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Pensioni senza un’idea di futuro

Agli interventi sulle pensioni previsti dalla legge di bilancio manca una visione complessiva e lungimirante. Invece di favorire la pensione anticipata, bisognerebbe pensare a come raggiungere la sostenibilità finanziaria e sociale del sistema.

Politici e statisti

Sulla materia pensionistica si misura la differenza tra politico e statista. Il primo guarda, al più e non senza sforzo, alle prossime elezioni (spesso al prossimo tweet); il secondo è più lungimirante e sceglie tenendo conto anche degli interessi delle future generazioni, oltre che di quelli delle generazioni presenti (e votanti). E proprio perché riguarda il patto tra generazioni presenti e future, la materia pensionistica va maneggiata con cura e con competenza, con il piglio dello statista più che con quello del politico.

Quello che il disegno di legge bilancio di previsione dello stato per l’anno finanziario 2024 e bilancio pluriennale per il triennio 2024-2026 (disegno di legge di bilancio, per brevità e d’ora in poi) riserva sul tema delle pensioni non lascia spazio a equivoci: siamo di fronte a interventi frammentari, che mancano di una visione complessiva del sistema e rivelano una limitata comprensione dei problemi che lo affliggono. Nel metodo poi siamo alle solite, le analisi di valutazioni di impatto scarseggiano e quelle che ci sono, sotto forma di relazioni tecniche, sono esercizi contabili, apprezzabili e pur necessari, che però faticano a tener conto delle risposte comportamentali di coloro i quali dagli interventi saranno interessati (per un approccio alla valutazione degli effetti delle politiche pensionistiche ex-ante, che tenga conto anche delle risposte comportamentali, si veda l’articolo scaricabile qui)

Prima di discutere il merito degli interventi, una premessa. In Italia, la quota maggioritaria del rischio di longevità è assicurata dal cosiddetto primo pilastro pensionistico a ripartizione: il pagamento delle pensioni correnti è finanziato dai contributi correnti, oltreché dalla fiscalità generale. Di conseguenza, bassa crescita della produttività e contrazione della popolazione pesano come un macigno sui conti pensionistici. Quindi, le politiche pensionistiche non possono esaurirsi in interventi sulle regole di accesso e di calcolo delle prestazioni, necessari ma forieri di distorsioni e iniquità, se mal concepiti. Dovrebbero viceversa collocarsi in un più ampio spettro di politiche per la crescita economica e demografica.

Gli interventi

Veniamo ora al merito degli interventi contenuti in alcuni degli articoli del disegno di legge di bilancio, in particolare gli articoli 26-30, i più rilevanti per la materia. Altri articoli sono stati commentati in altri contributi (per esempio riguardo l’articolo 5 si veda Legge di bilancio: tiriamo le fila, di Giuseppe Pisauro).

L’articolo 26 si sofferma su pensioni di vecchiaia e anticipate e contiene due interventi tesi al raggiungimento di obiettivi in conflitto tra di loro: la riduzione (comma 1 lettera a) e l’allungamento (comma 1 lettera b) della vita lavorativa. Al netto degli effetti di natura economica e finanziaria, inclusi quelli di carattere distributivo, tutti da verificare sulla base dell’impatto che effettivamente avranno gli interventi, è difficile non dedurre una certa confusione nella valutazione dei problemi del primo pilastro del sistema pensionistico italiano. La confusione alimenta incertezza e volatilità normativa, che rendono più difficoltosa la corretta pianificazione del futuro previdenziale. Tema sul quale languono le iniziative ma al quale i responsabili di politica economica in Svezia, Danimarca, Norvegia, Germania, nei Paesi Bassi e nel Regno Unito stanno prestando crescente attenzione, attraverso lo sviluppo di piattaforme digitali di pianificazione pensionistica, i cosiddetti pannelli di controllo pensionistici, in qualche caso anche grazie ai fondi NextGenerationEU, e di correlate applicazioni fin-tech.

