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Vale la pena rimpiangere il Reddito di cittadinanza?

In una fase di recessione economica, il Rdc è riuscito a contenere la disuguaglianza e le situazioni di più grave indigenza economica. La valutazione per il mercato del lavoro in Toscana mostra però che la misura non ha aumentato le opportunità di impiego.

Né effetto divano, né inclusione attiva

Il Reddito di cittadinanza (Rdc) non è stato solo una misura di contrasto alla povertà, ma anche uno strumento di politica attiva del lavoro per una quota non trascurabile di beneficiari.

Nel dibattito politico, come nell’opinione pubblica, la discussione sulla sua utilità è stata accesa sin dai primi giorni della sua introduzione e continua a esserlo ancora oggi, nonostante la misura non sia più in vigore.

Non manca il materiale – pubblicato anche su questo sito – finalizzato a dimostrarne l’efficacia nel perseguire la giustizia distributiva. In una fase storica connotata da una seria recessione, il Rdc ha contenuto, nonostante alcune criticità, la disuguaglianza e le situazioni di più grave indigenza economica.

Più limitata, invece, è la documentazione degli effetti che il Rdc ha avuto sul destino occupazionale dei soggetti che, oltre a ricevere il trasferimento in denaro, sono stati presi in carico dai centri per l’impiego. Un recente studio di Irpet inizia a colmare questa lacuna, concludendo che la misura ha avuto effetti sostanzialmente neutrali sugli esiti occupazionali dei beneficiari.

In sintesi, il Rdc non avrebbe disincentivato la ricerca attiva di un lavoro, e quindi non ci sarebbe stato il temuto effetto divano. Al tempo stesso, non avrebbe neanche aumentato le opportunità di trovare un impiego. L’eterogeneità degli effetti, fra le diverse fattispecie di utenza, sarebbe stata molto limitata. Con riferimento al calendario temporale dell’intervento, in un primo tempo gli esiti occupazionali sarebbero stati negativi, per diventare successivamente positivi. Ma in entrambi i casi con effetti trascurabili sul numero di giornate lavorative. 

Queste considerazioni valgono per il mercato del lavoro in Toscana, a cui si riferiscono i dati impiegati nell’esercizio di valutazione. Una generalizzazione dei risultati a tutta l’Italia non sarebbe probabilmente corretta, per le differenze di contesto di molte regioni del Sud, ma riteniamo che non sia azzardato estendere le precedenti considerazioni di merito alle regioni del Centro Nord, che non sono troppo distanti dalla Toscana per caratteristiche produttive, dotazione di capitale sociale e livelli di sviluppo economico.

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Lo studio

La strategia di valutazione adottata prende le mosse da un confronto tra due gruppi. Il primo (trattati) sono i beneficiari del Rdc che hanno sottoscritto il patto per il lavoro. Il secondo gruppo (controlli) sono i non destinatari del Rdc che, come i trattati, erano registrati a febbraio 2019, un mese prima che la misura entrasse in vigore, come disoccupati presso i centri per l’impiego toscani. Gli effetti occupazionali sui giorni lavorativi mensili da marzo 2019 (entrata in vigore del Rdc) a dicembre 2020 sono stimati tramite il metodo della differenza nelle differenze.

Il grafico 1 mostra in ordinata i giorni lavorativi mensili, in più o in meno, che è possibile attribuire mediamente ai trattati rispetto al loro stato controfattuale senza trattamento e l’intervallo di confidenza del relativo valore. Quando l’intervallo non ricomprende lo zero, l’effetto del trattamento è significativamente positivo o negativo. In ascissa sono indicate le categorie di utenza prese in esame. Pur non disincentivando l’offerta di lavoro, perché i trattati non riducono significativamente le giornate lavorate una volta che percepiscono il Rdc, le politiche di attivazione del lavoro non sono state in grado di aumentare le giornate lavorative e di fornire una via d’uscita dall’assistenza. Le differenze per fattispecie di utenza sono poco rilevanti.

