per quanto riguarda la spesa sociale e le politiche del lavoro. Le politiche cambiano, anche se di poco e lentamente: gli effetti si vedono dopo decenni.
Con i numeri stimati dal governo e un confronto con la Cina, facciamo qualche previsione su cifre e durata del coronavirus in Italia. Ricordando che i dati ufficiali non vedono i contagiati asintomatici. E che abbiamo davanti almeno due mesi di quarantena. In Sud Corea hanno fatto il test per il Covid-19 a 3.700 individui per milione di abitanti, in Italia 800, negli Usa 23. Da qui si vede l’inadeguatezza della risposta Usa alla pandemia. In un sistema che lascia senza copertura assicurativa quasi 30 milioni di persone povere, il poco che si muove adesso arriva con grave ritardo. La storia si ripete: anche nell’era della globalizzazione digitale, come già 1500 anni fa i virus circolano lungo le rotte del commercio. E la quarantena rimane un argine efficace. Come si può verificare con alcuni calcoli che mettono in relazione la diffusione del contagio e la sua diminuzione quando si adottano misure adeguate. Da non abbandonare troppo in fretta se no si ricomincia da capo.
C’è il rischio che l’assenza di liquidità delle imprese causata dalla crisi da virus si trasformi in casi di insolvenza e si trasmetta alle banche. E che queste ultime perdano la fiducia del pubblico. Perciò è necessaria una credibile assicurazione europea sui depositi. In questi tempi di emergenza sanitaria tutte le imprese che possono chiedono ai dipendenti di lavorare da casa. Ma lo smart working c’era già prima, seppure in pochi segmenti del mondo del lavoro, e una ricerca fatta su esperienze di questo tipo dice che mediamente i lavoratori lo gradiscono e la produttività non cala.
Prima il populismo, ora questa crisi: tutto congiura per mettere in soffitta le ideologie. Ma uno studio su 19 paesi Ocse mostra che le differenze tra destra e sinistra ci sono, soprattutto in tema di spesa sociale e politiche del lavoro. Gli effetti però si possono vedere solo nel lungo periodo.
La recessione si è ormai estesa a un insieme ampio di settori. Eppure, se la politica italiana ed europea faranno la loro parte, contenendo il virus e aiutando la ripartenza dell’economia, alla brusca recessione potrebbe seguire una rapida ripresa.
I mercati hanno reagito in modo molto negativo alle parole di Christine Lagarde sullo spread dei titoli sovrani. Invece proprio questo sarebbe il momento di mostrare che anche nella zona euro la cooperazione tra politica monetaria e fiscale non è un tabù.
La Commissione europea annuncia un primo piano per affrontare la crisi da coronavirus: è insufficiente. La mancanza di una capacità fiscale comune e di un coordinamento efficace della politica fiscale è il tallone d’Achille della Unione monetaria.