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Il principale merito dell’articolo 27, che introduce la possibilità di riscattare periodi non coperti da contribuzione, è il suo carattere di sperimentalità. È un intervento teso a rimettere in pista il regime misto per chi invece ricadrebbe appieno nel regime contributivo. Un’altra superfetazione normativa destinata a creare disparità e ad ampliare l’area grigia in cui il regime misto trova applicazione, quando sarebbe utile invece ridurla per completare la piena transizione al regime contributivo.

Obiettivo dell’articolo 28 è regolarizzare la posizione contributiva dello stato come datore di lavoro, ma soprattutto superare la necessità di ricostruire i periodi contributivi precedenti al 2005, di fatto riconoscendone l’impossibilità. Gli effetti sul saldo netto da finanziare sono stimati in 200 milioni all’anno per un decennio. Sorvolando sul come gli effetti sono stati stimati, stante la difficoltà di ricostruire i periodi contributivi precedenti al 2005, effetti cui comunque corrispondono minori entrate contributive, la norma finisce per premiare le amministrazioni meno virtuose rispetto a quelle più virtuose, un messaggio pessimo, effetti distorsivi a parte.

L’articolo 29 riduce l’indicizzazione all’inflazione delle pensioni. Numeri alla mano, si tratta di un intervento necessario, che dimostra che il primo pilastro pensionistico del nostro paese può offrire un’assicurazione solo parziale al rischio di inflazione e che in ogni caso le pensioni erogate dal primo pilastro pensionistico sono rese incerte dai diversi rischi cui sono esposte, incluso quello di inflazione. Per ora l’intervento si è concentrato sulle pensioni medio-alte, ma nulla impedisce che domani possa estendersi a tutte le pensioni pubbliche.

Alla flessibilità in uscita è dedicato l’articolo 30, che raccoglie interventi diversi, come la proroga dell’Ape sociale con un inasprimento dei requisiti anagrafici di eleggibilità (commi 1 e 2) e del regime “Opzione donna” (comma 3), anche in questo caso inasprendo i requisiti anagrafici, l’introduzione di una Quota 103 per il 2024, con caratteristiche leggermente diverse da quella del 2023 (comma 4). Su Ape sociale e su “Opzione donna”, il bicchiere mezzo pieno è che si confermano misure di flessibilità in uscita a favore di lavoratori e lavoratrici più deboli, pur innalzando i requisiti di accesso alle prestazioni. Sono interventi che almeno curano i sintomi, anche se non aggrediscono la malattia. Discorso a parte per le “Quote”. Mantenerle in vita, pur attraverso un’applicazione “sperimentale” dell’istituto, significa rallentare il processo di convergenza a un sistema pensionistico che sia nel complesso più sostenibile finanziariamente e socialmente. Le Quote causano squilibri finanziari e alimentano disparità all’interno di generazioni e tra una generazione e quelle successive. La spiacevole aritmetica dei sistemi pensionistici a ripartizione non perdona. Se si manda una generazione in pensione prima del tempo, un’altra dovrà pagare contributi e imposte più alti e magari ritardare la fine della vita lavorativa. È già successo – le riforme degli anni Novanta fanno proprio questo – e può succedere ancora.

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Cosa potrebbe essere fatto

L’allungamento della vita attesa, in un contesto di popolazione decrescente e di duratura crisi della produttività, richiede che anche la vita lavorativa si allunghi corrispondentemente. Adottare interventi che vanno nel senso di accorciare la vita lavorativa, come fa anche il disegno di legge di bilancio, significa gravare le generazioni future di ulteriore debito, sia esplicito sia implicito. È necessario fare una riflessione seria sulla pensione anticipata, un istituto che andrebbe mantenuto solo per limitate categorie di lavoratrici e lavoratori, ma che ancora oggi fa la parte del leone, e realizzare una più ampia flessibilità in uscita, che sia equa dal punto di vista attuariale. Sul totale delle prestazioni previdenziali liquidate nel 2022 (i nuovi beneficiari), le pensioni anticipate e di anzianità sono il 34 per cento, quelle di vecchiaia il 29 per cento, le pensioni ai superstiti il 30 per cento. Il rovescio della medaglia è un’età di pensionamento che stenta ad allinearsi a quella legale di vecchiaia e che relativamente ai nuovi beneficiari nel 2022 è di 64,2 anni per gli uomini e 64,7 per le donne (si veda il XXII Rapporto annuale Inps). La conseguenza è una quota crescente della spesa previdenziale finanziata dalla fiscalità generale (e dal debito).

