I punteggi ottenuti dagli studenti nell’indagine Pisa scendono nei grandi paesi europei, in Italia meno che altrove. Perché nelle nostre classi ci sono meno stranieri. Lungi dall’essere migliore delle altre, la scuola italiana ha molti limiti da superare.

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I risultati di Pisa

Pisa (Programme for International Student Assessment) è l’indagine con cui l’Ocse misura le competenze dei quindicenni in lettura, matematica e scienze nei suoi paesi membri e in decine di altre economie partner. I dati 2025 hanno suscitato preoccupazione in molti di questi paesi, perché i risultati degli studenti sono calati in modo marcato rispetto alla rilevazione del 2022.

Il calo, divenuto particolarmente forte negli anni successivi alla pandemia del Covid, riguarda la maggior parte delle regioni europee. L’unica eccezione fra i grandi paesi è il Regno Unito, che è riuscito a mantenere risultati in linea con quelli di dieci anni fa.

D’altro canto, paesi come la Germania e la Francia hanno visto una notevole discesa nella performance dei loro alunni in tutte e tre le materie testate dal programma, con una diminuzione di circa 40 punti in matematica e lettura fra il 2015 e il 2025.

Anche l’Italia ha registrato un peggioramento significativo negli ultimi dieci anni in matematica e lettura (-24 e -7 punti rispettivamente), ma che sembra essere stato meno drastico rispetto agli altri due paesi. In uno scenario di indebolimento internazionale, le rilevazioni nella media degli studenti italiani appaiono meno drammatiche che altrove: lo stesso ministro Valditara ha dichiarato che l’indagine conferma la solidità del sistema d’istruzione italiano.

Figura 1

Quanto incidono i cambiamenti demografici

Le differenze nelle tendenze dei punteggi Pisa nascondono rilevanti cambiamenti demografici che i paesi considerati hanno subito negli ultimi dieci anni. In particolare, fra il 2015 e il 2025, la Germania ha visto un aumento della popolazione studentesca con origine migratoria quasi tre volte superiore rispetto all’Italia. Mentre la Francia ha sì subito un aumento della popolazione straniera simile a quello italiano durante lo stesso periodo, ma il numero di studenti con background migratorio nelle classi francesi – e in quelle tedesche – è molto più alto che in Italia: quasi uno studente su tre in Germania e uno su cinque in Francia contro poco più di uno su dieci in Italia.

In media, fra i membri Ocse, il 41 per cento dei migranti proviene da situazioni socioeconomiche svantaggiate, dunque le differenze demografiche possono spiegare una parte significativa delle differenze nelle tendenze dei risultati Pisa dei vari paesi.

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Per indagare la nostra ipotesi, abbiamo calcolato come si sarebbero evoluti i trend di Francia, Germania e Regno Unito se avessero subito lo stesso mutamento demografico della popolazione studentesca italiana. Se si tiene conto delle differenze demografiche, il gap fra paesi si riduce notevolmente. In scienze e matematica il divario con la Francia e la Germania si dimezza, mentre si riduce di un terzo in lettura. La differenza con il Regno Unito è rimasta pressoché invariata. Un risultato dovuto principalmente al fatto che Londra è fra i pochi a essere riuscita a chiudere il divario di performance fra studenti nativi e immigrati negli ultimi anni, nonostante lo svantaggio socioeconomico fra i due gruppi continui a persistere.

L’Italia non sembra dunque aver fatto meglio perché ha un sistema educativo migliore: larga parte della differenza nei dati Pisa è semplicemente spiegata dal fatto che nel nostro paese ci sono meno studenti stranieri.

Figura 2

Per gli stranieri divari che non si chiudono

Se poi scomponiamo le performance aggregate per caratteristiche demografiche ed economiche, gli stessi dati confermano che la scuola italiana continua a essere molto debole su due fronti: la piena integrazione delle persone straniere e la formazione di ragazze e ragazzi dal background economico svantaggiato.

Nel 2025, i quindicenni stranieri in Italia hanno ottenuto in media punteggi del 9 per cento più bassi rispetto ai coetanei nativi, con differenze di 40 punti in matematica, 41 in lettura e 46 in scienze. Nella media dei paesi Ocse, lo stesso divario è di circa l’8 per cento, ovvero 31 punti in matematica, 42 in lettura e 43 in scienze.

La scuola italiana, dunque, non fa meglio della media Ocse nell’integrazione degli studenti stranieri: in matematica le differenze sono particolarmente marcate, più contenute ma comunque presenti in scienze, mentre in lettura restano sostanzialmente in linea con la media internazionale.

Figura 3

Il divario, tuttavia, è spiegato solo in parte dalla condizione migratoria in sé: per più della metà dipende invece dalla condizione socioeconomica, che tende a essere più svantaggiata tra gli studenti stranieri rispetto ai loro coetanei italiani. Nella popolazione generale (includendo studenti stranieri e italiani) il punteggio del 25 per cento degli alunni più svantaggiati è il 15 per cento più basso in tutte e tre le discipline. Il divario, che si mantiene sostanzialmente invariato dal 2015, suggerisce che gli studenti stranieri hanno performance simili a quelle di studenti provenienti da situazioni socioeconomiche svantaggiate.

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Il gap tra studenti di condizioni socioeconomiche differenti è significativo e persistente in quasi tutti i paesi Ocse. L’Organizzazione misura questa condizione con l’indice Escs, che combina il livello di istruzione e la professione dei genitori con le risorse presenti in casa, come i libri o un posto dove studiare. L’Italia, in effetti, si allinea alla media: la distanza tra il quarto di studenti più avvantaggiati e quello dei più svantaggiati non è più ampia che altrove. Ma in un paese come il nostro, dove il livello generale di competenze è già inferiore a quello di nazioni simili, una differenza “nella norma” si traduce comunque in un livello assoluto più basso per gli studenti socio-economicamente svantaggiati rispetto ai loro pari negli altri stati: è proprio questo a rendere il problema ancora più grave.

La scuola italiana è all’altezza del mondo che cambia?

Oltre alla difficoltà che il sistema scolastico italiano incontra nell’integrare e aiutare studenti provenienti da famiglie più svantaggiate e studenti stranieri rispetto a paesi come il Regno Unito, c’è forse un ulteriore problema da considerare. Per molti anni, l’istruzione italiana è stata semplicemente nella media, se non al di sotto, e spesso ultima fra i grandi paesi europei. Un aspetto che, forse, dovrebbe mettere in questione la solidità del sistema educativo italiano tanto elogiata nelle ultime settimane.

In una fase di profonda trasformazione legata all’intelligenza artificiale, per rendere la scuola italiana competitiva a livello internazionale e ridurre le disuguaglianze legate all’origine socioeconomica, le priorità dovrebbero essere due. La prima è rendere il sistema più inclusivo: programmi di mentoring per gli studenti stranieri e una distribuzione più equa di risorse e insegnanti qualificati a favore delle scuole più in difficoltà. La seconda è preparare la scuola alle sfide del futuro: inserire nei curricula competenze sull’intelligenza artificiale, sia tecniche sia di uso critico, e adeguare gli edifici scolastici a un mondo sempre più caldo con l’adozione di sistemi di ventilazione e climatizzazione.

Azioni di questo tipo richiedono, però, di riconoscere i problemi del sistema educativo italiano e richiedono anche la volontà politica di cambiare.

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