Il fact-checking de lavoce.info passa al setaccio le dichiarazioni di politici, imprenditori e sindacalisti per stabilire, con numeri e fatti, se hanno detto il vero o il falso. Ancora una volta tocca alla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni: lo sa come funziona la nuova legge elettorale appena votata dal Parlamento?
Durante l’intervento al Senato del 14 ottobre, la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha risposto a una domanda della senatrice Maiorino (Movimento Cinque Stelle), dichiarando (qui il video):
“Con la nuova legge elettorale, i cittadini scelgono. Con la nuova legge elettorale, voi dovete dichiarare, prima di andare al voto, alleanze, candidato Premier e programma. Mi rendo conto della difficoltà. Del resto, il vostro partito è guidato da un signore che, se queste regole ci fossero state prima, alla Presidenza del Consiglio dei Ministri non ci sarebbe potuto arrivare”.
Un’affermazione che sembra mostrare una totale incomprensione di come funzionino non solo le regole della nuova legge elettorale approvata dal Parlamento solo pochi giorni fa ma anche le più tradizionali e consolidate regole costituzionali.
Come funziona la nuova legge elettorale
Sul funzionamento della nuova legge elettorale nel suo complesso si è già scritto altrove. Ciò che rileva in questo frangente è la modalità di nomina del Capo del governo. È vero che la nuova legge elettorale prevede che ogni partito o coalizione debba indicare un nome da proporre al Presidente della Repubblica come Presidente del consiglio, ma la medesima legge elettorale riporta anche (“ovviamente!”, bisogna aggiungere) che sono “fatte salve” le prerogative costituzionali del Presidente della repubblica. Che sono quelle di nominare “il Presidente del Consiglio dei Ministri e, su proposta di questo, i Ministri” (art. 92 Costituzione), dopo aver consultato, ma questa è una prassi e non una norma, tutti i gruppi parlamentari.
Ciò è ancora più evidente se ricordiamo che la nuova legge elettorale è puramente proporzionale fino al raggiungimento della soglia del 42 per cento dei voti, valore oltre cui scatta il premio di maggioranza (pardon, di governabilità). In quanto legge proporzionale, i rapporti di forza, che saranno gli unici a determinare davvero l’orientamento del Presidente della Repubblica ma anche dei partiti stessi, saranno chiari solo dopo le urne e non certo prima. L’indicazione del candidato Capo del governo, infatti, non è vincolante né per il Capo dello Stato né tantomeno per i partiti che lo hanno presentato. Maggioranze alternative si potranno formare nel Parlamento così come si sono sempre formate in precedenza. E questo, in linea di principio, anche nel caso di applicazione del premio di governabilità. Oltre all’articolo 92, infatti, la legge elettorale non cancella nemmeno l’art. 67, cioè quello che assicura a ogni parlamentare la libertà di mandato. E quindi anche la possibilità di sostenere un governo guidato da un Presidente del consiglio diverso da quello indicato alle elezioni.
Un esempio potrebbe chiarire ulteriormente il punto. Se Giorgia Meloni sarà la candidata premier del centrodestra e il centrodestra avesse i numeri in Parlamento per votarla, allora è evidente che Meloni sarà di nuovo Presidente del Consiglio. Ma se poi Giorgia Meloni dovesse essere eletta alla Presidenza della Repubblica, nessuna norma di questa legge elettorale la obbligherà, come Presidente della Repubblica, a sciogliere le Camere per nominare un nuovo governo. Basterà assegnare l’incarico a una persona diversa. Che però ovviamente, non sarà quella proposta, prima delle elezioni, dal centrodestra. Certo, il nuovo Presidente potrebbe comunque decidere di sciogliere le Camere, ma sarà una decisione politica e non obbligata dalla legge. C’è quasi da augurarsi che Meloni vinca prima le elezioni e poi diventi Presidente della Repubblica: esattamente per togliersi la soddisfazione di vederla assegnare l’incarico a Capo del governo a un esponente del centrodestra non indicato prima delle elezioni.
Possiamo concedere alla Presidente Meloni alcune attenuanti del caso: la foga nel rispondere a un Gruppo parlamentare che la stava contestando in quel momento; oppure la sua sempre manifestata volontà di introdurre il premierato in Italia (cosa che, tuttavia, è una modifica alla Costituzione e non un semplice articolo all’interno di una legge ordinaria).
Ciononostante, la sentenza sull’affermazione della Presidente del consiglio non può che essere la seguente: FALSA.
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Si laurea all’Università Cattolica di Milano e consegue M.Sc. e Ph.D. in Economics presso la University of Edinburgh. Dopo una breve esperienza presso l’Università di Milano-Bicocca, diventa ricercatore in Università Cattolica, dove insegna Scienza delle finanze ai corsi diurni e serali, triennali e magistrali. Ha insegnato anche al Dottorato in Economia e Finanza delle Amministrazioni Pubbliche dell’Università Cattolica, all’Università di Milano-Bicocca e alla Scuola Superiore di Economia e Finanza. I principali interessi di ricerca riguardano la political economy, con particolare riferimento al ruolo delle leggi elettorali, il federalismo fiscale, la finanza pubblica, le pensioni e la disuguaglianza intergenerazionale. Ha contribuito a libri e pubblicato articoli su riviste internazionali. E’ membro e Segretario generale dell’associazione ITalents. È stato membro della Commissione tecnica per la revisione della spesa guidata da Carlo Cottarelli per i capitoli di spesa sui costi della politica. È stato Consulente tecnico per la Presidenza del Consiglio al tavolo delle trattative con le Regioni per la concessione di maggiore autonomia ex art 116 comma 3 della Costituzione.
Da novembre 2017 è editorialista presso "Il Messaggero"
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