Grafico 1 – Att per profilo di utenza – 95% IC- Giorni lavorativi mensili

Il grafico 2 illustra l’andamento dell’efficacia della misura dal suo avvio fino al tempo di cesura delle nostre osservazioni. Nell’ordinata, come nel grafico precedente, sono indicati i giorni lavorativi mensili, in più o in meno, che è possibile attribuire mediamente ai trattati rispetto al loro stato controfattuale senza trattamento e il relativo intervallo di confidenza. Nell’ascissa del grafico è invece possibile leggere in quale mese è misurato l’effetto occupazionale del Rdc. Dopo i primi mesi di implementazione, superata la fase di rodaggio, gli effetti del Rdc sul numero di giorni lavorati al mese passano da negativi a nulli, compresi quelli Covid-19, fino a diventare successivamente positivi e statisticamente significativi alla fine del 2020. Alla fine del periodo di osservazione, l’effetto occupazionale stimato è di circa 0,3 giorni di lavoro in più al mese, che è migliore degli 0,11 giorni stimati per l’intero periodo, ma sicuramente molto lontano dal risolvere i problemi di vulnerabilità.

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Grafico 2 – Att per mese di calendario – 95% IC- Giorni lavorativi mensili

La misura non ha abolito la povertà. Ma il supporto economico erogato alle famiglie l’ha fortemente contenuta. “Vive le Rdc”, dunque. Oggi più di ieri perché la misura non c’è più – “Le Rdc est mort”, potremmo dire e quel che c’è al suo posto mostra sulla carta molti limiti.

Ma la povertà non sempre è legata alla mancanza di un lavoro e, soprattutto, non tutti i poveri sono occupabili. E la sovrapposizione, nella misura da poco abolita, fra l’obiettivo di contrastare la povertà e quello di incentivare le opportunità di lavoro, ha creato una governance complessa e cervellotica. In cui hanno spiccato, da un lato, la mancata valutazione preliminare da parte dei servizi sociali della situazione complessiva dei nuclei e, dall’altro, l’idea che le politiche di inserimento attivo dovessero operare per l’intero nucleo familiare, senza distinzione fra i singoli membri.

Due criticità che hanno compromesso l’efficacia del Reddito di cittadinanza nel favorire l’occupabilità dei soggetti.

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  1. bob

    Queste considerazioni valgono per il mercato del lavoro in Toscana, a cui si riferiscono i dati impiegati nell’esercizio di valutazione…”
    In pratica lo studio e relativa analisi proiettatati a livello nazionale vengono da un territorio di 3 milioni di residenti diciamo 1,5 milioni di persone attive. Mah!
    Io mi pongo una domanda: perché una considerevole fascia di persone a bassa scolarizzazione non può fare la piega dei pantaloni e le riparazioni sartoriali, lavorare in edilizia, nella ristorazione come in agricoltura?
    Sostengo questo a fronte del Paese con : un elevato numero di abbandoni scolastici, il più basso numeri di diplomati e laureati
    Perchè?

  2. Savino

    Il destino politico di un Paese non è il declino. Il RdC è stato, invece, il modello appropriato per un Paese in declino, composto di gente senza scrupoli, nè valori, nè cultura, nè ambizioni, nè dignità, caratterizzato economicamente per essere privo di politica industriale, senza visione costruttiva del mercato del lavoro e della formazione, dal sapore un pò caritatevole e paternalista, un pò assistenziale e un pò politicamente truffaldino, legato alla compravendita di voti, a quel “do ut des” che fa la differenza tra un cittadino libero ed un eterno schiavo assoggettato alla mercè della politica.

