Le prime stime dell’attività economica sono spesso diverse dal risultato finale. Non è una questione solo italiana e le revisioni sono sempre al rialzo. Capire perché accade diventa cruciale e gli istituti di statistica dovrebbero chiarirne le cause.

Le revisioni Istat

L’Istat ha recentemente pubblicato una nuova versione della serie storica del Pil, aggiornando i conti trimestrali alla revisione dei conti annuali, secondo una procedura che torna a richiamare l’attenzione sulla distanza fra le prime stime dell’attività economica e quelle disponibili nelle edizioni successive. Dato che le decisioni politiche si basano spesso sulle prime stime, diventa cruciale capire se esiste una distorsione sistemica, mentre le agenzie di statistica dovrebbero essere chiamate a chiarire nei dettagli le cause di ciò.

L’evidenza complessiva è chiara: Le revisioni delle ultime edizioni sono relativamente contenute, ma si aggiungono a una successione di aggiornamenti che ha progressivamente spostato verso l’alto il livello stimato del Pill, con un effetto cumulato tutt’altro che trascurabile. La figura 1 confronta le diverse edizioni del Pil reale italiano, mentre la figura 2 presenta lo stesso confronto per il Pil nominale, permettendo di vedere quanto sia cambiata nel tempo la rappresentazione statistica dell’economia.

Figura 1 – Pil reale italiano – Varie edizioni (2017=100)

Figura 2 – Pil nominale italiano – Varie edizioni (2017=100)

Le correzioni hanno avuto segni diversi e alcune pubblicazioni hanno rivisto le stime al ribasso, ma dal confronto fra le edizioni più lontane e quella attuale emerge un rialzo consistente, tanto in termini reali quanto in termini nominali. In altri termini, è vero che alcune revisioni sono state verso il basso, ma la cumulata delle stesse è sempre andata in una sola direzione, segnalando per lo meno un problema di correlazione e non media zero degli errori. Per dare un ordine di grandezza, il livello del Pil reale del primo trimestre del 2025 risulta oggi superiore dell’1,6 per cento rispetto alla stima disponibile nell’aprile dello stesso anno, quando venne pubblicata la prima valutazione di quel periodo. Una differenza di questa dimensione merita attenzione, soprattutto in un’economia nella quale discutiamo abitualmente di pochi decimi di punto di crescita.

Una questione condivisa

Il confronto con la Francia estende la questione oltre il caso italiano, perché anche la figura 3, dedicata alle diverse edizioni del Pil reale francese, mostra un livello dell’attività economica che nelle stime attuali risulta sensibilmente superiore a quello riportato in tempo reale. Per il primo trimestre del 2025, la revisione cumulata indicata è più di un punto percentuale. Revisioni simili sono state registrate in altri Paesi, tra cui Spagna, Germania, Paesi Bassi e Stati Uniti (sul punto vedasi Giannone e Primiceri (2026), Fixler, de Francisco e Schaaf (2024), ONS (2025)).

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Figura 3 – Pil reale francese – Varie edizioni (2017=100)

L’onda lunga del Covid

Le analisi degli istituti statistici (per esempio, quelle dell’Istat e quelle dell’Office for National Statistics del Regno Unito) indicano che una parte delle revisioni al rialzo del Pil dopo il Covid deriva dalla difficoltà delle stime preliminari nel cogliere i cambiamenti nella struttura produttiva, soprattutto nel rapporto fra produzione e consumi intermedi, sul quale le informazioni complete arrivano con anni di ritardo. Durante la pandemia e la ripresa, le imprese hanno modificato l’organizzazione e l’utilizzo degli input, rendendo meno affidabile l’ipotesi che il valore aggiunto crescesse proporzionalmente alla produzione, mentre in diversi settori i dati successivi hanno mostrato consumi intermedi inferiori, rispetto alla produzione, a quelli inizialmente ipotizzati, determinando una revisione positiva del valore aggiunto. A questo meccanismo, documentato soprattutto in Europa, si sono aggiunti aggiornamenti dei pesi settoriali e informazioni più complete su servizi, investimenti e scorte, che hanno fatto emergere attività precedentemente sottostimate.

