L’ultimo Consiglio europeo non ha chiuso sul bilancio 2028-2034. Confermato un minimo per le regioni meno sviluppate, che per l’Italia è di 27 miliardi, il resto passa da scelte nazionali. Serve un monitoraggio territoriale che arrivi fino ai risultati.
Sul bilancio Ue il dibattito prosegue
Il 15 ottobre il Consiglio europeo ha discusso il bilancio dell’Unione 2028-2034, sulla base dello schema negoziale presentato il 10 ottobre dalla presidenza irlandese: 1.622 miliardi di impegni a prezzi 2025, 141 in meno della proposta della Commissione. Non è stato raggiunto un accordo. Le conclusioni incaricano il presidente António Costa di proseguire il negoziato e indicano l’obiettivo di un’intesa entro il 2026, per adottare i regolamenti nel 2027 e non interrompere i finanziamenti a gennaio 2028. Lo stesso giorno la nostra presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il presidente romeno Nicușor Dan hanno riunito i 17 paesi «amici della coesione», che in una dichiarazione congiunta chiedono di tutelare le dotazioni per coesione e agricoltura. La proposta della Commissione, del 16 luglio 2025, prevede un solo Piano di partenariato nazionale e regionale per ogni stato, in cui confluiscono coesione, politica agricola comune e altri fondi oggi distinti.
Su lavoce.info Andrea Ciffolilli ha già discusso che fine fanno le politiche di coesione nel nuovo bilancio. Qui la questione è una sola: quanto del nuovo piano è garantito alle regioni meno sviluppate italiane.
Il dato: un minimo garantito
La Commissione indica circa 450 miliardi per la coesione, di cui almeno 218 per le regioni meno sviluppate, e 300 miliardi per il sostegno al reddito degli agricoltori. Lo schema irlandese conferma la soglia: almeno 195 miliardi a prezzi 2025, valore sostanzialmente equivalente, poiché la cifra della Commissione è espressa a prezzi correnti.
Nel ciclo in corso sono meno sviluppate Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia, Sardegna e Molise: con le regole attuali la categoria non coincide con il Mezzogiorno, perché l’Abruzzo ne è escluso. Secondo la Svimez, nella proposta originaria della Commissione l’allocazione italiana per Pac e coesione era di 78,3 miliardi e il minimo riservato alle regioni meno sviluppate di circa 27 miliardi; nel ciclo in corso l’allocazione effettiva è di 30. Le cifre di 27 e 30 miliardi non sono omogenee: la prima è un minimo, la seconda una dotazione, e la cifra effettiva 2028-2034 potrebbe risultare superiore. Lo schema aggiunge una rete di sicurezza: in ogni stato il minimo per le regioni meno sviluppate non può scendere sotto il 90 per cento della dotazione 2021-2027 né superarne il 112,5. Per l’Italia la soglia corrisponde a circa 27 miliardi, in linea con la stima della Svimez.
Tabella 1 – Risorse europee per l’Italia: ciclo in corso e proposta della Commissione per il 2028-2034 (miliardi di euro, prezzi correnti)

Che cosa copre il minimo
Il minimo vale poco più di un terzo dell’allocazione italiana. La parte restante non è interamente libera: comprende altri vincoli settoriali, in particolare per agricoltura, pesca e gestione delle frontiere. Lo schema chiede di salvaguardare il ruolo delle regioni, ammette capitoli regionali e territoriali e autorità di gestione regionali, nel rispetto del partenariato e della governance multilivello. Un quarto delle risorse, però, resta in una riserva di flessibilità che si sblocca in gran parte dopo la revisione di medio termine. Ciò non elimina il rischio di centralizzazione, ma è più corretto parlare di maggiore centralità della decisione nazionale che di esclusione delle regioni.
Oggi la destinazione territoriale è fissata a monte, per categorie di regioni, dai regolamenti europei. Domani dipenderà in misura maggiore da una trattativa tra ministeri e regioni, in cui chi ha meno capacità amministrativa rischia di pesare meno.
Il precedente del Pnrr
L’Italia ha già sperimentato un piano nazionale con una quota territoriale scritta in una norma: il decreto legge 77/2021 destina al Mezzogiorno almeno il 40 per cento delle risorse allocabili territorialmente, con relazioni periodiche di verifica. Una quota scritta si può misurare e rivendicare, ma il vincolo riguarda le assegnazioni. Al 26 febbraio 2026 la spesa rendicontata era al 39,5 per cento nel Mezzogiorno e al 52,7 nel Centro-Nord. Il divario non dipende solo dalla capacità delle amministrazioni: una parte rilevante si spiega con la composizione degli interventi, perché al Sud pesano di più le opere pubbliche, che hanno tempi di realizzazione più lunghi.
Tre condizioni per il piano italiano
La trattativa europea fisserà il minimo; il resto dipende da scelte nazionali, da preparare prima che il regolamento sia chiuso. Un gruppo di regioni del Nord si sta già muovendo con una propria proposta.
La prima condizione è una quota del piano riservata per legge alle regioni meno sviluppate, superiore al minimo europeo e riferita a tutte le componenti allocabili territorialmente.
La seconda è un monitoraggio territoriale articolato su assegnazioni, impegni, pagamenti, realizzazioni e risultati, regione per regione, coerente con l’impostazione orientata ai risultati del nuovo sistema. La Svimez ha chiesto «target regionalizzati» e «risultati misurabili».
La terza è una relazione pubblica periodica, con dati aperti, e l’impegno a correggere gli scostamenti nelle riprogrammazioni.
Senza queste condizioni, il minimo garantito alle regioni meno sviluppate rischia di diventare anche il massimo.
* Le opinioni espresse in questo articolo sono da attribuire all’autore e non investono la responsabilità dell’istituzione.
Lavoce è di tutti: sostienila!
Lavoce.info non ospita pubblicità e, a differenza di molti altri siti di informazione, l’accesso ai nostri articoli è completamente gratuito. L’impegno dei redattori è volontario, ma le donazioni sono fondamentali per sostenere i costi del nostro sito. Il tuo contributo rafforzerebbe la nostra indipendenza e ci aiuterebbe a migliorare la nostra offerta di informazione libera, professionale e gratuita. Grazie del tuo aiuto!
Lascia un commento