Quando il lavoro pesa sulla salute mentale

Tra i lavoratori europei aumenta l’ansia, mentre è stabile il rischio di depressione. La salute mentale di chi lavora non riguarda solto il benessere individuale, ma ha ricadute economiche concrete. Tanto più con l’invecchiamento della popolazione.

Una fotografia della salute mentale dei lavoratori

La salute dei lavoratori è una componente fondamentale della produttività e della sostenibilità dei sistemi di welfare. Tra le sue dimensioni, quella mentale è forse la più sottovalutata: difficile da misurare, spesso invisibile nei dati ufficiali, ma con costi rilevanti per le imprese, i lavoratori ed i sistemi sanitari. La letteratura ha documentato come le condizioni di lavoro – la qualità dell’ambiente fisico e sociale, il carico lavorativo, la sicurezza occupazionale – siano determinanti importanti della salute, inclusa quella mentale. Ce ne siamo occupati in alcuni nostri lavori (qui, qui e qui; qui; qui).

Per offrire una panoramica aggiornata su questi aspetti, utilizziamo qui i microdati dell’ultima edizione (2024) dell’European Working Conditions Survey (Ewcs), recentemente resi disponibili da Eurofound. La Ewcs è l’indagine quinquennale che fotografa le condizioni di lavoro dei lavoratori europei. Copre 35 paesi e oltre 36mila intervistati, ed è la fonte più ricca e comparabile a livello europeo per analizzare il nesso tra lavoro e salute.

Un paradosso apparente: l’ansia cresce, la depressione no

Per valutare il rischio di depressione utilizziamo il WHO-5, un indice validato clinicamente che aggrega cinque domande sul benessere psicologico delle ultime due settimane in un punteggio da 0 a 100. Un punteggio sotto 50 segnala un rischio significativo di depressione. Come si evince dalla figura 1, nell’Ue-27, la quota di lavoratori a rischio era il 19,6 per cento nel 2010, è scesa al 15,6 per cento nel 2015 e stabilizzata al 15,8 per cento nel 2024: circa uno su sei, una percentuale tutt’altro che trascurabile — ma il trend non mostra un peggioramento.

L’ansia racconta una storia diversa. L’indicatore mostrato in figura 1 misura la quota di lavoratori che hanno dichiarato l’ansia come problema di salute negli ultimi dodici mesi. Nel 2010 la prevalenza era dell’8,6 per cento; nel 2015 era salita al 14,7 per cento; nel 2024 ha raggiunto il 20,7 per cento.

Le differenze per genere e per età sono marcate: tra le donne l’ansia nel 2024 supera il 25 per cento, contro il 16% tra gli uomini. I giovani di 16-29 anni mostrano l’aumento più pronunciato: dal 6,4 per cento del 2010 al 20,9 per cento del 2024, quasi triplicando in quindici anni.

Figura 1 – Salute mentale dei lavoratori Ue-27, 2010-2015-2024, per genere e fascia d’età

Il primo risultato che emerge è quindi apparentemente contraddittorio: tra il 2010 e il 2024, il rischio di depressione tra i lavoratori europei è rimasto sostanzialmente stabile, è anzi leggermente diminuito, mentre la percezione dell’ansia è più che raddoppiata. Gli andamenti sono coerenti tra tutti i sottogruppi considerati – per genere e per fascia d’età -, il che rende meno plausibile che riflettano semplicemente cambiamenti nella composizione della forza lavoro nel periodo.

Come interpretare questo apparente paradosso? I due indicatori misurano dimensioni diverse della salute mentale. Il WHO-5 è un indice composito costruito su più dimensioni del benessere psicologico: tende a catturare stati depressivi persistenti. L’indicatore di ansia riflette invece la percezione soggettiva di chi risponde: misura se il lavoratore ha avvertito l’ansia come un problema rilevante nella propria vita, indipendentemente da una diagnosi clinica. Ansia e depressione, inoltre, non si collocano semplicemente su una scala di gravità: si può essere ansiosi senza essere depressi, e i fattori che alimentano l’una non coincidono necessariamente con quelli che alimentano l’altra. L’aumento dell’ansia può riflettere fattori strutturali – come la crescita dei ritmi lavorativi o la percezione di maggiore incertezza – che agiscono sulla componente ansiosa della salute mentale indipendentemente da quella depressiva. È plausibile che la maggiore consapevolezza del tema della salute mentale abbia abbassato la soglia con cui le persone riconoscono e dichiarano stati d’ansia, contribuendo all’aumento osservato. Non si tratta quindi di una contraddizione, ma di due finestre diverse sullo stesso fenomeno.

