Il confronto con la Spagna sulla regolarizzazione dei migranti mostra i limiti della politica migratoria italiana, con canali di ingresso poco funzionali che condannano chi arriva all’irregolarità. E rendono ciclicamente necessarie le sanatorie.
La Spagna alla nona regolarizzazione
A gennaio 2026, il governo spagnolo ha approvato una regolarizzazione straordinaria per oltre 500mila persone tra migranti irregolari e richiedenti asilo: è la nona nella storia recente del paese. La procedura, aperta da metà aprile, ha già superato ogni aspettativa: a metà giugno le domande sono 900mila, quasi il doppio delle 500mila-750mila inizialmente previste, e alla scadenza mancano ancora due settimane. Un numero che ha sorpreso perfino le ong, le quali stimavano un massimo di 840mila irregolari presenti nel paese, a conferma di quanto sia difficile misurare un fenomeno per definizione sommerso.
Secondo il think tank Cidob (Barcelona Centre for International Affairs), la misura risponde a due logiche distinte: quella dei mercati – formalizzare lavoratori già inseriti nell’economia informale – e quella dei diritti, con la pressione della campagna Regularización Ya (oltre 700mila firme). Non è un’eccezione, ma la conferma di una scelta di politica economica. Secondo la Banca centrale spagnola e le Nazioni Unite, la Spagna ha bisogno di circa 300mila lavoratori migranti ogni anno per sostenere il proprio stato sociale. E nei dati dell’Instituto Nacional de Estadística (Ine), a gennaio 2026 la Spagna ha superato per la prima volta i 10 milioni di abitanti nati all’estero, pari al 19,3 per cento della popolazione totale.
Contrariamente all’immagine comune, il grosso degli irregolari non è arrivato via mare: la maggioranza è entrata in aereo come turista, prevalentemente dall’America Latina, trattenendosi dopo la scadenza del visto. La Spagna condivide con questi paesi lingua e affinità culturale: un vantaggio strutturale che abbassa i costi di integrazione e facilita l’inserimento rapido nel mercato del lavoro, e che per molti apre la via alla cittadinanza spagnola dopo soli due anni di residenza legale. Secondo Goldman Sachs, l’ultimo afflusso è caratterizzato da livelli di istruzione e competenze mediamente più elevati rispetto ad altri paesi europei. I migranti rappresentano oggi il 13,5 per cento della forza lavoro spagnola, hanno coperto il 40 per cento dei nuovi posti di lavoro nel 2024 e dal 2019 l’occupazione straniera è aumentata del 53 per cento, generando quasi due terzi dei nuovi posti post-pandemia.
Uno studio accademico del 2025 di Elias, Monras e Vázquez-Grenno esamina la regolarizzazione del 2005, che interessò 600mila persone, e documenta un aumento dell’occupazione formale tra i migranti senza impatti negativi sui lavoratori nativi, un maggiore gettito fiscale grazie all’emersione del lavoro sommerso (circa 4mila euro per immigrato regolarizzato), e nessuna ondata migratoria aggiuntiva. Il governo spagnolo stima che la regolarizzazione del 2026 porterà un beneficio fiscale netto simile, tra 3.300 e 4mila euro per ogni immigrato regolarizzato, basandosi su studi dell’Università Carlos III.
Questi effetti positivi si producono più facilmente quando chi viene regolarizzato è già linguisticamente e culturalmente radicato nel tessuto produttivo e quando la procedura viene eseguita con rapidità. In Spagna chi presenta domanda ottiene subito una conferma di ricezione che già consente di lavorare e risiedere legalmente, e se entro tre mesi non arriva risposta la domanda si considera approvata automaticamente. Il Cidob avverte però che la misura arriva senza un parallelo rafforzamento dei servizi pubblici e i permessi durano solo un anno: il caso spagnolo è pragmatico, non una panacea.
L’Italia e la sua lunga storia di sanatorie
L’Italia è forse il paese europeo che più sistematicamente ha fatto ricorso alle regolarizzazioni, ma con risultati assai meno limpidi. Dal 1986 a oggi si contano almeno sette grandi provvedimenti di emersione, per un totale stimato di circa 1,6 milioni di persone regolarizzate. Il più paradossale è la “grande regolarizzazione” del 2002 prodotta dalla legge Bossi-Fini, con 634mila persone emerse dall’irregolarità. La stessa legge disciplina ancora oggi gli ingressi.
L’ultima regolarizzazione straordinaria, nel 2020, è un caso studio di fallimento procedurale: agli antipodi del modello spagnolo. A giugno 2024 erano stati rilasciati solo 130.100 permessi su 220.528 domande (59 per cento), con decine di migliaia di pratiche ancora pendenti. Il Consiglio di stato, con sentenza n. 1596/2025, ha accertato in via definitiva l’inefficienza del ministero dell’Interno, con pratiche conclusesi dopo oltre quattro anni dall’avvio. Dove la Spagna del 2026 applica il silenzio-assenso a tre mesi, l’Italia del 2020 ha impiegato quattro anni senza chiudere il processo.
Uno schema ricorrente emerge chiaramente: ogni volta che viene varata una sanatoria, i politici di tutti gli schieramenti dichiarano che sarà l’ultima. E ogni volta la promessa viene disattesa, perché le sanatorie intervengono sugli effetti, non sulle cause dell’irregolarità. Finché resteranno canali di ingresso rigidi e poco aderenti alle esigenze del mercato del lavoro, continuerà a formarsi una platea di irregolari che prima o poi richiederà una nuova sanatoria.