Nulla poi sull’evasione contributiva, questione, insieme a quella della evasione fiscale, di assoluto rilievo dal punto di vista dell’efficienza e dell’equità (per qualche utile numero si veda la Relazione sull’economia non osservata e sull’evasione fiscale e contributiva, anno 2023; si vedano anche gli articoli di Alessandro Santoro sul tema qui e qui e qui).

La previdenza complementare è assente dal disegno di legge di bilancio, con ciò rivelando un difetto di approccio: il sistema pensionistico è unico, pur articolandosi in più pilastri, e la previdenza complementare può contribuire, come fa in molte economie avanzate, alla sostenibilità finanziaria e sociale del sistema pensionistico nel suo complesso.

Infine, mancano del tutto iniziative, che pure avrebbero un costo limitato, che introducano per la generalità delle lavoratrici e dei lavoratori strumenti di pianificazione pensionistica, come i succitati pannelli di controllo pensionistici.

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  1. Savino

    Un Paese serio darebbe vita a formule miste tra lavoro part-time e pensione per chi si trova negli ultimi 4-5 anni di servizio. Assurda anche la recente disincentivazione del minimo contributivo di almeno 20 anni (perlomeno, io la leggo così, sganciandola dal minimo di 780 Euro, altri possono darne altra chiave di lettura).

  2. Pietro

    Penso che sia assurdo cambiare le regole durante la vita lavorativa delle persone, come è assurdo che non vi sia certezza sui diritti. Da diversi anni una persona durante l’attività lavorativa non sa quando e con quanto andrà in pensione e questo è una fonte di forte stress psicologico , soprattutto per i lavori umili e faticosi in prossimità del raggiungimento dei requisiti. Dal punto di vista economico la cosa meno sostenibile e immorale sono le disparità di trattamento tra i vari importi delle pensioni, le così dette “pensioni d’oro”. Inoltre la storia che “non ci sono i soldi” viene fuori solo quando lo stato fa bancomat coi contributi dei lavoratori, mentre quando c’è da finanziare lavori inutili o regalare soldi a dx o sx i soldi ci sono ( oppure si prendono a debito )

    • Fabrizio Pezzana

      Sono al limite dei 41 anni di contributi, quindi comprendo il suo punto di vista; ma è anche vero che nessuno di noi si alimenta come 40 anni fa, nè riceve cure sanitarie, nè lavora in senso quali-quantitativo come quasi mezzo secolo fa.
      Se tutta cambia, e onestamente, fra mille problemi, il più delle volte il cambiamento è in meglio, è assurdo voler conservare le stesse regole di 40 anni fa. Anche perchè, banalmente, la demografia non lo consente.
      Altro discorso è la maggiore o minore equità nella adeguamento all’odierno, ma questo, prima che economico, è un tema politico.

  3. paolo

    C’è un errore nell’articolo, quando si parla di pensioni pagate dalla “fiscalità generale”. Non è così, il gettito contributivo è superiore alla spesa della componente IVS. È il bilancio INPS che è sostenuto anche dalla fiscalità generale, ma include miliardi di euro di tasse, e e soprattutto Inail e svariati miliardi di ammortizzatori sociali, inclusi l’assegno unico, il reddito di cittadinanza, il reddito di inclusione e anche le integrazioni al minimo per le pensioni più basse.

    Certo, l’elefante nella stanza è la crescita del paese, ma continuare a presentare il sistema pensionistico italiano come basato su un modello in sé insostenibile e ingiusto, che grava come un fardello sul paese, è inaccettabile in un articolo scientifico.

    Ciò che ha gravato in modo inequivocabile sulla crescita del paese è l’austerità. Oggi sappiamo (si sapeva anche prima, ma facciamo finta di averlo scoperto oggi) che l’austerità ha gravemente compromesso la traiettoria di crescita dell’eurozona, l’andamento della produttività sul lungo periodo, il tessuto industriale nel suo complesso, il sistema infrastrutturale, i salari, l’efficenza della PA (in Italia più che altrove, ma tutta l’eurozona non va tanto meglio).