Qualità del lavoro e salute mentale: cosa conta di più?

Per analizzare sistematicamente il nesso tra condizioni di lavoro e salute mentale utilizziamo gli otto Job Quality Indices (JQI) di Eurofound, da noi replicati sui microdati Ewcs 2024. Sono gli indici di riferimento standard – utilizzati anche da Eurostat – che sintetizzano, in punteggi da 0 a 100, dimensioni fisiche (ambiente fisico, orario, retribuzione) e psico-sociali (ambiente sociale, intensità del lavoro, competenze e autonomia, prospettive occupazionali, stress lavorativo) del lavoro. L’indice di retribuzione misura la posizione relativa del lavoratore nella distribuzione europea del reddito, già corretta per il potere d’acquisto, non il reddito assoluto.

Figura 2 – Qualità del lavoro, rischio depressione e ansia dichiarata (Ue-27, 2024)

Per quello che riguarda i valori medi degli otto indici, il quadro è eterogeneo: le condizioni migliori riguardano l’ambiente fisico (83/100), seguite da ambiente sociale (79,4) e prospettive (74,2). All’estremo opposto si trovano stress lavorativo (55,7) e competenze e autonomia (58,1), che emergono come le dimensioni più critiche.

La figura 2 mostra la correlazione tra ciascun indice e il rischio di depressione e l’ansia percepita. Tutti i coefficienti sono negativi: migliori condizioni di lavoro si associano a minor rischio in entrambi i casi. Le due misure reagiscono però in modo diverso. Per la depressione, l’associazione più forte riguarda l’ambiente sociale: supporto di colleghi e superiori, assenza di episodi di violenza verbale o fisica. Seguono lo stress lavorativo e le prospettive occupazionali — sicurezza del posto di lavoro, opportunità di carriera, tipo di contratto. Per l’ansia, pesano di più lo stress lavorativo e l’intensità del lavoro. Questo è un risultato coerente con quanto osservato in precedenza: l’aumento dell’ansia nel tempo può riflettere il crescere di queste pressioni lavorative. La retribuzione mostra invece la correlazione più debole in entrambi i casi: il reddito relativo, da solo, non sembra il fattore determinante per la salute mentale.

La salute mentale è una questione di politica economica

I dati dell’Ewcs 2024 disegnano un quadro coerente: le dimensioni di qualità del lavoro — fisiche e psicosociali — sono strettamente associate alla salute mentale dei lavoratori. Quest’ultima, a sua volta, si riflette sulla vita delle imprese attraverso una forza lavoro più motivata, più aperta all’innovazione e meno esposta a forme di riduzione della produttività. Non si tratta dunque soltanto di benessere individuale, ma di una questione con ricadute economiche concrete.

Tra le dimensioni osservate, quelle psicosociali sembrano avere un ruolo particolarmente rilevante. La qualità delle relazioni sul luogo di lavoro, il sostegno ricevuto da colleghi e superiori, il grado di autonomia e la gestione dell’intensità del lavoro emergono come fattori importanti nel legame tra condizioni di lavoro e salute mentale. Questo non implica che le dimensioni materiali o retributive siano secondarie, ma suggerisce che le politiche per il lavoro non possano limitarsi a intervenire sui soli aspetti contrattuali o salariali. Anche l’organizzazione quotidiana del lavoro, la qualità della gestione e la prevenzione dei rischi psicosociali sono ambiti su cui imprese e istituzioni possono agire.

Il tema acquista ulteriore rilevanza di fronte alla sfida demografica che l’Europa si trova ad affrontare: una popolazione attiva che si riduce e invecchia impone di trattenere più persone nel mercato del lavoro, e di farlo più a lungo. Questo obiettivo è difficilmente raggiungibile senza affrontare il deterioramento della salute mentale: i nostri dati mostrano che i lavoratori più anziani presentano livelli più elevati di rischio depressivo, mentre l’ansia è cresciuta in tutte le fasce d’età. Migliorare la qualità del lavoro, a partire dalle sue dimensioni psicosociali, non è quindi solo una scelta di responsabilità sociale, ma una condizione per rendere il lavoro europeo più sostenibile, inclusivo e produttivo.

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  1. Savino

    Dobbiamo deciderci quanta importanza dare al lavoro. Un errore dargli tanta importanza, come le scorse generazioni; un’errore dargli poca o zero importanza, come le generazioni di oggi.

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