Dopo l’estate 2026 che cosa deve ancora succedere perché il cambiamento climatico diventi una priorità della politica? In Italia ci sono vari piani relativi a energia e clima, ma non sono finanziati. E anche l’Europa ha smesso di dare il buon esempio.

Podcast generato con l’intelligenza artificiale sui contenuti di questo articolo, supervisionato e controllato dal desk de lavoce.info.

Clima rovente, quanto ancora vogliamo bruciarci?

L’estate 2026 ha reso ancora più evidente l’urgenza climatica. Se per l’Italia si è trattato della più calda almeno dal 1950, con una temperatura media di 24,3°C e picchi oltre i 40°, in tutto il continente europeo quella appena passata è stata l’estate più rovente mai registrata, caratterizzata da ondate di calore prolungate, intense e precoci, iniziate già a maggio. Agosto, poi, ha battuto ogni record a livello globale. Il caldo è solo una parte del problema: siccità, incendi, precipitazioni estreme e rischi concatenati mettono sotto pressione territori e infrastrutture, come mostra anche il collasso del ghiacciaio tra Nepal e Tibet.

Che cosa deve ancora succedere perché il cambiamento climatico diventi una priorità politica? Che la politica si sia dimenticata del clima in questa fase di guerre e crisi energetiche non è qualcosa di nuovo, nuova dimostrazione dello scollamento tra ciò di cui si parla nei “palazzi” e la realtà. L’energia conquista il centro del dibattito quando scarsità e costi si traducono in rincari della benzina, del gasolio e delle bollette, perdita di competitività e riduzione del reddito disponibile. Più difficile è mantenere la stessa attenzione sugli investimenti necessari oggi per ridurre le emissioni e contenere i danni di fenomeni già in corso. È anche in questo contesto che il nucleare è tornato al centro del dibattito pubblico, spesso presentato come una possibile risposta ai costi dell’energia e alla dipendenza dall’estero.

I piani esistono ma sono deboli

All’Italia non mancano i piani relativi a energia e clima. Il Pniec (Piano nazionale integrato energia e clima) definisce gli obiettivi di mitigazione al 2030, il Pnacc (Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici) individua le priorità di adattamento e molti comuni hanno adottato Piani d’azione per l’energia sostenibile e il clima (Paesc). Nel 2025 è stato inoltre istituito l’Osservatorio nazionale previsto dal Pnacc. Il problema è trasformare questi strumenti in roadmap finanziate. La Commissione europea stima in 174 miliardi di euro gli investimenti aggiuntivi necessari tra il 2024 e il 2030 per raggiungere gli obiettivi Pniec, ma il piano non collega in modo sistematico fabbisogni, risorse pubbliche e private e singole misure. Per il Pnacc non è quantificato il fabbisogno complessivo; anche a livello locale pesano bilanci limitati, limitata capacità amministrativa e difficoltà di accesso ai finanziamenti.

Leggi anche:  Lo stato di salute della sanità italiana

Il ritardo sulle rinnovabili

Le rinnovabili rendono misurabile il divario tra obiettivi e attuazione. Il decreto sulle aree idonee assegna alle regioni un incremento complessivo di 80 GW da fonti rinnovabili entro il 2030 rispetto alla fine del 2020. Ad aprile 2026 ne risultavano realizzati 27,29: il 34 per cento del target, con circa 52,7 GW ancora da installare. Le differenze regionali sono significative: la percentuale di raggiungimento del target varia dall’11 per cento (Valle d’Aosta) al 59 per cento (Lazio), mentre ben dodici regioni sono sotto la media nazionale, non avendo ancora raggiunto un terzo (33 per cento) del rispettivo obiettivo di GW aggiuntivi da fonti energetiche rinnovabili (Fer).

Accelerare le rinnovabili ha anche effetti sui prezzi. Nel mercato elettrico europeo il prezzo all’ingrosso è determinato dall’ultima centrale necessaria a soddisfare la domanda. In Italia il gas fissa il prezzo nella maggioranza delle ore; in Spagna e Portogallo, dove le rinnovabili sono più presenti, accade meno spesso. Più generazione rinnovabile, accumuli, reti e gestione della domanda possono quindi ridurre l’esposizione alle oscillazioni del gas e rafforzare la resilienza.

Un “revisionismo” si aggira per l’Europa

A rendere il quadro più complesso contribuisce anche un certo ripensamento in corso a livello europeo sulle strategie e politiche per il clima. Sebbene gli obiettivi di lungo periodo del Green Deal rimangano ambiziosi, diversi strumenti sono stati ripensati, rinviati o resi più flessibili. Ad esempio, a luglio è stato rivisto l’Ets, il sistema europeo che fissa un prezzo alla CO2 secondo il principio “chi inquina paga”, mentre l’Ets2 ossia l’estensione ai fornitori di carburante e combustibili per il riscaldamento è stata rimandata al 2028. Per le nuove auto la Commissione ha proposto di rivedere l’obiettivo di riduzione delle emissioni previsto per il 2035 (meno 90 per cento anziché meno 100 per cento). Anche le regole sulla rendicontazione e sulla due diligence ambientale delle imprese sono state significativamente alleggerite, innalzando la soglia dimensionale delle imprese che devono rispettarla. Nonostante alcune di queste scelte si possano spiegare con la necessità di una maggiore attenzione agli effetti di breve termine sulla competitività, agli elevati costi della transizione e al consenso sociale, il rischio è che, proprio quando occorrerebbe accelerare, anche l’Europa smetta di dare il buon esempio.

Leggi anche:  Le leggi non scritte che condizionano l'economia italiana

Cosa fare?

Nel prossimo decennio l’Italia deve trasformare i target delle rinnovabili in programmi operativi, anche favorendo l’attuazione delle aree di accelerazione per le energie rinnovabili, investire in “storage” e reti e dotare i piani di interventi prioritari, costi, fonti finanziarie, responsabilità, scadenze e indicatori. Ricerca e competenze sul nucleare possono essere utili in una prospettiva di lungo periodo ma, per esempio, gli small modular reactors, reattori nucleari a fissione di taglia ridotta, non sono soluzioni disponibili per gli obiettivi del 2030. Sia la Commissione europea che l’Agenzia internazionale dell’energia collocano i primi Smr europei nei primi anni Trenta. Presentarli come una risposta imminente rischia quindi di alimentare aspettative irrealistiche, per esempio sulla possibilità di ridurre i prezzi. E di distogliere attenzione dagli investimenti già disponibili.

Figura 1

Lavoce è di tutti: sostienila!

Lavoce.info non ospita pubblicità e, a differenza di molti altri siti di informazione, l’accesso ai nostri articoli è completamente gratuito. L’impegno dei redattori è volontario, ma le donazioni sono fondamentali per sostenere i costi del nostro sito. Il tuo contributo rafforzerebbe la nostra indipendenza e ci aiuterebbe a migliorare la nostra offerta di informazione libera, professionale e gratuita. Grazie del tuo aiuto!

Leggi anche:  Con standard europei l’imposta di successione diventa più equa