    La soluzione non è tagliare le pensioni ne tantomeno fare lavorare la gente fino a 80 anni, ma un programma ampio e lungo di investimenti in tutti i settori per ricostruire la capacità produttiva perduta e fare crescere la produttività. Le ragioni contingenti ci sarebbero anche (transizione ecologica, reshoring, deficit infrastrutturale, nuove tecnologie), ma la priorità del sistema rimane garantire un numero di disoccupati sufficientemente ALTO per garantire ai grandi capitali internazionali di non svalutarsi troppo.

  4. Firmin

    Non ci si può aspettare che un parlamento che dura 5 anni prenda decisioni che ipotecano i prossimi 50. Per evitare provvedimenti estemporanei e contraddittori, come quelli presi da tutti i governi, credo che la materia pensionistica vada costituzionalizzata, prevedendo una maggioranza qualificata ed un eventuale referendum confermativo per qualsiasi riforma. Non ha senso navigare a vista, generando nuove disparità (di dubbia costituzionalità) ed incertezze che favoriranno solo una progressiva “disaffezione” (leggi: elusione ed evasione) verso il sistema pensionistico pubblico. Non ha senso neanche prolungare troppo la vita lavorativa, perché i lavoratori anziani sono meno efficienti e quindi le imprese tendono ad espellerli ed i clienti ad evitarli. Andateci voi da un medico settantenne che prescrive una endovena praticata da un infermiere suo coetaneo. Il rischio è quello di creare disoccupati anziani che nessuno vuole. Infine non guarderei troppo al rapporto tra pensionati e lavoratori attivi in un vicino futuro in cui molte posizioni lavorative saranno sostituite da robot e AI. Invece comincerei a pensare a come spostare il carico della previdenza dai lavoratori a chi utilizza le nuove tecnologie labour saving.

    • Savino

      Scriviamo in Costituzione che la pensione è utile per una vecchiaia dignitosa e non per arricchirsi, perchè ci sono altri cittadini italiani, padri di famiglia che debbono dare da mangiare ai loro bambini. Ad un ex generale dell’Esercito 90enne, ad esempio, non è necessario dare tutti quei soldi come pensione soltanto per il ruolo che ha avuto: l’importante è che abbia il necessario (e non il superfluo), anche in termini di servizi, per affrontare la vecchiaia dignitosamente.

  5. B&B

    Pe evitare ingiustize, occorre istituire, per ogni categoria, una cassa pensioni privata.
    Fnirebbero cosi’ tutte le truffe e ladrocini di Stato. Lo stato non puo’ ricostruire la carriera pensionistica? Perchè devo pagare le tasse per mantenere i ladri?
    L’INPS serve a pagare pensioni a chi, protetto dallo statalismo, non ha versato i contributi.
    La chiamano redistribuzione, io la chiamo ladrocinio e poi si lamentano accusando chi lavora di non pagare le tasse, per ovviamente mantenere gli accattoni di stato. Non pagare le tasse, dove solo i furbi riscuotono sempre, garantiti dallo stato, è un diritto.

  6. V.L.R.

    INPG (Istituto Nazionale di Previdenza dei Giornalisti Italiani) era in fallimento prima dell’ intervento DRAGHI e passaggio all’ Inps.
    La causa del dssesto pare sia dovuto al fatto che le pensioni degli iscritti all’albo dei giornalisti italiani sono elevatissime. Troppo alte rispetto a quanto è stato versato.
    Ci dicono, chi ha analizzato la situazione, che il patrimonio dell’Inpgi era destinato a esaurirsi entro il 2027 a causa del costante gap tra i contribuiti degli iscritti al fondo e le pensioni erogate. Si trattava di un divario che era arrivato a circa 200 milioni l’anno ed era previsto si sarebbe allargato.
    Per quale ragione allora le pensioni dei giornalisti (con erogazione 3 volte superiore al privato) devono essere pagate dagli altri lavoratori ? Cosa danno in cam,bio alla politica Draghi?

  7. Giovane emigrato

    Meglio se i giovani scappano all’estero: qui la pensione non la vedranno mai

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