Conosciamo dunque diverse cause concrete dei rialzi, ma manca ancora una quantificazione comparabile del loro contributo nei vari paesi e soprattutto manca la spiegazione del perché gli errori continuino nella stessa direzione a sei anni di distanza dallo shock Covid. Crediamo sia auspicabile che le agenzie di statistica chiariscano i dettagli mancanti.

Il puzzle occupati output

Le revisioni dell’Istat riscrivono anche una parte della storia del cosiddetto “puzzle occupati-output”, del quale ci eravamo già occupati su lavoce.info, modificando il rapporto fra l’andamento del Pil e quello del lavoro.

La figura 4 mostra l’evoluzione del Pil reale, degli occupati e delle ore lavorate in Italia, ponendo pari a 100 il livello di ciascuna variabile nel 2019. Un primo periodo particolarmente interessante si colloca fra la metà del 2021 e la metà del 2022, quando il prodotto è aumentato sensibilmente più degli occupati e delle ore lavorate, determinando un piccolo boom della produttività le cui origini meriterebbero un approfondimento empirico. Negli anni successivi, l’attenzione si è concentrata soprattutto sulla crescita dell’occupazione di fronte a una dinamica (in tempo reale) apparentemente molto più debole del prodotto, alimentando la domanda ricorrente su come fosse possibile avere sempre più occupati senza un corrispondente aumento del Pil. Nell’edizione attuale dei dati, tuttavia, le traiettorie delle due variabili appaiono molto più vicine, mentre rimane evidente la crescita più sostenuta delle ore lavorate, aumentate più del prodotto e, soprattutto, più del numero degli occupati. Su quest’ultimo aspetto torneremo, perché riteniamo opportuno approfondire anche la misurazione delle ore, pur senza disporre, al momento, di elementi sufficienti per attribuire la divergenza a un errore statistico.

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Figura 4 – Andamento del Pil reale, degli occupati e delle ore lavorate (2019=100)

La figura 5 rende più evidente il punto, mostrando il Pil reale e gli occupati con una base comune posta pari a 100 alla metà del 2023. Dopo le numerose revisioni intervenute su entrambe le serie, la loro evoluzione fino all’ultimo dato disponibile risulta quasi identica, con una produttività per occupato rimasta sostanzialmente invariata nel periodo. È il punto centrale del confronto, perché l’idea, ancora diffusa nel dibattito pubblico, che negli ultimi anni il Pil sia cresciuto molto meno degli occupati trova oggi un riscontro assai più debole nei dati. Dalla metà del 2023, l’aumento del prodotto è stato sostanzialmente in linea con quello dell’occupazione, mentre la maggiore crescita delle ore lavorate restituisce un quadro meno favorevole della produttività oraria, che nell’edizione attuale risulta addirittura inferiore al livello del 2019.

Figura 5 – Andamento del Pil reale e degli occupati (giu 2023=100)

Nel complesso, quindi, le revisioni hanno restituito un livello dell’attività economica (molto) più elevato di quanto indicassero le prime stime e hanno modificato alcune delle conclusioni formulate sul rapporto fra produzione e occupazione. Il maggiore prodotto per occupato rispetto al 2019 suggerisce un miglioramento lungo questa specifica dimensione, mentre l’andamento della produttività oraria impone di circoscriverne la portata. La frequenza e l’ampiezza degli aggiornamenti rendono quindi particolarmente utile una spiegazione quantitativa delle revisioni, in Italia come negli altri paesi, che permetta di capire perché le valutazioni iniziali abbiano restituito così spesso un livello dell’attività inferiore a quello stimato successivamente. Su questo punto, ribadiamo che la nostra speranza è che l’Istat e gli altri istituti di statistica intervengano nel dibattito chiarendo nei dettagli le cause delle revisioni. La buona notizia è che l’ultima edizione del Pil italiano ha per lo meno risolto una parte del puzzle occupati-output.

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