Per stimolare l’economia europea nel breve termine è stata proposta un’espansione temporanea degli investimenti pubblici nei paesi con un rapporto debito-Pil sotto il 3 per cento. È però indispensabile una accurata preparazione dei singoli progetti.
Giacomo Vaciago è stato per quaranta anni un indiscusso protagonista del dibattito di politica economica del nostro paese. Fine economista accademico, si è distinto anche nel ruolo di consulente delle istituzioni e per l’impegno nella gestione della cosa pubblica.
La costruzione dell’Europa si è basata fin dall’inizio su una teoria “funzionalista” secondo cui all’integrazione economica sarebbe seguita quella politica. Ha funzionato fino alla scelta di creare il mercato unico. Ora rappresenta una sfasatura insostenibile.
Una federazione centralizzata e dirigista è davvero l’unica alternativa alla fine del sogno europeo? In realtà, si potrebbe riprendere l’idea di Europa federata, ma decentrata e minimalista, come proponeva Friedrich von Hayek negli anni Trenta.
Nella prima metà dei suoi 60 anni la costruzione dell’Europa è andata avanti con l’integrazione economica che precedeva di un passo quella politica. La crisi della Ue di oggi certifica la fine di questa strategia. Si sarebbe potuto mettere subito in comune modelli di welfare e politiche del lavoro ma ciò non è avvenuto. Oggi si potrebbe riconsiderare (tra chi ci sta) l’idea di federazione di Friedrich von Hayek: un’Europa unita politicamente ed economicamente, ma decentrata e con un potere centrale leggero. Completiamo il Dossier che raccoglie quanto abbiamo pubblicato per celebrare il difficile compleanno del vecchio continente.
Il ritorno dell’inflazione nell’eurozona al 2 per cento va bene ma non basta. L’accelerazione viene da carburanti e alimentari non lavorati, mentre l’inflazione “core” è stabile allo 0,9 per cento ed è anche molto differenziata tra paesi. Per questo la Bce mantiene (e manterrà) bassi i tassi di interesse.
Il governo italiano ha tanto invocato e preteso la flessibilità della Commissione Ue sui nostri conti pubblici ma, una volta ottenuta, l’ha gestita in modo maldestro. Utilizzando lo spazio di manovra concesso per spese correnti anziché investimenti. E ora rischiamo di subire una procedura d’infrazione.
A contribuenti diversi con pari reddito capita di pagare Irpef molto diverse. A seconda che possano utilizzare la cedolare secca sulle locazioni (con aliquote differenti) e altre imposizioni di favore. Spesso istituite per stanare l’evasione ma introducendo iniquità nel sistema. Come si vede dai nostri conti.
A meno di un anno dal varo, il Codice dei contratti pubblici e delle concessioni viene rivisto. Importante che si definisca bene il rating d’impresa. Parametro fondamentale nel punteggio di ogni gara, rappresenta la valutazione di come ogni azienda si è comportata quando ha avuto commesse pubbliche nel passato.
Massimo Baldini risponde ai commenti al suo articolo “Reddito di inclusione, un buon primo passo”
L’inflazione nell’Eurozona ha finalmente raggiunto il 2 per cento. Ma Mario Draghi ha ragione quando dice che non si configura ancora un trend stabile. Per numerosi beni del paniere la crescita dei prezzi è debole, altri sono perfino in deflazione.
Sugli investimenti pubblici il governo ha fatto previsioni errate e non ha mantenuto gli impegni presi con l’Europa quando ha chiesto la clausola di flessibilità per il 2016. Ma il fatto più grave è non aver saputo usare le risorse per la crescita.
Imposte sostitutive come la cedolare secca sugli affitti sono spesso giustificate con la volontà di far emergere base imponibile. Invece creano solo disparità di trattamento tra redditi uguali. E aumentano la percezione di iniquità del sistema fiscale.
La direttiva europea del 2014 sugli appalti pubblici ha introdotto la possibilità di utilizzare i comportamenti passati delle imprese nelle decisioni di scelta dei contraenti privati. In che modo gli stati recepiscono la novità nei loro ordinamenti?
Un reddito per gli “invisibili”
Di Massimo Baldini
il 24/03/2017
in Commenti e repliche
Misura per le famiglie davvero povere
Grazie per tutti i commenti al mio articolo “Reddito di inclusione, un buon primo passo”. Cerco di rispondere qui alle questioni sollevate dai lettori.
Quello che scrive il lettore che si firma “Shadok” è vero: la spesa sociale italiana non è bassa. È però molto squilibrata, visto che buona parte va in pensioni. Per la famiglia e per il contrasto alla povertà spendiamo molto meno degli altri paesi europei. Con un aumento del Pil anche moderato, sarebbe possibile trovare i fondi per il reddito di inclusione semplicemente con un riequilibrio interno alla spesa sociale, tenendo ferma la voce pensioni.
Non avevo proprio pensato alla possibilità che il reddito di inclusione sia il modo per aggirare l’ostacolo dei maggiori controlli sui falsi invalidi, come suggerisce Bruno Gazzola. Forme di reddito minimo esistono in tutte le economie sviluppate, anche negli Usa. Certo c’è il rischio che se ne faccia un cattivo uso e per questo un avvio della misura lento e su una platea limitata può essere un vantaggio, perché permette di intervenire e correggere gli eventuali difetti, ma dobbiamo stare attenti a non buttare il bambino con l’acqua sporca. Sicuramente qualcuno approfitterà del nuovo trasferimento senza averne diritto, ma ci sono tante famiglie davvero povere, soprattutto dopo un decennio di crisi economica. E se anche alcuni adulti possono cercare di fare i furbi, che colpa ne hanno i loro figli?
Albert Hirschman ci ha insegnato che, quando si cerca di fare una riforma, ci sono alcuni argomenti retorici che puntualmente vengono sostenuti per opporvisi: la perversità (la riforma produrrà effetti opposti a quelli che i proponenti auspicano, nel caso specifico la povertà aumenterà), l’inutilità (non cambierà nulla, sarà solo uno spreco di soldi), la messa in pericolo (le cose addirittura peggioreranno). Elementi di rischio sicuramente esistono in ogni cambiamento, ma cerchiamo di non farci paralizzare dalle paure.
Sono d’accordo con Massimo Bassetti che la povertà si combatte soprattutto con il lavoro e che per questo sia anche importante ridurre il carico fiscale su chi lavora. Ma il reddito di inclusione completa una rete di interventi che dovrebbe soprattutto servire per reinserire al lavoro chi lo ha perso. Come scrive Giulia Ghezzi, i rischi di assistenzialismo ci sono, ma se ci blocchiamo davanti alle possibilità di insuccesso non cambierà mai nulla.
Condivido l’idea di Giustino Zulli che l’imposizione sulla prima casa sarebbe un’ottima via per finanziare il reddito di inclusione. Personalmente, aumenterei anche l’imposta sulle successioni, riducendo il prelievo sul lavoro.
Gennaro usa a proposito dei poveri l’aggettivo invisibili: ci aiuta a capire perché in Italia non c’è ancora il reddito minimo, mentre abbiamo tanti altri interventi, più o meno importanti, introdotti negli anni per soddisfare categorie politicamente più visibili.