Gestire i flussi in entrata di lavoratori stranieri non basta. Si devono creare le condizioni per permettergli di diventare cittadini economicamente e socialmente integrati. Dalla casa alla cittadinanza, i nodi da sciogliere sono ancora tanti.
Il contributo degli immigrati all’economia
Le politiche italiane sull’immigrazione sono storicamente concentrate sulla gestione degli ingressi e sulla regolarizzazione dei soggiorni, molta meno attenzione è stata data agli interventi dedicati all’integrazione. Eppure, è proprio nella fase successiva all’ingresso che si determina il contributo economico e sociale che gli immigrati possono offrire al paese.
L’integrazione passa attraverso il lavoro, ma comprende anche l’apprendimento della lingua, l’accesso ai servizi, alla casa e la partecipazione alla vita civile. Da questo punto di vista, il sistema italiano continua a mostrare grossi limiti. Anche quando si ottiene un permesso di soggiorno, la piena integrazione economica e sociale è tutt’altro che garantita, con il rischio di disperdere competenze e limitare il contributo che gli immigrati potrebbero dare alla crescita e alla produttività del paese.
Oggi il contributo degli occupati stranieri all’economia italiana è tutt’altro che marginale: nel 2024 hanno generato circa il 9 per cento del Pil, oltre a contribuire in misura significativa al gettito fiscale e previdenziale.
La presenza degli immigrati nel mercato del lavoro italiano è ormai strutturale e crescente. Nel 2024, secondo la Nota semestrale del ministero del Lavoro, la crescita dell’occupazione straniera è stata nettamente superiore a quella della componente italiana: +7,8 per cento, pari a circa 125mila nuovi occupati non-Ue, contro +0,6 per cento tra gli italiani. Nel 2023, le imprese italiane hanno programmato oltre un milione di assunzioni di personale immigrato, raggiungendo un massimo storico.
Questi dati indicano che l’economia italiana non può più essere letta come se il lavoro straniero fosse un elemento marginale o temporaneo. In molti settori – agricoltura, edilizia, logistica, cura alla persona, turismo e manifattura – la domanda di lavoro immigrato è parte ordinaria del funzionamento del sistema produttivo.
Tuttavia, la partecipazione al mercato del lavoro non coincide automaticamente con l’integrazione. I lavoratori immigrati sono ancora largamente concentrati in mansioni di basso livello, con scarsa mobilità verso occupazioni qualificate e frequenti episodi di sfruttamento e discriminazione. Anche quando possiedono titoli di studio elevati, il sistema italiano spesso non ne valorizza le competenze, determinando un diffuso fenomeno di sotto-inquadramento e skill mismatch.
Il nodo irrisolto dell’immigrazione in Italia
Le politiche italiane dell’immigrazione hanno sviluppato un quadro normativo organico solo alla fine degli anni Novanta, ma ancora oggi manca una strategia complessiva che accompagni il migrante dall’arrivo alla piena partecipazione economica e sociale.
È una lacuna particolarmente grave in un paese che invecchia rapidamente e vede ridursi la popolazione in età lavorativa. In questo contesto, il lavoro immigrato non serve solo a colmare carenze di manodopera, ma rappresenta anche una risorsa essenziale per sostenere il sistema previdenziale.
La barriera linguistica è tra i nodi più critici. Il XV Rapporto del ministero del Lavoro (2025), citando dati Ocse, identifica l’insufficiente competenza linguistica come uno dei principali fattori che ostacolano l’integrazione lavorativa dei migranti nei paesi avanzati, insieme alla carenza di alloggi. In Italia, tuttavia, i programmi di formazione linguistica restano frammentati e carenti, privi di un sistema organico che accompagni il lavoratore dall’arrivo all’inserimento stabile.
Il decreto flussi 2026-2028 prevede percorsi formativi linguistici nei paesi d’origine, ma questi interventi sono ancora in fase sperimentale e riguardano pochi settori. La sfida è trasformare iniziative isolate in un’infrastruttura stabile di integrazione: corsi di lingua accessibili, formazione professionale, orientamento al lavoro e riconoscimento delle competenze acquisite all’estero.
La questione abitativa, il trasporto e la trappola della residenza
Se la lingua rappresenta una delle principali barriere all’integrazione nel mercato del lavoro, l’abitazione costituisce spesso il principale ostacolo all’inclusione sociale. In Italia, la residenza anagrafica è necessaria per accedere a una varietà di diritti e servizi, ma molti migranti, soprattutto nelle prime fasi della regolarizzazione, faticano a ottenerla proprio perché privi di un alloggio stabile. Si crea così un circolo vizioso: senza residenza è più difficile lavorare regolarmente e accedere ai servizi, ma senza lavoro stabile e senza documenti è spesso impossibile trovare una casa. A ciò si aggiungono le difficoltà di accesso al credito, che rendono più complicato anche l’acquisto della prima abitazione e rallentano il radicamento sul territorio.