Un sistema di ingresso progettato per fallire
Il cuore del problema italiano non è la quantità di immigrati, ma la qualità del sistema di gestione. Il decreto flussi, introdotto nel 1998 e mai aggiornato, produce risultati sistematicamente deludenti. Nel 2024, su 151mila quote previste, i permessi effettivamente ottenuti corrispondono all’8,5 per cento del totale: una mortalità burocratica del 90 per cento. Nel 2023 il tasso era stato del 7,5 per cento: 136mila quote, per soli 9.528 permessi.
Il problema principale è strutturale: il datore di lavoro deve assumere nominativamente un lavoratore che si presume si trovi nel paese d’origine, senza averlo mai incontrato. Come ha osservato Enrico Di Pasquale su lavoce.info, il meccanismo trasforma il decreto flussi in una sanatoria mascherata: i click day vengono usati per regolarizzare chi è già in Italia irregolarmente, senza alcuna selezione per competenze o coerenza tra profilo del lavoratore e settore richiesto.
A complicare il quadro, la procedura richiede una catena di adempimenti in cascata progettata vent’anni fa: nulla osta al lavoro, visto consolare (tempi medi 121 giorni nel 2023, secondo il Dossier Idos), contratto di soggiorno, permesso di soggiorno, registrazione anagrafica, codice fiscale, tessera sanitaria. Ciascun passaggio introduce possibilità di fallimento e l’intera catena non è mai stata adattata alla realtà di un mercato del lavoro che richiede flessibilità e velocità.
C’è poi un dato che stride con la narrativa politica dominante. Secondo i dati Eurostat elaborati dall’Ispi, sotto il governo Meloni è stata rilasciata una media di 367mila primi permessi di soggiorno all’anno, il numero più alto di qualsiasi governo degli ultimi vent’anni. Un paradosso non solo italiano: in tutta Europa, la stessa classe politica che fa della retorica anti-immigrati una bandiera elettorale ha riconosciuto in modo pragmatico che di manodopera straniera non si può fare a meno. Va però precisato che questi permessi includono protezione internazionale, ricongiungimenti familiari e studio: il loro aumento non equivale a un miglioramento dell’integrazione.
La lezione del confronto con la Spagna
Il confronto con la Spagna suggerisce una riflessione che va oltre il dibattito, spesso ideologico, sull’immigrazione. La questione cruciale non è quanti migranti far entrare, ma se sia efficiente continuare a produrre irregolarità attraverso canali di ingresso poco funzionali per poi ricorrere, ciclicamente, a sanatorie o regolarizzazioni di fatto.
L’esperienza spagnola mostra che le regolarizzazioni possono produrre effetti positivi duraturi se si inseriscono in un sistema che funziona: canali di ingresso coerenti con i bisogni del mercato del lavoro, capacità amministrativa nell’esecuzione e un profilo migratorio che facilita l’integrazione. In Italia mancano tutti e tre questi elementi. I flussi in arrivo sono molto eterogenei, con maggiori barriere linguistiche e culturali rispetto ai latinoamericani che arrivano in Spagna, secondo l’Osservatorio Cpi dell’Università Cattolica, il sistema di ingresso è macchinoso e inefficiente e le regolarizzazioni hanno tempi che ne annullano l’efficacia.
Le sanatorie e le politiche emergenziali, da sole, non costituiscono una politica migratoria.
Regolarizzano il passato, ma non costruiscono il futuro. Per un’Italia che invecchia rapidamente – la popolazione in età lavorativa è cresciuta solo dell’1,6 per cento tra il 2022 e il 2025, contro il 4,6 per cento della Spagna – la vera sfida è costruire un sistema credibile di ingressi regolari. Ma ottenere un permesso di soggiorno è solo il primo passo: senza politiche che favoriscano il riconoscimento delle competenze e una piena integrazione nel tessuto economico e sociale, il potenziale contributo degli immigrati alla crescita e alla produttività del paese rischia di rimanere largamente inutilizzato.
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Mariapia Mendola è professoressa ordinaria di Economia Politica all’Università di Milano-Bicocca, Direttrice del Centro Studi Luca d’Agliano, Research Fellow presso CEPR e IZA. Ha conseguito un PhD in Economics presso l’Università di Milano, un MA in Development Economics presso la University of Sussex e una laurea in Discipline Economiche e Sociali all’Università Bocconi. Collabora con numerose istituzioni nazionali ed internazionali. I suoi interessi di ricerca di rivolgono all’economia dello sviluppo e all’analisi dei flussi migratori internazionali.
Alessio Romarri è Assistant Professor (Serra Húnter Fellow) presso il Dipartimento di Economia Applicata dell’Universitat Autònoma de Barcelona. È inoltre ricercatore affiliato alla Rockwool Foundation (Berlino) e al Barcelona Institute of Economics (IEB).
In precedenza è stato Postdoctoral Fellow presso il centro di ricerca BAFFI della Bocconi e presso il Dipartimento di Economia, Management e Metodi Quantitativi dell’Università degli Studi di Milano. Ha conseguito il dottorato di ricerca (Ph.D.) in Economia presso l’Università di Barcellona.
È un economista applicato con specializzazione in economia politica. La sua ricerca analizza le conseguenze politiche e sociali della migrazione, con particolare attenzione a come le dinamiche migratorie influenzano il successo elettorale dei partiti di estrema destra.
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