  3. Il Reditto di Cittadinaza a mio parere è stato giusto, ma quando è stato decretato qualche anno fa con il governo del M5Stelle vi sono state delle pecche. Perché, perché il Reditto l’hanno percepito delle persone che non dovevano averlo, persino gente giovanissima, giovani e persone con un’età da lavoro. L’equità non è stata rispettata, nel senso che chi aveva l’età per lavorare non trovato lavoro, perché? Sivsa sa che il mercato del lavoro non tanto florido in Italia. Il decreto poi aveva in se anche una legge che in realtà non a funzionato, e mi riferisco ai corsi di formazione lavoro.
    Il nuovo decreto messo in atto dal governo del Presidente Meloni. Sembra avere una migliore verità, nel senso delle regole e la nuova formula che è stata chiamato assegno di sussistenza sembra essere più coerente nella scelta delle persone che realmente ne hanno diritto. Per quanto riguarda i corsi di avviamento al lavoro ho i miei dubbi, nel senso che mi chiedo: “Ma questi corsi. Sono realmente partiti?”.
    Vedremo l’andamento come andrà, sperando che le persone bisognose come me abbiano l’assegno di sussistenza. Personalmente o una invalidità.

  4. Andy McTREDO

    Salve, ci tengo a precisare che il “Reddito di Cittadinanza” dal punto di vista teorico è cosa molto diversa da quanto attuato in Italia, che somiglia molto al “sostegno alla disoccupazione” in vigore nella Gran Bretagna degli ani ’80/90 del secolo scorso. Esso infatti prevede un ammontare di spesa mensile da assegnare a ciascun residente e spendibile nel solo ambito territoriale di residenza , al di fuori dell’arco temporale definito e del territorio parimenti definito si “azzera”.
    Detto questo, che può piacere o non piacere, parliamo di quanto effettivamente messo in essere.
    L’effetto “divano” non è rilevabile (i pigri rimangono tali con o senza reddito), i non occupabili (cioè quegli individui “border-line” che nessuno assumerebbe se non costretto con mezzi più o meno coercitivi) possono averne ricevuto vantaggi, ma ne hanno avuto anche le imprese che non hanno dovuto subirli in termini di costi/danni/tempo perso. Per molti si sarà trattato di una misura “tampone” in attesa di tempi migliori. I pochi che hanno trovato un occupazione tramite i centri di impiego non fanno testo. Una certa quantità di assunti nei centri di impiego potrà averne tratto giovamento. Economicamente parlando il costo complessivo dell’operazione ,tenendo conto dell’impossibilità di tesaurizzare i comunque non eclatanti importi elargiti singolarmente e delle imposte dirette e indirette che vengono riscosse in seguito alla spesa del RdC, è inferiore a quanto stanziato. Da questo posso tranquillamente affermare che è stato un esperimento giusto, da studiare più a fondo nei risultati ma da non replicare nei modi e nelle tempistiche.

  5. andrea montefusco

    cari colleghi di Irpet..(sono un dipendente della Regione Toscana)…premesso che questi studi sono sicuramente utili e necessari e che sono sicuro li abbiate fatti con la professionalità che è propria dell’istituto…mi sento in dovere di sottolinerare che ancora una volta in questo modo si dipinge il fu RDC come quello che non era..ovvero come una misura attiva per favorire incontro tra domanda e offerta quando invece era sostanzialmente e soprattuto una misura volta a garantire ad una determinata fascia di popolazione ahimè sempre più ampia (al netto degli approfittatori…) la possibiltà di arrivare a fine mese mangiando 2 volte al giorno senza eccessivi patemi (eufemisticamente parlando…)…la parte di ricerca lavoro (a parte che è stata boicottata da chi doveva mettera in pratica, le Regioni..)..era un corollario per impedire un possibile in alcuni casi “effetto divano”….era ( e fortunatamente anche se deponteziata lo è ancora..) una giustissima e sacrosanta forma di assistenza per i meno fortunati/capaci….

    • bob

      …mai come in questo momento di ulteriore follia mettere mano al Titolo V, oltre che cosa intellettualmente onesta , serve a questo Paese per ripartire e garantire crescita reale. Non sono un profeta lo certifica la Storia di questo Paese dal dopoguerra fino agli anni’70

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