Uno studio recente, basato sui dati della Banca d’Italia, mostra che gli immigrati in Italia hanno una probabilità inferiore di ottenere un mutuo rispetto ai nativi e, quando il mutuo viene concesso, tendono a pagare tassi di interesse più elevati anche a parità di caratteristiche osservabili.
Con il problema abitativo si intreccia quello della mobilità. I settori in cui i migranti sono più concentrati – agricoltura, logistica, edilizia, ma anche molti comparti manifatturieri – sono spesso localizzati in zone industriali o rurali scarsamente collegate ai centri abitati. Molti lavoratori vivono in alloggi di fortuna lontani dal luogo di lavoro, senza accesso a trasporto pubblico adeguato.
Questa distanza non è un dettaglio logistico. La Relazione al Parlamento sul caporalato la cita esplicitamente tra i fattori che accrescono la vulnerabilità dei lavoratori stranieri e li espongono al rischio di sfruttamento, indipendentemente dal settore. Chi organizza il trasporto – il caporale in agricoltura, ma anche il coordinatore di cooperative spurie nella logistica o nelle fabbriche – gestisce di fatto anche l’accesso al lavoro, decidendo chi viene ingaggiato, dove e a quali condizioni.
L’esclusione dal welfare e la cittadinanza negata
L’integrazione non dipende soltanto dalla capacità di trovare un lavoro. Conta anche la possibilità di accedere alle reti di protezione sociale e di sentirsi parte della comunità di destinazione. Su entrambi i fronti, il sistema italiano continua a presentare barriere significative.
Un indicatore emblematico è il dato sul Reddito di cittadinanza, poi sostituito dall’Assegno di inclusione.
Secondo i numeri dei centri d’ascolto Caritas, solo il 7,2 per cento delle famiglie immigrate percepiva questa misura, contro il 27,2 per cento delle famiglie italiane. La ragione principale è strutturale: il requisito dei dieci anni di residenza in Italia esclude automaticamente la maggioranza dei migranti, compresi quelli regolari e lavoratori.
Anche la disciplina della cittadinanza riflette una concezione dell’integrazione ormai datata. Basata prevalentemente sullo ius sanguinis, impone ai cittadini non comunitari dieci anni di residenza regolare per chiedere la naturalizzazione, uno dei requisiti più lunghi in Europa. Ne consegue che molti immigrati e perfino giovani nati o cresciuti in Italia rimangono a lungo esclusi dalla piena partecipazione civica.
L’esclusione ha conseguenze non solo simboliche, ma anche economiche e sociali. Numerosi studi mostrano che la cittadinanza facilita la mobilità lavorativa, riduce l’incertezza sul futuro, rafforza il senso di appartenenza e può favorire investimenti in istruzione e competenze. Ritardarla significa prolungare una condizione di precarietà istituzionale.
La vera sfida per l’Italia non è solo gestire i flussi in entrata di lavoratori stranieri, ma creare le condizioni affinché possano diventare cittadini economicamente e socialmente integrati. In un paese che invecchia rapidamente e soffre di crescenti carenze di manodopera, l’integrazione degli immigrati non è un costo, ma un investimento nell’interesse collettivo. Il paradosso è che una cattiva integrazione produce proprio quei problemi – marginalità, sfruttamento, degrado e conflitti sociali – che vengono poi additati come prova del fallimento dell’immigrazione. In altre parole, l’integrazione conviene all’Italia; la sua assenza rischia di convenire soprattutto a chi trasforma le sue conseguenze in consenso elettorale.
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Mariapia Mendola è professoressa ordinaria di Economia Politica all’Università di Milano-Bicocca, Direttrice del Centro Studi Luca d’Agliano, Research Fellow presso CEPR e IZA. Ha conseguito un PhD in Economics presso l’Università di Milano, un MA in Development Economics presso la University of Sussex e una laurea in Discipline Economiche e Sociali all’Università Bocconi. Collabora con numerose istituzioni nazionali ed internazionali. I suoi interessi di ricerca di rivolgono all’economia dello sviluppo e all’analisi dei flussi migratori internazionali.
Alessio Romarri è Assistant Professor (Serra Húnter Fellow) presso il Dipartimento di Economia Applicata dell’Universitat Autònoma de Barcelona. È inoltre ricercatore affiliato alla Rockwool Foundation (Berlino) e al Barcelona Institute of Economics (IEB).
In precedenza è stato Postdoctoral Fellow presso il centro di ricerca BAFFI della Bocconi e presso il Dipartimento di Economia, Management e Metodi Quantitativi dell’Università degli Studi di Milano. Ha conseguito il dottorato di ricerca (Ph.D.) in Economia presso l’Università di Barcellona.
È un economista applicato con specializzazione in economia politica. La sua ricerca analizza le conseguenze politiche e sociali della migrazione, con particolare attenzione a come le dinamiche migratorie influenzano il successo elettorale dei partiti di estrema destra.
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